CAOS LIBIA/ Se il vero rischio non è l’Isis ma i jihadisti di casa nostra

- int. Andrea Margelletti

L’Italia fa ora parte dei nemici dichiarati dell’Isis, che guadagna terreno in Libia. Cosa rischia il nostro paese, dopo l’allarme di Renzi e Gentiloni? Risponde ANDREA MARGELLETTI (Cesi)

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Da ieri l’Italia fa parte dei nemici dichiarati dell’Isis, che ha definito il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni,  “ministro dell’Italia crociata”. “La Libia è uno Stato fallito — aveva detto l’altro ieri il capo della Farnesina, a commento dell’avanzata dei jihadisti in Libia — e l’Is può avere un buon gioco. L’Italia insieme all’Onu promuove una mediazione tra le diverse forze, se non si ottiene l’obiettivo bisogna ragionare con l’Onu sul da farsi. L’Italia è pronta a combattere nel quadro della legalità internazionale”. Parole allarmanti, peraltro confermate dal presidente del Consiglio Renzi (“Italia pronta a fare la propria parte nell’ambito di una missione Onu”).
Venerdì i jihadisti libici che si riconoscono nello stato islamico hanno occupato una stazione radio nella città di Sirte, dopo che altri centri e (da novembre) la roccaforte di Derna sono nelle mani del califfato. Ne abbiamo parlato con Andrea Margelletti, presidente del Cesi (Centro studi internazionali) proprio al termine di un suo incontro con il ministro degli Esteri.

Sapevamo che Derna era già nelle mani dell’Isis, ora i jihadisti dello stato islamico avrebbero occupato anche Sirte. Qual è il quadro della situazione in suo possesso?
Non mi pare che nella realtà sia cambiato granché. Una cosa è l’Isis iracheno e siriano, una realtà inscritta in un determinato territorio, un’altra cosa è una realtà che sta a migliaia di chilometri di distanza.

Anche se queste realtà sventolano la bandiera nera dell’Isis e trasmettono via radio la voce di al-Baghdadi?
Gruppi libici hanno accettato di essere sotto la bandiera dell’Isis, ma la chiave di lettura è locale. Si tratta di una espansione politica dello stato islamico, non di una sua espansione territoriale. Si diffonde l’idea, non le persone. 

In altri termini?
Ciò che a prima vista appare come un’improvvisa accelerazione, di fatto è l’espansione politica di un modello che, dal suo punto di vista, “funziona”. Infatti attrae tanti musulmani anche in occidente.

Sui giornali leggiamo che a Tobruk ci sarebbe lo stato libico legittimo, con politici eletti e un governo riconosciuto. Le risulta?
Possiamo parlare al massimo di frazioni di stato. Il sud del paese è ormai “aperto” ed è nelle mani dei guerriglieri che combattevano in Mali e in Mauritania. Nel nord vi sono diverse realtà jihadiste, spesso anche in contrasto tra loro. Il gruppo di Derna neanche Gheddafi lo toccava, e sono 20 anni che si prepara per questo momento. Chi comanda in Libia sono le tribù. Per sapere cosa succede in Libia occorre conoscere i loro capi e le loro intenzioni.

E noi sappiamo cosa vogliono le tribù libiche?
Ho ragione di supporre che i nostri servizi di sicurezza abbiano contezza di quello che sta avvenendo in buona parte del paese. Proprio perché i rapporti non si inventano da un minuto all’altro, il nostro paese conosce la Libia meglio di altri.

Meglio degli americani per esempio?

Diciamo che gli americani hanno una visione analitica delle dinamiche del Messico superiore alla nostra.

Hanno suscitato scalpore le parole di Gentiloni: “l’Italia è pronta a combattere nel quadro della legalità internazionale”. Come vanno interpretate?
La Libia è un paese strategico per gli interessi nazionali e quindi in Libia deve essere implementato un dialogo politico su più campi, senza escludere alcuna opzione. L’Italia non può permettersi di avere il califfato a 200 miglia dalle proprie coste. Non se lo può permettere l’Europa.

Lo stesso ministro Gentiloni ha citato l’indispensabile ruolo dell’Onu. Che cosa può fare l’Onu in un contesto come questo?
Può dare dei mandati. All’Italia stessa o a una alleanza composta da più paesi. Il nostro paese ha in Libia dei riferimenti molto forti e ha piena avvertenza di quanto sta avvenendo. Potremmo agire ne quadro di un interesse globale che non è solo quello degli europei, ma anche dei paesi intorno alla Libia, dall’Egitto alla Tunisia.

Anche assumendo una funzione di coordinamento?
Dicendo così però facciamo un salto in avanti che non dobbiamo fare. Una cosa è discutere del futuro, altra cosa è predisporre l’organizzazione di una missione militare. Non mi risulta che questo stia accadendo, in alcun modo.

In concreto come paese quali rischi corriamo?
Dal punto di vista della sicurezza nazionale, nessuno. Un attacco via mare per esempio è assolutamente impossibile. Se invece allude alle infiltrazioni con i barconi dei migranti, io continuo a ritenere che anche questa ipotesi, che pure circola, sia una corbelleria. Ha visto quante persone sono morte pochi giorni fa? Non si addestrano terroristi, investendo tempo e denaro, per metterli alla mercé di una barca che non si sa se arrivi a destinazione. Piuttosto li si fa ritornare in Europa con passaporti europei, come purtroppo è avvenuto nel caso di Charlie Hebdo. Il vero rischio, reale ed elevatissimo, è quello di una radicalizzazione crescente sul territorio europeo.

La Libia, ha detto lo stesso ministro Gentiloni, è uno stato fallito. l’Italia può aiutare in qualche modo la sopravvivenza di forme legittime di potere? Cosa dovremmo fare?
Andare avanti per la nostra strada, evitando l’errore dell’occidente in questi ultimi trent’anni: partire dall’alto, parlare con un vertice che però non ha riconoscimento nel paese; se cade il vertice, a quel punto non si può fare più nulla. Occorre invece partire dal basso, creare consenso attraverso le tribù, che in un paese come la Libia sono l’unico tessuto connettivo sociale. E’ l’unica via per la quale si può incentivare una leadership condivisa.

(Federico Ferraù)

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