VIA CRUCIS MOSCA/ Cattolici e ortodossi, chiedere perdono insieme

- Giovanna Parravicini

Mosca. Il sabato prima della domenica delle Palme la comunità cattolica si riunisce con l’arcivescovo per la via crucis nelle vie intorno alla cattedrale. GIOVANNA PARRAVICINI

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Un momento della via crucis a Mosca (foto della Curia di Mosca)

MOSCA — Un livido inizio di settimana santa, a Mosca, squassata da un vento gelido che solleva folate di polvere insieme al pulviscolo di neve che scende a tratti. Il sabato prima della domenica delle Palme, come ormai è tradizione, la comunità cattolica si riunisce insieme all’arcivescovo per un momento di riflessione sulla Passione e per la via crucis, nelle vie intorno alla cattedrale. 

Quest’anno le due Pasque — cattolica e ortodossa — sono vicine, a una sola settimana di distanza, ma non è solo questa coincidenza temporale ad aver reso il cammino quaresimale stranamente, intensamente unito con tanti amici ortodossi.

«È che il Figlio di Dio sapeva che la sofferenza del figlio dell’uomo è vana a salvare i dannati, e sconvolgendosi più di loro della disperazione, Gesù morendo pianse sugli abbandonati, della disperazione comune». Queste parole di Péguy, di cui Mons. Pezzi ha voluto esporre in Quaresima la mostra, scoprono la ferita che ciascuno si porta dentro, la «disperazione comune» delle stragi insensate nel mondo, dell’odio contro i cristiani ma anche contro la vita stessa, di una guerra fratricida e di un’istigazione quotidiana a vedere nell’altro il «nemico», del «male di vivere» di ognuno. «Che era dunque l’uomo… Come uomo non lo sapeva. Perché nessun uomo conosce l’uomo. Perché una vita d’uomo, una vita umana, come uomo, non basta a conoscere l’uomo… Suo Padre lo sapeva». 

Mi porto dentro l’episodio di una settimana prima, in una parrocchia ortodossa a cui sono state donate alcune reliquie di sant’Ambrogio di Milano. Alla liturgia è seguita una mensa comune, attorno a cui ci siamo ritrovati, cattolici occidentali e ortodossi russi. Per molti parrocchiani l’immagine del «marcio, corrotto Occidente», inculcata dalla televisione e dalle prediche del parroco, veniva per la prima volta a sovrapporsi all’incontro con dei volti concreti, i nostri. E alla fine, durante i saluti, una donna mi prende in disparte e mi ringrazia con le lacrime agli occhi: «Vede, oggi nessuno ci vuole bene… [il livello dell’ideologia, l’immagine del nemico]. Grazie, perché ci volete bene [il livello dell’esperienza]». Il senso acuto di impotenza, la coscienza di dover chiedere perdono insieme, di avere molto da impetrare, mendicare ha reso spontaneo il desiderio di invitare a questo gesto anche amici ortodossi, e altrettanto spontanea è stata la loro risposta, piena di gratitudine e di desiderio di condivisione.

Sullo schermo, durante la meditazione, sfilano immagini famose — da Giotto a Beato Angelico agli artisti bizantini — dell’agonia al Getsemani, della salita al Calvario, della crocifissione e della deposizione. «Non ha apparenza né bellezza, Uomo dei dolori, familiare con il patire», sono le parole che mi martellano dentro. Il volto di Cristo, i volti dolenti della Madre di Dio, dei discepoli, delle pie donne si sovrappongono a volti e brandelli di memoria delle vittime della guerra, delle persecuzioni, delle tante morti atroci, assurde di queste settimane. 

O al volto di Vladimir Sarab’janov, un carissimo amico, grande storico dell’arte, morto il venerdì santo a 56 anni, di cui almeno un terzo trascorsi su impalcature e trabattelli a restaurare e salvare gli affreschi delle antiche chiese a Novgorod, Pskov, Staraja Ladoga, Polock. Abbiamo lavorato insieme fino a una settimana fa a una pubblicazione sui mosaici di Santa Sofia a Kiev: un modo per riaffermare l’unità, la fraternità di due popoli nati dalla medesima conversione alla fede cristiana. Un contributo da lui scritto nel suo spirito, pacato e scevro da qualsiasi retorica ma animato dalla convinzione profonda dell’unità che l’aveva spinto, negli anni scorsi, a fare una lunga ricerca (che purtroppo non ha mai trovato un editore) sul diffuso culto, nella Rus’, di san Clemente papa, e sulla sua ricchissima iconografia. Uno dei tanti «invisibili» che in tutti questi anni in cui sono vissuta in Russia sono stati la chiave dell’autentico, meraviglioso volto di questo popolo.

Di questa umanità, la Croce è la chiave di volta. «Via crucis – via cordis». Uscendo nelle strade tutt’intorno alla cattedrale (siamo in una zona periferica di Mosca, anche se non lontana dal centro), percorrendo le strade deserte nelle ore centrali del sabato, dove alle finestre nessuno si affaccia con curiosità né tanto meno espone segni di devozione, si misura tutta l’estraneità dell’uomo di oggi. I poliziotti incaricati di sorvegliare l’ordine pubblico guardano incuriositi, uno si accende una sigaretta. Mi chiedo, involontariamente: a che cosa penserà chi ci incontra, vedendoci con questa croce, con questi canti così diversi dalla tradizione ortodossa, a una setta? Lungo la via crucis, ai canti e alle preghiere tradizionali si alternano testimonianze (un padre di famiglia, una religiosa), e preghiere e brani scelti dai giovani della diocesi, che hanno lavorato con l’arcivescovo per preparare questo gesto. La preghiera di padre Grandmaison («Conservami un cuore di fanciullo, puro e limpido come acqua di sorgente…»), i brani di Péguy sulla Passione echeggiano in traduzione russa, nel vento che ci sferza impietosamente. Eppure, guardandomi intorno vedo un gran silenzio, come se oltre a me nessuno si accorgesse del vento…

«Dio, ricco di misericordia…» sono state le parole con cui Mons. Pezzi ha iniziato la meditazione finale della via crucis. Una «misericordia che è il nome stesso di Dio, che Cristo ci ha fatto scoprire come esperienza», e di cui «la croce è la chiave che ci apre la porta». Un amore senza limiti che anche oggi «sconvolge il mondo, da Stefano ai martiri della nostra epoca nel Medio Oriente, nell’Africa del Nord, in Asia, e che si manifesta nel perdono. Il lievito della testimonianza fino al martirio è l’amore: amore a Dio e agli uomini, ai fratelli della comunità come a quanti non ci amano». «Gesù, — conclude l’arcivescovo — mostraci attraverso la croce che il male non ha mai l’ultima parola, che l’ultima parola è sempre amore, misericordia e perdono».

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