GUERRA IN LIBIA/ Micalessin: ecco l’accordo che “smentisce” l’Onu

- int. Gian Micalessin

Serve un accordo politico che metta insieme le milizie di Zintan, Misurata e Tobruk. Solo da questa alleanza può nascere la speranza di rimettere ordine al caos. GIAN MICALESSIN

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“In questo momento la priorità in Libia è un accordo politico che metta insieme le tre milizie di Zintan, Misurata e Tobruk. Da questa potenziale alleanza può nascere la speranza di rimettere ordine al caos. Un’alleanza di questo tipo potrebbe infatti invocare l’aiuto dei Paesi occidentali”. E’ l’analisi di Gian Micalessin, inviato di guerra de Il Giornale per il quale è stato più volte in Libia. Martedì il Parlamento legittimo con sede a Tobruk ha accettato di tornare a sedere al tavolo dei negoziati in Marocco insieme alle altre parti in causa, le milizie di Misurata e di Zintan. Nel frattempo però a Sud di Sirte l’Isis ha attaccato i due giacimenti petroliferi di Al Mabrouk e Al Bahi.

Il blitz dell’Isis nei due pozzi petroliferi a Sud di Sirte significa che l’Isis si sta espandendo?

Questo è da vedere, la realtà è che quei pozzi erano alla mercé del primo che arrivava. L’Isis cresce per aggregazione, riunendo in sé tutti i gruppi circostanti, perché ha disponibilità di soldi e armi ed è la formazione più compatta. I pozzi petroliferi sono uno dei suoi obiettivi. Non a caso il primo nucleo dell’Isis arrivato in Libia dalla Siria era una specie di brigata specializzata nella conquista dei pozzi, ed è stato inviato proprio con il compito di mettere le mani sulle risorse energetiche del Paese.

Oggi Renzi è a Mosca per chiedere la collaborazione di Putin. E’ un’ammissione d’impotenza o una mossa saggia?

E’ una mossa saggia. Sarebbe una follia pensare di emarginare Putin in Medio Oriente e combattere una guerra contro la Russia nel momento in cui la priorità è sconfiggere un nemico esiziale come l’Isis. Putin è alleato con Egitto, Siria e Iran, cioè con i tre Paesi in prima linea nel contrapporsi allo stato islamico. Il dialogo con Mosca è quindi strategico per portare a termine la lotta al califfato in tutto il Medio Oriente e in Nord Africa.

L’Egitto sta ancora giocando il ruolo cruciale che sembrava avere inizialmente contro l’Isis o si è dileguato?

L’Egitto non si è assolutamente dileguato, anzi ambisce ad avere un ruolo di primaria importanza soprattutto sullo scacchiere libico. Al-Sisi è il principale alleato del generale Haftar, il capo di Stato Maggiore di Tobruk che coordina le operazioni militari contro i gruppi di Ansar Al-Sharia e Isis.

 

Com’è la situazione politica in Libia?

Il Parlamento di Tobruk è l’unico a essersi formato in seguito a elezioni democratiche. D’altra parte esiste un governo che si è auto-instaurato dopo che le milizie di Misurata hanno preso il controllo di Tripoli. Il problema è superare questa contrapposizione.

 

Per quale motivo è necessario dialogare con un governo che si è auto-proclamato?

Né l’Egitto né il Parlamento di Tobruk possono farcela da soli, e quindi è necessario arrivare a un accordo che coinvolga anche Misurata, che è la città più importante ma anche quella più problematica dal punto di vista politico. E’ infatti schierata su posizioni vicine ai Fratelli musulmani, ma è anche molto interessata ai commerci. Quest’ultimo è un fattore che gioca sicuramente a favore dell’Italia ma d’altra parte anche dell’Egitto.

 

L’emissario dell’Onu, Bernardino Leon, ha detto che “prima prima bisogna mettere d’accordo tutte le tribù”. E’ una mossa che prelude a un intervento militare?

Quando l’emissario Leon sarà riuscito a mettere d’accordo tutte le tribù, la Libia non esisterà più. Le tribù libiche del resto hanno un ruolo sempre meno importante perché non riescono a influenzare i giovani. Il vero punto è un altro: si tratta di trovare un’alleanza tra i gruppi in grado di unirsi e contrapporsi alle formazioni più estremiste. In questo momento la priorità è un accordo politico che metta insieme le milizie di Zintan, Misurata e Tobruk.

 

Quale ruolo può avere in questo caos libico la liberazione di Bengasi?

La liberazione di Bengasi è stata più che altro un punto di forza di Haftar, una sorta di obiettivo simbolico per dimostrarsi come l’uomo forte e l’artefice della lotta al terrorismo. Nell’ottica dell’alleanza politica di cui parlavo prima, anche una zona sottoposta all’influenza jihadista come Bengasi diventerebbe marginale.

 

(Pietro Vernizzi)

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