RISULTATO REFERENDUM GRECIA/ 2. Il “fattore umano” dimenticato da analisti e giornalisti

- Sergio Coggiola

Ad Atene ieri è stata una giornata particolare, dato che si è votato il referendum. Ma fare analisi su cosa accadrà ora è arduo. SERGIO COGGIOLA ci spiega perché

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 “E ora, che sarà di noi senza Barbari? Loro erano comunque una soluzione”. Konstantinos Kavafis (“I Barbari”). Domenica 5 luglio ore 07.00. La solita coda al bancomat per ritirare i 50 euro giornalieri (il taglio da 20 è sparito). Di fronte un forno, che fa parte di una catena di panetterie. Un cartello affisso sulla vetrata scrive che “per pensionati, disoccupati e famiglie il pane è gratuito fino a quando le banche resteranno chiuse”. Meraviglioso! Non esiste l’equivalente in italiano della parola “filotimo”. Per i greci significa fare qualcosa di buono per gli altri che fa bene anche a se stessi. Poi si scorrono i quotidiani italiani. Una citazione da “l’Unità” (ex organo del Partito comunista italiano. Il quotidiano del Partito comunista di Grecia si chiama invece “Il Radicale”) che sintetizza il pensiero di molti giornalisti e commentatori italiani: “Il voto di domani ha assunto un valore che va ben oltre la semplice consultazione popolare voluta dal governo Tsipras Decidendo se accettare o meno le condizioni imposte dall’Unione europea per sostenere il debito di Atene, i cittadini greci lanceranno un messaggio che potrebbe cambiare gli equilibri economici, politici e sociali di tutto il continente”. Chi invece aveva capito la scelta politica di Tsipras ha scritto: “Una cosa è certa: la mossa del referendum ha compattato in modo assai evidente tutto il partito di Syriza. Nel corso della scorsa settimana la possibilità di un accordo, apparsa a portata di mano nel primo vertice dei capi di stato e di governo dell’Unione, prima della reazione negativa del Fmi, aveva creato dei malumori all’interno del partito di Alexis Tsipras. Ma la scelta di indire una consultazione popolare, ha ricompattato le due correnti principali della Coalizione della Sinistra Radicale (Syriza, ndr)”. Analisi poi sfuggita dalla labbra, parecchi giorni più tardi, dal vice ministro Efklidis Tsakalotos.

Comunque per ritornare all’analisi “europeista”, spetterà alla leadership di Bruxelles discutere del risultato ellenico, perché buona parte dei greci ha un’idea diversa del referendum, in pochi conoscono Orazio: ”La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore”. L’ignavia europea scossa dal 2% del Pil europeo? Fantastico! I greci antichi hanno inventato la democrazia, i neo-greci hanno rifondato l’Europa? Esplosivo! Francamente non credo che l’elettore ellenico sappia di avere in mano il destino dell’Europa, di certo sa che vuole restare in Europa. Più del 65% vuole la Grecia nell’euro, e una buona percentuale di questi votano No, convinti di offrire a Tsipras maggior forza.

Dall’altra parte dell’Adriatico dunque ci sarà da riflettere sul risultato del voto, con tutta calma, serenamente, senza però entrare in un supermercato e gettare lo sguardo nel carrello del vicino, senza fare la fila al bancomat, senza divieto di accedere alla cassetta di sicurezza o al conto bancario, ma con la prospettiva che le banche non apriranno domani martedì. Se poi accettiamo la posizione di Tsipras quando sostiene che la Grecia è in guerra con l’Europa, allora mi sembra che alcuni analisti e commentatori continuino a discutere soltanto sulle ragioni del fallimento dell’accordo di Monaco del 1938. Se guerra è, deve finire. Per i greci le condizioni della pace saranno pesanti, comunque. 

Noi giornalisti voliamo alto anche quando circoliamo per le strade di Atene. Parliamo con testimoni, a cui, purtroppo, non vengono mai rivolte le domande corrette alle persone, ad esempio sulle disfunzioni dello Stato e sui disequilibri sociali di cui anche loro fanno parte, e a volte ne sono complici silenziosi e interessati. Può sembrare banale ascoltare, in Italia, le parole di Matteo Renzi quando afferma che l’Italia non è disposta a pagare i baby-pensionati greci, visto che noi italiani le abbiamo abolite. In Atene invece questa “banalità” ha una valenza diversa, perché, nonostante i moniti europei ad abolire questo privilegio che grava sul bilancio statale (soprattutto negli ultimi quattro anni), i governi ellenici hanno continuato a permettere a molte persone di andare in pensione a 55-60 anni. Un privilegio uguale un voto, un voto in più la mia sopravvivenza al potere. E non si creda che questi baby pensionati si ritirino a vita privata. Semplicemente continueranno a lavorare, ma in nero. Condannano un giovane disoccupato ed evadono le tasse. 

Comunque sia: i “patrioti” sanno perché dicono No, così pure i “traditori” sanno perché votano Sì. Ho usato due parole “pesanti” (dimenticate dal lessico sociale e politico italiano) che ho preso a prestito dagli slogan dei fautori del No, e dai loro commenti sul social-media (non cito le parolacce e gli insulti). D’altra parte mi sorregge anche la logica usata dal primo ministro. Dice Tsipras: il No nel referendum è la posizione dei greci orgogliosi che combattono per la patria contro gli autarchici europei, mentre il Sì è la posizione dei greci asserviti allo straniero che si schierano con il nemico europeo. Nel suo messaggio ha per caso riferito che il voto dei suoi concittadini riguarda anche il futuro dell’Europa? No. E parliamo di democrazia.

È vero, il referendum è un suo strumento, ma si dovrebbe chiedere alla Presidente del Parlamento – organo supremo di rappresentanza di tutti i greci – e seconda carica dello Stato la ragione per cui di fronte al sede del Parlamento, venerdì sera, è apparsa alla folla del No con il braccio sinistro teso e il pugno chiuso. Immagine di tempi ormai archiviati nella storia, per noi, ma non per alcuni di loro, i greci intendo. E sempre sul referendum. Se vincerà il No, alla percentuale definitiva si dovrà sottrarre almeno il 5% dei voti espressi dai neo-nazisti (i comunisti si astengono). Anche loro sono per il No, con il corollario che chiedono il radicale distacco della Grecia dall’Europa. Se ne parlerà? Forse no. Tanti segnali inquietanti di cui nessuno finora ha parlato. 

Continuo a leggere i quotidiani italiani che si arrovellano sui possibili scenari che si innescano da oggi. Tutti sostenibili, condivisibili che però non tengono in alcun conto il “fattore umano” di coloro che sono sia al potere e sia all’opposizione. In caso di sconfitta del No, non è certo che qualcuno lascerà facilmente il potere, così come i “syrizei” e i clerico-nazionalisti appoggeranno un governo di “salvezza nazionale” (l’opposizione dispone solo di 106 voti). Se vincerà il No, il primo ministro volerà a Bruxelles per trattare. Su quali basi? Verrà accolto a braccia aperte? E se qualora, ipotesi, si andasse alle elezioni (dopo aver esaurito le procedure che prevede la Costituzione, nel caso che in cui sia trascorso meno di un anno dalle ultime consultazioni) i greci dovranno scegliere tra facce politiche ormai screditate, alcune di ieri, altre di oggi. Ma dello spessore politico della “casta” nessuno ha sprecato inchiostro, spazio e analisi. Ecco in sintesi che cosa potrebbe riservare ai greci il futuro prossimo, parliamo di pochi mesi. Votare questi giovani “dilettanti” o votare i vecchi “farabutti”? E allora chissà se questo referendum creerà le condizioni politiche che obbligheranno tutti i partiti a sedersi attorno a un tavolo per discutere il futuro del Paese, e non certo il futuro dell’Europa dei burocrati.

Ottima ipotesi, dice un mio amico accademico, che però mi obietta: ma quale faccia avranno questi “nuovi” politici disposti al dialogo? E risponde: purtroppo le solite facce – Samaras, Karamanlis, Venizelos, Tsipras e le loro seconde file – tutte screditate. Purtroppo perché l’unica novità del panorama politico è il “Potami”, ma guarda caso è una formazione finanziata da un oligarca, e dalla società civile nessun segnale. Restano due certezze: i comunisti, quelli originali e coerenti, e i neo-nazisti, quelli in galera in attesa di giudizio. Siamo alla catarsi? Per Socrate la catarsi è il risultato del dialogo, quello condotto, come scrive Platone, che porta alla purificazione, alla liberazione da quelle croste dell’ignoranza presuntuosa che crede di possedere saperi definitivi. 

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