IL CASO/ “No al velo, moschee controllate dallo Stato”: la lezione della Tunisia all’Italia

- Souad Sbai

Il niqab non ha nulla a che vedere con l’Islam. Lo ha detto il ministro degli affari religiosi tunisino, Othman Battik, parlando del velo integrale. Una lezione all’Europa. SOUAD SBAI

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Passo dopo passo, mattone dopo mattone la verità emerge in tutta la sua prepotenza storica. E mette un altro tassello proprio in quella Tunisia ferita dal terrorismo, dove la laicità e la democrazia stanno vincendo sulla paura. Il ministro degli affari religiosi tunisino, Othman Battik, parlando del niqab (e quindi di ogni altro velo integrale) ha detto chiaramente che esso “non ha nulla a che vedere con l’islam” e che la religione musulmana “non impone alle donne e agli uomini di vestirsi con indumenti specifici ma in maniera corretta”. 

Lo ripeto, affinché nessuno possa dire non ho capito: queste parole sono state pronunciate in Tunisia, paese arabo e musulmano, da un ministro addetto al culto. La sottolineatura tanto per precisare la fonte e bloccare ogni mistificazione che regolarmente arriva quando le parole degli stranieri non piacciono ai paladini del multiculturalismo; eh sì, perché il musulmano a qualcuno piace solo quando può essere usato per fini buonisti, per dare sfogo alle smanie multiculturali, per aprire la via all’estremismo e alla devastazione dei valori. Quando da quel quadrante o da qualche moderato che abita qui in Italia arriva un appello a rispettare le regole del vivere civile o a difendere le donne cala un silenzio di tomba, quando va bene; altrimenti si passa alle campagne del fango e all’ostracismo totale. 

Oggi nessuno dovrebbe stupirsi di quel che dice il ministro Battik, visto che prima di lui lo avevano detto tra gli altri anche Gamal Al Banna, fratello minore di quell’Hassan che fondò negli anni venti i Fratelli musulmani, secondo il quale addirittura l’imposizione del velo semplice non ha nulla a che fare con la religione ma solo con tradizioni antiche. Oppure Mustafa Mohamed Rashed, teologo arabo che ha proposto la sua tesi nientemeno che all’Università di Al-Azhar e secondo cui il velo, meno che mai quello integrale, nulla ha a che vedere con la religione. E potremmo citarne altri migliaia, che si perdono nel tempo e nella storia di una diatriba infinita, che ha fatto anche vittime illustri fra i moderati soprattutto nel nostro Paese che ama tanto violare la dignità delle donne straniere lasciandole in balìa di uomini spesso radicalizzati qui e non nella terra d’origine: donne che non hanno mai visto un niqab o un’infibulazione quando erano in patria e ora sono costrette a subirlo qui, dove certa politica e certa società civile ancora si baloccano nell’affermare che quelle sono le loro tradizioni. Di cui, a certe latitudini, non si è mai sentito parlare. 

E mentre il mondo arabo musulmano si interroga, non sempre con esiti scontati, sulla questione del velo integrale e ne decreta in sostanza la “non islamicità”, poco tempo fa in Italia veniva alla luce una lettera inviata ad alte cariche dello Stato nella quale un gruppetto di estremisti, molti dei quali poi partiti per il jihad in Siria, rivendicava l’esigenza urgente di bloccare la mia proposta di legge sul divieto di burqa e niqab. Bene, a chi scrisse e a chi ricevette questa lettera, voglio dedicare l’ultimo ma non meno importante estratto dalle parole del ministro tunisino Battik: “Le moschee? Debbono sottoporsi al controllo dello Stato altrimenti verranno chiuse. Il niqab? Proibirlo non sarebbe un problema”. Certo, siamo in Tunisia, mica in Italia.

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