STRAGE A CHARLESTON/ “Armi troppo facili” (Obama) o evidenze perdute?

- Riro Maniscalco

Dylann Storm Roof, 21 anni, suprematista bianco, entra in una chiesa metodista a Charleston, Soth Carolina, assiste alla preghiere e poi fa una strage. RIRO MANISCALCO

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Foto d'archivio

NEW YORK — Per Joe Riley, il Sindaco di Charleston, South Carolina, non può che essere un “hate crime“, un crimine dettato dall’odio razziale. Un giovane poco più che ventenne, uno che dalle foto emerse sembra lo stereotipo del “razzista”, bianco pallido, magro, biondastro con i capelli a caschetto, entra in una chiesa, sta lì un’ora con il gruppetto di fedeli pregando o facendo finta di pregare, e poi comincia ad ammazzarli, uno ad uno, assicurandosi che ci sia chi resti in vita per raccontare l’accaduto. Lo hanno preso: si chiama Dylann Storm Roof, 21 anni. Sorge in noi una sola domanda: perché? 

Mercoledì sera la Emanuel African Methodist Episcopal Church aveva aperto le porte per un momento di preghiera sotto la guida del suo pastore, il Reverendo Clementa Pinckney. Wednesday night prayer meeting. Fino a ieri sapevo degli incontri di preghiera del mercoledì sera per via di un fantastico pezzo scritto da Charles Mingus che si intitola proprio così. I suoi ricordi di bambino, di quando i suoi lo portavano al service, resi in musica. Ognuno custodisce i suoi ricordi, ma i ricordi devono diventare memoria per portare frutto. Adesso nella memoria mia al brano si accompagnerà l’immagine di questi nove esseri umani uccisi in una chiesa, in un luogo sacro, nella casa del Padre di tutti, di chi uccide e di chi è ucciso. Uccisi nella casa del Padre come quelle quattro bambinette fatte saltare per aria nel ’63 a Birmingham nella 16th Street Baptist Church. Un’oltraggio a Dio, uno spasmo di onnipotenza. Nemmeno Mingus, pur nella sua vita violenta, eccessiva e sregolata, aveva certamente in mente nulla di questo. E non ce l’aveva in mente neanche Charleston, cittadina democratica di neanche 130mila abitanti, dove la comunità nera aveva reagito con grande responsabilità e compostezza alla morte di un uomo colpito alle spalle da un poliziotto lo scorso aprile. Chissà, magari nel cervello del giovane assassino la molla è stata proprio l’incriminazione di quel poliziotto bianco avvenuta qualche giorno fa.

Ancora una volta forse riusciremo a ricostruire gli eventi, attimo per attimo. Forse riusciremo a rintracciare nella vita dell’uccisore tracce di follia, o indizi di una perversione crudele esplosa all’improvviso. Ma ancora una volta l’unica domanda seria che dovremmo porci è che cosa mi è chiesto. Non cosa è chiesto alla “società”, alle “autorità”, alla polizia, ma cosa è chiesto a me! Pensiamo che tutto quel che c’è da fare sia agire per prevenire? Prevenire cosa? Si può “prevenire” la mancanza di significato della vita? Si può “prevenire” la mancanza di Bene? Si può “prevenire” la mancanza di felicità? 

Ci sono delle cose “evidenti” nella vita. Ci sarebbero, o c’erano. Erano evidenti per i miei  nonni, per i miei genitori, lo sono anche per me. Persino negli anni della segregazione razziale gli uomini “sapevano”. Sapevano, riconoscevano una “evidenza”, ma le preferivano il possesso ed il dominio, così come possiamo fare anche noi nei nostri rapporti quotidiani, al lavoro, e persino in famiglia. Ma queste evidenze alla radice del nostro essere sembrano in via di estinzione. E quella razziale non è l’unica evidenza che neghiamo. Abbiamo addirittura perso le tracce dell’uomo e della donna, di quel che l’uomo e la donna “evidentemente” sono. Perché stupirsi se qualcuno sceglie la strada della violenza? Senza “evidenze” ognuno è schiavo della propria “libertà”, ognuno fa i conti solo con la propria istintività. 

E se l’espressione “perdita delle evidenze” ci suona strana e astratta, ahimè, vuol dire che le stiamo proprio perdendo. Ed il primo sintomo di questo impoverimento umano è che qualunque cosa accada, qualunque bruttura e violenza ci scorra davanti, l’unica cosa che cresce in noi à la paura della morte, cioè l’egoismo.

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