GUERRA IN LIBIA/ Samir: il Vaticano ha ragione, l’Onu intervenga subito

- int. Samir Khalil Samir

Per padre SAMIR KHALIL, l’Italia non può essere lasciata da sola in un’impresa ardua come l’intervento militare in Libia. Occorre una risposta energica e tempestiva sotto l’egida dell’Onu

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Il cardinal Pietro Parolin (infophoto)

“L’Italia non può essere lasciata da sola in un’impresa ardua come l’intervento militare in Libia. Occorre una risposta energica e tempestiva sotto l’egida delle Nazioni Unite”. Lo afferma Padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano e uno dei massimi islamologi nel mondo. Ieri il cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, ha dichiarato: “Occorre intervenire presto, ma sotto l’ombrello Onu”. Per padre Samir inoltre, “i raid aerei dell’Egitto contro le postazioni Isis a Derna sono stati un fatto giusto e importante”.

Padre Samir, che cosa ne pensa delle parole del cardinal Parolin?

Il senso delle parole del cardinal Parolin è che non vuole che l’Italia sia sola in un’avventura rischiosa. Un intervento in Libia è un’impresa di cui non si possono prevedere in anticipo i risultati. Occorre quindi un appoggio internazionale sotto l’egida dell’Onu, e l’ideale sarebbe coinvolgere i Paesi arabi e musulmani.

Lei ritiene che sia necessario un intervento immediato?

Innanzitutto per un intervento efficace occorre un esercito globale da 60mila uomini, con circa 7mila italiani. Il vero problema è la velocità di reazione, in quanto l’Isis ha minacciato l’Italia, ma il rischio è che si apra una lunga discussione senza fare nulla. Se si raggiunge una decisione comune dei Paesi più potenti con l’appoggio dell’Onu, occorre passare all’azione il più rapidamente possibile. Comunque, un attacco privato dell’Italia sarebbe irragionevole.

Quanto sono serie le minacce dell’Isis all’Italia?

L’Isis ha approfittato del caos libico con l’obiettivo di impadronirsi dei pozzi di petrolio e nello stesso tempo di arrivare il più vicino possibile all’Italia, porta dell’Europa. Lo scopo dello stato islamico è raggiungere l’Europa. Ci vuole una risposta energica, ma ben pensata e senza che l’Italia sia lasciata da sola, perché potrebbe trasformarsi da liberatore in vittima. L’intervento deve essere preparato da parte di più Paesi, con l’appoggio della comunità internazionale.

Che cosa ne pensa dei raid voluti da Al-Sisi?

I raid dell’Egitto contro le postazioni Isis a Derna sono stati un fatto giusto e importante. Importante perché il presidente Al-Sisi è intervenuto in risposta all’uccisione di 21 copti innocenti. E’ un modo per dire che i copti non solo fanno parte dell’Egitto, ma che ne sono il fondamento. Il fatto che queste vittime siano cristiane non fa sì che possano essere considerate di serie B come vorrebbero i Fratelli musulmani. Importante d’altra parte per mostrare a Isis che l’Egitto non intende tacere e lasciarla fare.

A chi è rivolto il messaggio di questa operazione?

Al-Sisi ha mandato un messaggio chiaro non solo all’Isis, ma anche a tutti i movimenti islamisti che si trovano in Egitto. Nello stesso tempo il Cairo ha dimostrato che è capace di reagire militarmente. Quasi tutti sono pronti a condannare l’Isis a parole, ma poi nessuno è disposto a muovere un dito. E’ stato molto utile che Al-Sisi invece abbia detto: “Non taceremo, e se sarà necessario faremo nuovi raid”.

 

In che modo è possibile superare le divisioni tra le tribù libiche?

E’ molto difficile ristabilire l’armonia tra le tribù, perché non c’è più un leader forte e riconosciuto. Sotto la dittatura di Gheddafi non c’era libertà politica ma quantomeno sicurezza. L’unione tra le varie tribù è stata garantita soltanto dalla presenza del Colonnello. Non appena quest’ultimo è stato eliminato su iniziativa della Francia, il Paese è caduto nel caos. Il punto è capire quale possa essere il male minore.

 

L’alternativa è tra la dittatura e il caos?

La vera domanda è come passare da un sistema dittatoriale a uno semi-democratico, fino ad arrivare a uno più o meno democratico. Il problema è che l’Isis si appoggia totalmente ad alcuni passi del Corano e alla tradizione islamica. Quando sento dire ai miei amici musulmani che tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’islam, non sono d’accordo, perché in larga parte si trova nel Corano e negli Hadith (la raccolta di detti attribuiti a Maometto, ndr).

 

Come se ne esce?

Il buonsenso dovrebbe far comprendere che queste pratiche non si possono applicare oggi. Eppure l’insegnamento attuale nelle facoltà di teologia islamica come Al-Azhar al Cairo parte da una lettura del Corano che è letteralista e fondamentalista, secondo cui il testo sacro dell’islam non è semplicemente ispirato bensì dettato da Dio, che “è disceso su Maometto dal Cielo”. Ci vuole una vera rivoluzione ermeneutica. A questo punto, ho sperimentato personalmente che noi cristiani arabi possiamo aiutare gli amici musulmani a fare questo passo, avendo dovuto farlo spesso noi stessi.

 

(Pietro Vernizzi)




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