REFERENDUM GRECIA/ Il “jolly” di Tsipras impossibile per l’Italia

- int. Antonio Ruggeri

La Costituzione non prevede il referendum consultivo e lo vieta per le questioni internazionali: parla ANTONIO RUGGERI, giurista che ha insegnato anche in Grecia

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Alexis Tsipras (Infophoto)

«Un referendum come quello indetto dal governo Tsipras sui rapporti con l’Europa non potrebbe essere proposto ai cittadini italiani». Antonio Ruggeri, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Messina, ha insegnato nell’Ateneo di Salonicco. Parla il greco moderno, segue quotidianamente la stampa ellenica. E – nel corso di questa conversazione con ilsussidiario.net – segnala che “Kathimerini” (il grande giornale ateniese che ieri ha fatto da fonte ufficiosa per i media di tutto il mondo) ha riferito di una pressante richiesta del leader dell’opposizione di centrodestra Antonis Samaras al Presidente della Repubblica Prokopis Paulopoulos: un appello al paese per il sì al referendum di domenica. Paulopoulos, per ora, avrebbe opposto la neutralità istituzionale.

«Il presidente della Repubblica – sottolinea Ruggeri – ha la responsabilità ultima, morale prima ancora che istituzionale, verso lo Stato di cui ricopre la massima carica. Anche in una Repubblica parlamentare – come quella greca o quella italiana – il Presidente, secondo una ricostruzione teorica molto accreditata, potrebbe rivestire i panni di reggitore ultimo dello Stato, in situazione di eccezionale gravità, quando cioè è in gioco la sopravvivenza dello Stato stesso. Anche in Italia si sono avute congiunture, come quella del 2011, al verificarsi delle quali la presidenza della Repubblica ha esercitato le sue funzioni costituzionali caricandole di una significativa valenza politica: ma lo richiedeva e giustificava il peculiare, grave contesto politico-economico del Paese; ed erano situazioni incomparabili con quella drammatica in cui versa oggi la Grecia».

Per ora in Grecia la parola rimane al governo che ha indetto un referendum: un passo legittimo secondo il quadro costituzionale nazionale?

Sì, in Grecia è possibile, in base a quanto prevede l’art. 44 della Costituzione, proporre un referendum su “gravi questioni nazionali”. E il Governo non è formalmente obbligato alle dimissioni in caso di voto popolare contrario alle proprie indicazioni; è tuttavia fuor di dubbio che sia politicamente tenuto a rassegnarle, una volta che il voto popolare suoni quale sostanziale delegittimazione della linea politica tracciata dal Governo stesso.

Il quesito che – a quanto è noto – verrà proposto sulla scheda è questo: “Il piano proposto dalla Commissione Europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale all’Eurogruppo del 25 giugno 2015 deve essere accettato? Il primo documento si intitola “Riforme per la concorrenza dell’attuale programma e oltre lo stesso” e il secondo “Analisi preliminare della sostenibilità del debito”. È una formulazione accettabile?

È una formulazione discutibile, anche se la vicenda è talmente eccezionale da poter giustificare anche la posizione di un quesito così congegnato. Da un punto di vista strettamente giuridico, a ciascuna scheda dovrebbero probabilmente essere allegati i testi completi delle bozze di accordo. Ma il problema è più ampio: chi voterà domenica in Grecia conosce, sia pur sommariamente, gli effetti di una rottura fra la Grecia e la Ue? Credo che non li conosca nessuno, non solo ad Atene. Credo anche che non tutti i cittadini degli altri paesi-membri dell’Unione siano informati e consapevoli delle stime del costo di un precipitare della crisi greca. Stime inevitabilmente imprecise: ho sentito parlare di alcune decine di miliardi di euro per l’Italia, alcune centinaia per la Germania. Come si fa a esprimere una volontà consapevole quando i dati ai quali fare riferimento sono così insicuri?

Il governo italiano potrebbe sottoporre ai propri cittadini un quesito analogo?

La lettura della Costituzione non lascia adito a dubbi. In Italia è possibile indire referendum costituzionali e referendum abrogativi di leggi o atti aventi forza di legge. Non sono previsti referendum consultivi a livello nazionale. E la Corte costituzionale ha chiarito che non possono essere in alcun modo oggetto di referendum leggi di esecuzione di trattati internazionali o atti che implichino responsabilità internazionali del Paese.

 

Un “referendum per far uscire l’Italia dall’euro” non sarebbe dunque praticabile? 

La nostra Costituzione in vigore non lo prevede.

 

Torniamo all’emergenza greca: come giudica il passo di Tsipras?

È un passo non privo di razionalità politico-istituzionale. Il premier greco non si vuole assumere la responsabilità ultima di un accordo con l’Europa: qualunque fosse il suo contenuto smentirebbe le promesse e gli impegni che lo hanno portato a vincere le ultime elezioni. Rimette quindi la valutazione ultima direttamente al popolo greco e non mi stupirei se – in cuor suo – si augurasse un’affermazione del sì. In questo caso – lo ripeto: in linea strettamente costituzionale – il Governo non sarebbe, da un punto di vista giuridico-formale, obbligato a dimettersi, anche se in termini sostanziali quest’esito sarebbe probabilmente inevitabile, così come difficilmente evitabili sarebbero, in un siffatto scenario, nuove elezioni generali: a meno che il Presidente della Repubblica non intenda esplorare la formazione di un governo di unità nazionale. Ma non dimentichiamo che nel Parlamento greco in carica Tsipras è sostenuto da una maggioranza netta.

 

Lei è uno studioso italiano che ha insegnato in Grecia: qual è il suo punto di vista di osservatore attento?

Sono scoraggiato soprattutto come europeo. Torno dalla Germania, dove un amico mi ha ricordato i prelievi fiscali che – a oltre un quarto di secolo dalla caduta del Muro – gravano ancora sui tedeschi “ex occidentali” per lo sforzo economico di lungo periodo legato alla riunificazione delle due Germanie. Tutto questo si è reso possibile grazie al forte senso di identità nazionale che i tedeschi hanno avuto (e hanno), alla loro ferma convinzione di avere una comune appartenenza che li rende partecipi di uno stesso destino collettivo. L’Europa invece non ha ancora, né sappiamo se mai avrà una consapevolezza siffatta (la triste vicenda della gestione dei migranti che approdano presso le nostre coste ne dà una eloquente testimonianza). Nessuna solidarietà, dunque, da parte dell’Unione o dai suoi singoli Stati. Se c’è un demos europeo, è in situazioni straordinarie, quale quella che oggi vive la Grecia, che la solidarietà deve venir fuori e porsi a mo’ di collante che tiene uniti popoli pur diversi per tradizioni storiche.

 

(Antonio Quaglio)

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