SCONTRI A BALTIMORA/ Dagli Usa: la razza non c’entra, qui mancano padri e madri

- Riro Maniscalco

Baltimora (Maryland, Usa) è stata segnata da pesanti scontri dopo il funerale di Freddie Gray, 25enne arrestato per una cosa da poco e morto dopo l’arresto. RIRO MANISCALCO

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Scontri a Baltimora (Infophoto)

NEW YORK — A guardare foto e filmati sembrerebbe di essere piombati indietro di quasi 50 anni, ai tempi delle rivolte razziali scatenatesi dopo l’uccisione di Martin Luther King. Ieri eravamo a Ferguson, Missouri, oggi siamo a Baltimore, Maryland. Il baricentro del nostro malessere sociale si va spostando verso nord. Si comincia sempre con una tragedia, con un morto, spesso con un uso non proporzionale della forza da parte della polizia. Come nel caso di Freddie Gray, venticinquenne arrestato per una cosa da poco e morto con la spina dorsale spezzatasi “somehow“, in qualche modo, mentre era in custodia. Baltimore, la città di Edgar Allan Poe e Billy Holliday, la città che ispirò Francis Scott Key a scrivere The Star Spangled Banner, il nostro inno nazionale. Gli inglesi bombardavano Fort McHenry, ma gli americani, innamorati più della libertà che della vita, non mollavano. E quella bandiera a stelle e strisce, diradatosi il fumo dei cannoneggiamenti, era ancora lì, e continua ad essere lì da duecento anni — che qua sono un’eternità.

Ma cosa vedremo questa volta quando il tempo, il vento e la dimenticanza avranno lavato via incendi, macerie, carcasse d’auto, lacrime di dolore e lacrime provocate dai gas? La bandiera di Fort McHenry sarà ancora lì, ma questa volta non ci sono gli inglesi da ricacciare. Questa volta quando tutto — speriamo presto — si sarà calmato, la polizia di Baltimore sarà ancora la polizia di Baltimore, la Black Guerilla Family, The Bloods e The Crips saranno ancora le gangs nere di Baltimore, Stephanie Rawlings-Blake sarà ancora il Sindaco African-American di Baltimore e Freddie Gray sarà sempre morto ingiustamente… ma il modo in cui ognuno guarderà quella bandiera sarà diverso. Per alcuni sarà il simbolo di una società dove pochi hanno molto e molti hanno poco, dove la discriminazione cacciata dalla porta di questa società se n’è rientrata in casa dalla finestra.

Retorica populista? Chiedetelo a John Angelos, executive vice president degli Oriols, squadra di baseball di questa città di 600mila abitanti che solo l’anno scorso, per la prima volta dopo lunghissimo tempo, ha visto la sua popolazione aumentare, sebbene d’un soffio. Angelos ci dice che per sete di denaro abbiamo messo — venduto o trasferito — il nostro business nelle mani di paesi a regime dittatoriale come la Cina, portando via alla nostra gente milioni di posti di lavoro, lasciando che la disoccupazione o la sottooccupazione sbriciolassero progressivamente il volto sano dell’America. Angelos è intelligente abbastanza da mettere il baseball in secondo piano, ed è intelligente abbastanza da sgombrare il campo dalla mera questione razziale. Io, da parte mia, ho già scritto più volte che della questione razziale non mi accontento. 

Quando uno vede giovani col viso coperto attaccare la polizia, sfasciare tutto, dare fuoco, saccheggiare, capisce che il vero protagonista è il male di vivere, non la razza.

E quando vedi una madre di colore che prende a ceffoni il figlio riportandolo a casa dalla trincea urbana da cui combatteva capisci che quel che mancano sono padri e madri, quel che manca è una educazione non l’integrazione. 

Le cose che non capiamo fanno soffrire. Le morti innocenti fanno soffrire. Le migliaia del Nepal ci costringono a fare i conti con il senso di giustizia di Dio, quella di Freddie Gray con quello degli uomini. 

Padri e madri — non c’è altra strada.

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