GUERRA IN LIBIA/ Jean: solo l’Egitto (e non l’Onu) può spingere i libici all’accordo

- int. Carlo Jean

Per CARLO JEAN, l’Isis in Libia è stata una montatura. Un’analisi strategica e demografica delle fazioni presenti sul terreno ridimensiona notevolmente l’importanza del Califfato

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“Il Califfato sarà fatto a pezzi dagli stessi libici. Nell’ex terra di Gheddafi ci sono circa 300-350 milizie, alcune delle quali non hanno affatto visto di buon occhio l’ascesa dell’Isis, e lo stanno già combattendo apertamente”. Lo afferma il generale Carlo Jean, esperto strategico e militare, secondo cui “le condizioni che hanno permesso allo stato islamico di svilupparsi in Siria e Iraq non sono presenti in Libia”. Mentre l’Italia e gli altri Paesi occidentali devono ancora decidere il da farsi (intanto, la Libia ha chiesto all’Onu, il cui Consiglio di sicurezza si è riunito ieri sera, di togliere l’embargo sulle armi), ieri si è registrato il primo blitz di terra dell’Egitto con un’incursione delle forze speciali contro Derna. Per il generale Jean, “l’Isis in Libia è stata una montatura. Un’analisi strategica e demografica delle varie fazioni tribali e religiose presenti sul terreno ridimensiona notevolmente l’importanza del califfato. Rimane invece inalterata l’importanza di Al Qaeda, che però in questo momento ha tutti contro di sé”.

Quanto è pericoloso l’Isis in Libia?

Lo stato islamico in Libia è un fenomeno completamente differente da quello in Siria ed Iraq. In questi due Paesi ha trovato le condizioni locali favorevoli per svilupparsi. In Libia queste condizioni non ci sono, se non cooptando i militanti di qualche altro gruppo. In questo modo però l’Isis si fa nemici proprio questi gruppi.

Può spiegare meglio questa differenza?

In Iraq e Siria l’Isis è stato appoggiato dalle formazioni sunnite che vedono nel califfato una possibilità di vendicarsi nei confronti di sciiti e curdi. In Libia invece c’è una miriade di milizie ben radicate sul territorio e che sono collegate a tribù e autorità locali. L’Isis non può quindi reclutare in massa nuovi uomini, se non affiliandosi ad altri gruppi. In questo modo si mette però in rotta di collisione con altre milizie, e di conseguenza rischia di essere fatto fuori dagli stessi libici.

Da quali gruppi in particolare?

Le milizie di Misurata stanno già attaccando lo stato islamico a Sirte, dove l’Isis aveva trovato l’appoggio degli ex seguaci di Gheddafi. A Derna lo stato islamico si è diffuso soprattutto con l’aiuto di quanti combattevano in Siria e in Iraq. Il califfo Al-Baghdadi ha ordinato loro di tornare a combattere in Libia, in modo tale da estendere il territorio dello stato islamico e dare ai musulmani l’idea che il califfato stia vincendo e si stia espandendo.

Fino a che punto è riuscito in questa impresa?

Una valutazione fatta dall’intelligence americana nell’estate scorsa ha calcolato che in Libia ci sono 500 affiliati all’Isis. Ansar al-Sharia si è a sua volta affiliata allo stato islamico, ma non so fino a che punto possa esservi assimilata perché ciascuna delle due organizzazioni persegue i suoi obiettivi. Il successo dell’Isis in Libia è semplicemente legata ai finanziamenti provenienti da Siria e Iraq.

 

Lei che cosa ne pensa dei raid dell’Egitto?

L’Egitto ha inviato forze speciali e F-16 per eliminare l’Isis a Derna. I raid dell’Egitto sono stati molto efficaci, soprattutto perché pongono le premesse di un pieno dispiegamento delle forze armate del Cairo con il finanziamento dei proventi del petrolio. Questa eventualità è l’unica speranza per spingere i libici a trovare un accordo tra di loro. Anche perché alla pressione dell’Egitto potrebbe aggiungersi quella di Algeria e Tunisia.

 

Come valuta la scelta di Renzi di frenare sull’intervento in Libia?

L’accordo con i governi di Tripoli e di Tobruk è stato perseguito dall’ottimo ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi e dall’inviato speciale dell’Onu. Il tentativo di accordo era basato sostanzialmente sulla suddivisione del “gruzzolone” della Banca Centrale Libica pari a circa 100 miliardi di dollari, nonché dei proventi di petrolio e gas.

 

E’ possibile raggiungere questo accordo?

Questo tentativo è definitivamente fallito. Il problema è che né il governo di Tripoli né quello di Tobruk hanno il controllo completo della situazione. In Libia ci sono circa 300-350 milizie. Ciascuna di esse vuole soldi, potere, influenza, un territorio su cui esercitare la sovranità. Le milizie di Misurata, legate al governo di Tripoli, sono le più forti in quanto contano su 40mila uomini e tra i 500 e gli 800 mezzi corazzati. Di recente hanno bombardato le milizie di Zintan, legate al governo di Tobruk, nelle montagne a Sud-Est di Tripoli.

 

C’è il rischio che l’Italia perda gli approvvigionamenti energetici?

No. In Libia l’Eni ha creato una rete di persone che le sono affiliate fin dai tempi di Mattei. Dal gasdotto Greenstream continuano ad arrivare nuovi approvvigionamenti. L’Eni ha raggiunto un accordo con le milizie lungo il percorso dei giacimenti di gas, tiene buoni tutti con delle laute “mance” e nessuno crea problemi.

 

(Pietro Vernizzi)

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