GIOVANNI LO PORTO/ Le scuse di Obama e tre domande senza “risposta”

- Francesco Inguanti

Il cooperante italiano Giovanni Lo Porto (sparito nel gennaio 2012) è stato ucciso in Pakistan da un drone della Cia. Lo ha dichiarato ieri il presidente Usa Barack Obama. FRANCESCO INGUANTI

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Giovanni Lo Porto, rimasto ucciso nel gennaio scorso durante un attacco Usa (Immagine dal web)

PALERMO — La morte ingiusta ci lascia più sgomenti che mai. Quella del cooperante palermitano Giovanni Lo Porto, rapito da Al Qaeda nel gennaio 2012 in Pakistan, ed ucciso durante un’operazione dell’antiterrorismo statunitense lo scorso gennaio al confine con l’Afghanistan lo appare più di altre. L’obiettivo del drone della Cia era un compound di Al Qaeda, dove Lo Porto si trovava insieme ad altri ostaggi americani.

La triste vicenda può far riflettere almeno su tre questioni.

La prima riguarda il presidente Obama che ha dichiarato: “Non ci sono parole per esprimere in modo adeguato il nostro dolore per questa terribile tragedia. A nome degli Stati Uniti chiedo scusa a tutte le famiglie coinvolte. Come Presidente e comandante in capo mi assumo la responsabilità di tutte le operazioni antiterrorismo, compresa questa”. 

Certamente non siamo abituati a questo tipo di assunzioni di responsabilità e di questo gli va dato merito. Forse però il presidente avrebbe potuto aggiungere quello che ogni bambino dice quando viene scoperto a compiere una marachella: “Prometto di non farlo più”. Papà e mamma sanno che forse non riuscirà ad essere “coerente”, ma gli chiedono ugualmente una piccola assunzione di responsabilità. Allo stesso modo ci educa la Chiesa, quando a conclusione della confessione ci chiede l’impegno a non reiterare nel peccare. Ma chiedere ad Obama di non fare la guerra forse è troppo. Noi uomini, incapaci di affrontare le origini del male, ci accontentiamo di limitarne le conseguenze. Come nel caso di ubriachi e drogati che uccidono sulle nostre strade: piuttosto che condannare l’uso di alcool e droga, inseguiamo l’introduzione di un nuovo reato, quello di omicidio stradale.

Una seconda questione riguarda il senso della morte, perché proprio questa così drammatica vicenda potrebbe aiutarci a comprenderne un po’ di più il significato. Una volta quando la vita era considerata un dono, più o meno spiegabile e accettabile a secondo delle religioni e delle epoche, la morte veniva ammessa e in qualche modo compresa; era comunque un fatto con cui fare i conti. Ma oggi che l’uomo è ad un passo, così almeno crede, di potersi dare la vita da sé stesso; che può incidere significativamente sui processi scientifici che generano la nascita, così da determinarne il come, il quando, il se (ma non il perché); che la nascita di un figlio è un diritto e non una circostanza di cui ringraziare; che la vita può essere manipolata anche prima della nascita; che l’appartenenza al genere può essere scelto e modificato; che per dare la vita si può affittare un utero disponibile e che l’allevamento dei figli non è più legato alla diversità di genere; che abbiamo conquistato tutto ciò, perché confrontarci con la morte? 

La morte non è più un evento da accettare, posto al di fuori dalla nostra portata, delle nostre decisioni. Ed allora bisogna trovarne la causa in qualcuno, magari in un altro uomo (talvolta un medico incompetente o una disgrazia che poteva essere evitata); dunque, la morte va allontanata, esorcizzandola. Prepariamoci dunque al solito e reiterato eloquio sulle cause che hanno provocato questa, sulla imprevedibilità delle circostanze. Proprio nel gennaio scorso Andrea Parisi, un caro amico anch’egli cooperante come Lo Porto, quando ancora non si avevano notizie certe della sua esistenza in vita, tentando di spiegare il perché del sequestro dichiarò: “La zona in cui abitavamo e lavoravamo era ben sorvegliata e le nostre precauzioni erano considerate preventive più che necessarie. Quindi evitavamo di muoverci da soli, di effettuare spostamenti inutili e cercavamo sempre di essere coordinati con le autorità. Mai avremmo pensato che avrebbero colpito al cuore delle nostre organizzazioni: in casa. E forse il segnale che hanno voluto lanciare è stato proprio questo”. E la morte è arrivata, malgrado le giuste precauzioni.

La terza questione riguarda la famiglia e qui ci fermiamo. Si è chiusa in un giusto silenzio e speriamo che le sia risparmiata la fatica di tentare di evitare di rispondere alle domande ovvie, prima tra tutte: “Ma lei da mamma, perdonerà gli uccisori di suo figlio?”. A questi genitori, amici e parenti, possiamo solo dire che aver da poco fatto memoria della morte ingiusta di Cristo ci aiuta non ad evitare la sofferenza e il dolore, ma a vivere la sofferenza e il dolore in modo più umano. Per questo pregheremo per loro.

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