ELEZIONI UK/ La sconfitta del Labour incorona Renzi e “rottama” Bersani

Dopo l’esito delle elezioni nel Regno Unito e la sconfitta dei laburisti, qual è il futuro della sinistra europea? Quali sono i modelli di sinistra ancora validi? GIOVANNI COMINELLI

09.05.2015 - Giovanni Cominelli
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Ed Miliband. Ieri si è dimesso (Infophoto)

Qual è la condizione della sinistra europea, dopo la sconfitta laburista? La risposta a questa domanda richiede, in primo luogo, un remind essenziale degli elementi del contesto che ha fatto da scenario delle elezioni britanniche: una ripresa economica, dopo gli anni della crisi; l’emergenza di movimenti nazionalisti, populisti, antieuropeisti; la questione scozzese; il conservatorismo compassionevole di Cameron, alla cui piega ha certamente contribuito l’alleanza con i liberal-democratici di Clegg; un partito laburista che, dopo gli anni del blairismo, tentava con Ed Miliband di ricentrarlo a sinistra, con ciò continuando sulla linea di Gordon Brown, successore di Tony Blair; un sistema elettorale severo, che limita la rappresentanza, pur di avere già a sera il nome del premier.

L’esito elettorale è la risultante finale delle linee di forza che hanno preso le mosse da ciascuno degli elementi suddetti. Cameron è stato ben lungi dall’essere una Thatcher con i pantaloni. I suoi tagli della spesa pubblica, sullo sfondo della ripresa economica, non sono stati vissuti come una catastrofe sociale. Su questa catastrofe avevano insistito sia la parte dem dei liberal-democratici, sia, soprattutto, i laburisti, decisamente ri-spostati a sinistra, sotto la guida di Ed Miliband e dell’uomo forte del Labour, Ed Balls, browniano intransigente, ministro ombra del Tesoro. Tanto quest’ultimo quanto il coordinatore della campagna elettorale laburista Douglas Alexander sono stati sonoramente battuti nei loro collegi da ignoti candidati. Il centralismo statalista dei laburisti ha finito per essere travolto dal nazionalismo scozzese, europeista e “federalista”, che ha svuotato dall’interno il Labour, sottraendogli ben 40 seggi.

Preso tra i fuochi incrociati di Cameron e di Nicola Sturgeon, la leader dell’SNP, il partito nazionale scozzese, anche Farage ha dovuto gettare la spugna: caduto dal 26,8% dell’anno scorso all’attuale 12% di voti popolari, ha rimediato un solo seggio. Questi risultati non sarebbero ovviamente stati possibili, nelle dimensioni che conosciamo, se il sistema elettorale inglese non fosse stato costruito per equilibrare fortemente rappresentanza e governo, ponendo la governabilità del sistema sullo stesso piano di valore della rappresentatività. Per i nostri critici nostrani dell’Italicum, si tratta senza dubbio di un sistema antidemocratico, ai limiti della dittatura e del fascismo. Eppure gli inglesi hanno preferito ancora una volta un metodo in cui si perdono letteralmente molti voti di rappresentanza, ma che garantisce quello che secondo gli elettori è il bene più grande: un governo stabile, di parte, non di coalizione. Questo è certamente in grado di rappresentare l’intero schieramento politico, ma è altrettanto incapace di governare alcunché, se non per periodi ben determinati.

Come si prospetta, a questo punto, la sinistra europea? Tony Blair e Gerhard Schröder avevano tentato, già negli anni anni 90, di andare oltre la cultura di classe della sinistra novecentesca, prendendo atto dei mutamenti del modo di produzione capitalistico, indotti dalla terza rivoluzione industriale e dall’economia della conoscenza, e delle trasformazioni sociali conseguenti. 

Il New Labour e la Neue Mitte (il Nuovo centro) si proiettavano oltre i confini del laburismo degli inizi del Novecento e della socialdemocrazia classica di fine Ottocento. In termini di cultura politica e di policy prendevano atto che stavano affermandosi sulla scena sociale e politica nuovi strati sociali, politicamente definibili come “centro”. La reazione culturale dei vecchi partiti e dei sindacati tradizionali ha messo nell’angolo quell’impostazione audace della sinistra non solo in Gran Bretagna e in Germania, ma in tutta Europa, dalla Spagna, alla Francia, all’Italia.

Il blairismo, in particolare, fu travolto da una serie di accuse di tradimento, complice anche l’alleanza con Bush in Irak. La realtà sì è però presa le sue vendette. Gordon Brown, che aveva sempre mal tollerato il blairismo, ha chiuso la propria breve esperienza. Nel conflitto che si accese tra i fratelli Miliband, Ed e David, figli di Ralph Miliband, un intellettuale marxista inglese molto noto, fu Ed a vincere, sia pure di poco, appoggiato dal personale politico gordoniano. David se ne andò “in esilio” negli Usa. Ora questo capitolo del ritorno al pre-blairismo pare chiuso. Tornerà David Miliband?

In Francia, Hollande è stato costretto a ricorrere a Valls, che governa su posizioni liberali ed europeiste, mal tollerate dalla sinistra radicale e nazionalista. La sinistra socialista spagnola è stata messa sotto assedio da Podemos, su posizioni “indignate”. Quanto all’Italia, la cronaca degli ultimi tre anni ha riproposto uno schema di scontro analogo a quello degli altri Paesi europei, con un esito a scoppio ritardato e imprevisto dai più. Renzi ha provato a fare il Blair/Schröder all’italiana. E ha vinto.

Sembrano dunque ripresentarsi due modelli di sinistra in Europa: il modello sinistra-centro e il modello sinistra-sinistra, che per ora è vincente solo in Grecia. Detto all’italiana: lo scontro tra il partito della Nazione (partito del Paese) di Renzi e la “ditta” Bersani-D’Alema; tra il partito che va oltre i vecchi confini di classe e il partito del “nessun nemico a sinistra”; tra il partito interclassista e il partito/sindacato dei lavoratori. Insomma: le elezioni inglesi parlano a noi e di noi.

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