ITALIA IN LIBIA?/ Castagnetti: il vero rischio è un attentato in Piazza san Pietro

Per il generale FABRIZIO CASTAGNETTI, anche nel caso di una missione vittoriosa, per ricostruire un minimo di convivenza civile occorre quantomeno un accordo con il governo di Tripoli

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Il governo libico di Tobruk, presieduto da Abdullah al Thani, ha cancellato tutti i contratti con le aziende turche. Si tratta di una ritorsione nei confronti del sostegno di Ankara al governo di Tripoli, uno dei due esecutivi che si contendono il Paese. Il comandante della brigata paracadutisti Folgore, Giovanni Iannucci, ieri intanto ha dichiarato che «è prematuro parlare di eventuale intervento militare, perchè la situazione in Libia è ancora al centro di riflessioni politiche internazionali che restituiscano la possibilità di creare interlocutori legittimati a rappresentare adeguatamente il Paese e non le fazioni in lotta». Ne abbiamo parlato con il generale Fabrizio Castagnetti, ex capo di Stato maggiore dell’Esercito Italiano.

Partiamo dalle dichiarazioni di Iannucci. Lei le condivide?

Se si va in Libia occorre che ci sia una coalizione di Paesi europei, meglio ancora se insieme agli Stati Uniti, e a quel punto l’Onu darebbe il suo avallo. In Libia però c’è un governo legittimo a Tobruk e un secondo governo non riconosciuto internazionalmente con sede a Tripoli. In mezzo ci sono centinaia di tribù. Se non c’è quantomeno un’intesa di principio tra questi due esecutivi, che hanno come obiettivo di lunga durata un governo di unità nazionale, intervenire in Libia è un’azione molto pericolosa. Anche nel caso di una missione vittoriosa, per ricostruire un minimo di convivenza civile occorre quantomeno un accordo con il governo di Tripoli.

Che cosa ne pensa della decisione del governo di Tobruk di bandire le aziende turche?

La Turchia ha sempre supportato e supporta tuttora i Fratelli musulmani che si trovano a Tripoli, mentre il governo di Tobruk è legato all’Egitto. Il presidente Al-Sisi ha sciolto i Fratelli musulmani e li ha messi in carcere. La Turchia è più amica di altre tribù che non sono quelle di Tobruk, anche se non credo che il governo di Ankara possa rappresentare un problema.

Quanto è forte l’Isis in Libia?

La prima cosa da scoprire è se quanti sventolano la bandiera dell’Isis in Libia siano libici oppure ceceni, tunisini, algerini, europei che hanno già combattuto in Siria e Iraq. Se si vanno a combattere guerriglieri stranieri, è anche possibile condurre operazioni militari di un certo spessore. Se invece si conduce un’operazione contro militanti nativi del luogo, con morti e feriti, si creano inevitabilmente degli odi. Ecco perché è fondamentale che tra le due fazioni che governano a Tobruk e Tripoli ci sia un’intesa di lungo periodo.

Le minacce dell’Isis contro l’Italia sono credibili?

Quando minacciano di conquistare Roma certamente no. Non credo neppure che l’Isis possieda missili con una gittata tale da raggiungere la Sicilia o Pantelleria, e comunque sarebbero azioni che non porterebbero a nulla. Il mio timore è quello di un attentato terroristico in grande stile, specialmente quando il Papa parla in piazza San Pietro e ci sono 100mila persone ad ascoltarlo.

 

Lei come vede il ruolo dell’Egitto in Libia?

Innanzitutto l’Egitto confina con la Libia, da Tobruk al confine egiziano ci sono un centinaio di chilometri. Quella del Cairo inoltre è una reazione naturale dopo la decapitazione dei 21 copti, un po’ come è avvenuto con la Giordania dopo che è stato ucciso il pilota Muadh al Kassasbe.

 

Che cosa ci può insegnare per quanto riguarda la Libia l’esperienza del contingente italiano in Libano?

Ci può insegnare che è possibile istituire una coalizione internazionale formata da Paesi europei, perché è già successo. Tenendo però sempre presente che quella in Libano era una missione di peace keeping, mentre se andiamo in Libia sarà una missione di peace enforcement. La pace in Libia va creata da zero perché non c’è: è una differenza fondamentale.

 

(Pietro Vernizzi)

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