PARIGI-ITALIA/ L’esperto: dal Bataclan al Giubileo, ecco come funziona il “terrore liquido”

- int. Marco Lombardi

Per MARCO LOMBARDI, dopo gli attentati di Parigi siamo tutti a rischio e dobbiamo imparare a convivere con questo dato di fatto accettando l’incertezza e la liquidità

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“Dopo gli attentati di Parigi siamo tutti a rischio e dobbiamo imparare a convivere con questo dato di fatto. Dobbiamo accettare l’incertezza, la liquidità, il fatto che una misura della sicurezza non può essere data”. Lo evidenzia Marco Lombardi, professore dell’Università Cattolica ed esperto di terrorismo internazionale, servizi segreti e sicurezza. In un video pubblicato dal ramo irakeno dell’Isis, dal titolo “Messaggio al popolo della Croce”, si lanciano nuove minacce all’intero Occidente. Il filmato è in francese, con sottotitoli in arabo e inglese, e le immagini mostrano prima Hollande e Putin, quindi il Big Ben, la Torre Eiffel e il Colosseo.

Professore, come valuta le defaillance dei servizi segreti francesi dopo gli attentati?

I servizi segreti francesi stanno agendo nella misura in cui è possibile farlo in una situazione di massima incertezza. Anticipare eventi come quello di Parigi era estremamente difficile. Il rischio che stiamo affrontando in questo momento è molto diffuso e pervasivo, anche perché ci sono 4-5mila foreign fighters europei. E’ pur vero che buona parte di questi sono monitorati, ma per controllare un sospetto ci vogliono almeno quattro agenti. La conseguenza è che non si possono monitorare tutti.

Come è avvenuto il coordinamento degli attentati?

Sta emergendo un ufficio strategico a Raqqa, ma non è chiaro se abbia fornito degli orientamenti o elaborato dei piani specifici che devono essere comunicati a cellule presenti sul territorio. Più la catena di controllo e di comando è rigida, più i messaggi sono intercettabili. In realtà, è probabile che l’attentato non sia stato pianificato a Raqqa, ma che ci si sia limitati a fornire degli indirizzi su come e quando doveva avvenire, e la pianificazione è avvenuta poi localmente. Intercettare questa “assenza di comunicazione” era quindi estremamente difficile.

Ritiene che la sicurezza in Italia sia complicata da gestire come in Francia?

L’Italia è sicuramente un Paese complicato e il rischio zero oggi non esiste. Hollande ha ragione quando afferma che quello di Parigi è un atto di guerra. Siamo all’interno di un conflitto ibrido, una nuova forma che è pervasiva, diffusa e delocalizzata. Quindi il rischio c’è ed è elevato, ed è inutile esorcizzarlo dicendo “continuiamo tutto come prima” perché questa sarebbe un’idiozia. Siamo consapevoli di quanto è accaduto, e se noi cittadini lo decidiamo cambiamo anche i comportamenti di fronte ai rischi che si manifestano.

Quanto rischia l’Italia in concreto?

La situazione è diversa da prima e potrà peggiorare: questa è una consapevolezza che deve essere diffusa tra i cittadini. La minaccia è diffusa e non esiste nessun Paese e nessun luogo sicuro. Lo stesso Sharm El-Sheikh, che in quanto luogo di vacanza per definizione dovrebbe essere sicuro, oggi è considerato a rischio. Dobbiamo dunque accettare l’incertezza, la liquidità, il fatto che una misura della sicurezza non può essere data. Siamo tutti a rischio e dobbiamo imparare a convivere con questo dato di fatto.

Quali sono i pericoli legati al Giubileo?

Il Giubileo è sicuramente un punto d’attrazione, e oggettivamente ha un livello di rischio maggiore. Di conseguenza ci saranno maggiori controlli. Tutti i nostri dispositivi d’intelligence e di sicurezza saranno mirati sul Giubileo. Ricordiamo però che usciamo dall’Expo di Milano, che ha avuto un’evidenza mondiale enorme e che non ha avuto nessun attacco.

 

Quanto sono efficaci i nostri servizi di sicurezza?

Come è noto, poche ore prima dell’attacco di venerdì i Ros hanno incastrato una rete internazionale che supportava i foreign fighters, compiendo 17 arresti. E’ stata un’operazione squisitamente italiana, diretta dal nostro Paese a livello internazionale, che documenta come Ros, Digos e intelligence italiana siano assolutamente efficaci. Le istituzioni che ci devono proteggere stanno assolutamente facendo il meglio.

 

Gli apparati di sicurezza di Italia e Francia sono simili o diversi?

Differenze esistono in tutti gli apparati di intelligence europea. In qualche modo i modelli stanno convergendo e anche l’Italia di recente ha avuto una riforma dei servizi segreti. Sismi, Sisde, Aisi e Aise, sotto il coordinamento del Dis, sono stati sottoposti a una riorganizzazione. L’operatività è però determinata dalle leggi nazionali.

 

Il territorio francese è più accentrato su Parigi, l’Italia ha tante città importanti. Quale Paese è più difficile da controllare?

Ricordo che a luglio si era verificato un attentato a 30 chilometri da Lione. Anche se fare un attentato a Milano o a Parigi ha però un risvolto mediatico mondiale che altre città non hanno. In termini di rischio occorre tenerne conto, perché i terroristi cercano l’impatto mediatico globale. Un attentato sotto la Torre Eiffel o sotto la Madonnina fanno sì che tutti si sentano coinvolti, e quindi per le grandi città c’è un rischio in più. Ma anche colpire a Brescia sparge un’ondata di terrore sulla quotidianità dei cittadini.

 

(Pietro Vernizzi)

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