RISIKO/ Chi alza la “temperatura” del Mar Cinese?

- Carl Larky

Continuano i contrasti sulle rivendicazioni territoriali della Cina nel Mare Meridionale Cinese. Gli Usa mandano la propria marina militare in difesa della libera navigazione. CARL LARKY

xijinping_obama_summitR439
Xi Jinping con Barack Obama (Infophoto)

La visita negli Stati Uniti a fine settembre del presidente cinese Xi Jinping sembrava aver segnato un passo avanti nelle relazioni tra i due Paesi, di fatto le due superpotenze che tendono a dividersi il mondo in sfere di influenza. I media vicini al governo cinese hanno dato ampia risonanza agli accordi per combattere la pirateria informatica e alle intese per una politica comune sull’ambiente in vista della prossima conferenza di Parigi sul clima. In effetti, si tratta di due ambiti in cui la Cina ha giocato finora un ruolo non proprio esemplare.

Più cauti i commenti da parte americana che, senza negare le convergenze raggiunte o l’importanza di alcuni accordi economici, hanno messo in evidenza le divergenze tuttora esistenti su temi quali i diritti umani e le rivendicazioni territoriali cinesi nel Mar Cinese Meridionale.

Proprio in questa area si è arrivati a un confronto diretto un mese dopo la visita di Xi, quando il cacciatorpediniere americano Lassen si è avvicinato a due isole artificiali costruite recentemente dai cinesi nell’arcipelago delle Spratly. Il cacciatorpediniere, senza alcun preavviso alle autorità cinesi, ha superato il limite delle 12 miglia marine dalle isole, entrando in quelle che la Cina considera sue acque territoriali. Con questa azione, gli Usa hanno voluto invece ribadire che quelle acque devono considerarsi internazionali e quindi libere alla navigazione di ogni nave.

Le reazioni cinesi sono state dure, l’ambasciatore americano è stato convocato per una protesta ufficiale e il governo cinese ha dichiarato che difenderà con risolutezza la propria sovranità, compresa quella sulle isole contese.

Molti commentatori giudicano questa evoluzione foriera di venti di guerra e, in effetti, diversi sono i punti in cui si può rischiare una collisione. La Cina ha sempre negato di voler interferire nei diritti di libera navigazione, ma la sua espansione nell’area con le isole artificiali le permettono di controllare la notevole parte di traffico marittimo mondiale che transita nella zona. Il possibile uso militare delle nuove installazioni aggrava ulteriormente uno scenario già pericoloso per l’intreccio di rivendicazioni territoriali tra Cina e vari altri Stati della regione. Senza contare le imprevedibili conseguenze di incidenti provocati da “incontri ravvicinati” di forze o mezzi militari non concordati.

Per il momento la guerra sembra limitata alla sola diplomazia e le mosse di Cina e Usa sembrano dirette a rendere chiare le proprie posizioni: per la Cina, la riconferma di quelli che considera i suoi diritti storici sulle isole; per gli Stati Uniti, la  riaffermazione del diritto alla libera navigazione e della sua decisione a proteggerlo con la propria marina militare. Non sembra peraltro conveniente per nessuna delle parti spingere le cose al punto di non ritorno. 

Il comandante del Lassen, come riportato dalla Reuters, ha affermato di aver avuto una cinquantina di “interazioni” con navi o aerei cinesi nei pattugliamenti che sta compiendo da maggio. Il comandante, Robert Francis, ha poi raccontato di colloqui cordiali con l’equipaggio del cacciatorpediniere cinese che lo “tallonava”, con a tema i menu delle loro mense, le loro famiglie o perfino Halloween, anche durante la missione alle Spratly.

Da parte sua, Xi Jinping ha continuato la politica delle visite di Stato e in ottobre si è recato nel Regno Unito, ricevendo una accoglienza più calorosa che negli Usa. Secondo il Financial Times, la ragione va trovata in una serie di accordi economici in progetto, tra cui la costruzione di una linea ferroviaria a grande velocità, con possibili rilevanti investimenti cinesi.

La scorsa settimana Xi è andato in Vietnam, Paese con cui la Cina ha in corso controversie territoriali e governato anch’esso da un partito comunista, ma distante da Pechino fin dal periodo sovietico. Infatti, furono i vietnamiti a porre fine al regime di Pol Pot, feroce versione estrema della rivoluzione culturale maoista. Da entrambe le parti si sono fatte dichiarazioni in favore della collaborazione e della pace ma, ancor prima della fine della visita di Xi, il ministero della Difesa giapponese ha annunciato l’invito da parte dei vietnamiti a partecipare a manovre congiunte. Una mossa non proprio gradita alla Cina, visti i rapporti molto tesi con il Giappone.

Un altro incontro importante è quello che c’è stato a Singapore tra Xi e il presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou, il primo a questo livello dal 1949, fine della guerra civile cinese che determinò la separazione di Taiwan dalla Cina. L’atteggiamento del governo in carica nell’isola dal 2008 è stato di maggior apertura verso il governo di Pechino, suscitando molte preoccupazioni per l’indipendenza di Taiwan. I sondaggi danno per probabile un cambiamento di maggioranza nella elezioni dell’anno prossimo e l’incontro viene letto come un tentativo di appoggio di Pechino all’attuale governo.

In questa sorta di torneo diplomatico, alla fine della scorsa settimana si è inserita anche l’Unione Europea, con una dichiarazione di Federica Mogherini. A conclusione di una riunione, da lei presieduta, tra i 28 Paesi dell’Ue e gli Stati asiatici dell’Asean, Mogherini ha affermato che, nonostante le posizioni diverse o contrastanti esistenti tra loro, tutti i partecipanti si sono detti in favore della pace.

C’è da sperare che non siano solo parole.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori