DALLA GRECIA/ La “disputa” interna costata il posto a Varoufakis

- Sergio Coggiola

Il giorno dopo il referendum Atene si risveglia con le dimissioni di Yanis Varoufakis. SERGIO COGGIOLA ci spiega cosa c’è dietro questa mossa e il senso del voto greco

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Yanis Varoufakis (Infophoto)

Il bruco si è trasformato in farfalla? Speriamo di sì per il futuro di questo Paese. Tsipras ha chiesto di essere perdonato per gli sbagli commessi dal suo governo e da alcuni suoi ministri in questi cinque mesi di presunte trattative. Il 61,31% gli ha offerto una seconda occasione. E da ieri sono iniziati i colloqui di sostanza per mettere nero su bianco numeri e impegni. Il suo primo gesto di buona volontà è stato di imporre a Yanis Varoufakis le dimissioni: Yanis, basta con le tue marachelle, sei espulso! Yanis si è messo a pestare i piedi, dicendo che la colpa era degli europei, ma il capoclasse è stato inamovibile. Così il “varoufexit” si è compiuto. L’euro ha apprezzato il “varoufexit” recuperando sul dollaro, poco dopo l’annuncio ufficiale delle sue dimissioni. Nella settimana prima del referendum molti ministri avevano esposto a Tsipras i loro dubbi sulla linea di rottura adottata da Varoufakis. In sintesi, il ministro aveva spazientito anche i suoi compagni di governo con i suoi bizantinismi ludo-economici.

A Bruxelles hanno tirato un sospiro di sollievo, anche se le prime dichiarazioni registrano un tono di pessimismo. Un lungo e radioso avvenire attende Yanis. Sicuramente la sua esperienza si tradurrà in conferenze lautamente retribuite e in libri best-seller. Un giorno forse si saprà di più di questo strano rapporto tra un giovane funzionario di un piccolo partito e un economista “fanta-marxista”. Per ipotesi si potrebbe far risalire la loro convergenza nel 2010, quando Varoufakis espose per la prima volta le sue idee sulla crisi ellenica. Le sue analisi coincidevano con la linea di Syriza del 2010: uscita dall’euro e lotta alla euro-tirannia dei capitali. Nel frattempo, qualcuno lo ha consigliato di allacciarsi il casco quando sale in moto. Nel tardo pomeriggio, Efklidis Tsakalotos ha giurato quale nuovo ministro delle Finanze.

Dunque, Tsipras ha scommesso e ha vinto la sua prima battaglia interna. Si spera che strappi buone condizioni per la pace, ormai sicuro che nessun dei suoi ministri oserà più contestare le sue scelte. Cristallina l’interpretazione del voto del giovane Alexis Tsipras: ho piena coscienza che il mandato ricevuto non è per la rottura con l’Europa, ma per raggiungere un accordo più ragionevole. Le posizioni di Panos Kammenos, ministro della difesa e alleato di governo, hanno invece lasciato perplessi numerosi commentatori. In sintesi, il generale senza greche ha attaccato la stampa, ha consigliato ai giornalisti stranieri di essere più cauti, e poi il botto: sì è scagliato contro il “nemico alle porte”, sempre pronto ad aggredire l’ellenismo. È una parola che può non avere significato per uno straniero. Per un greco è la sintesi della sua identità culturale e religiosa.

Da ieri, il primo ministro è chiamato a gestire il nuovo paradigma in cui è entrata la Grecia che sarà obbligata ad avviare profonde riforme strutturali, accompagnate da un nuovo credito di almeno 30 mld. A essere “malpensanti” si potrebbe dire che la prassi del “dogma dello shock” ha raggiunto il suo obiettivo. I greci sono oggi disposti ad accettare gli stessi sacrifici che fino a due settimane  fa non avrebbero voluto subire da un partito che, nella sua campagna elettorale, aveva promesso la fine dell’austerità. Il governo, invece da ieri si è liberato dalle catene delle sue iperboli elettorali, e ha adottato un’altra narrazione sociale. Un risultato win-win? A meno che il rimbalzo del risultato sul tavolo del summit europeo di oggi non si riveli un win-lose. Oggi si saprà anche se la Bce riempirà i cassetti dei bancomat, ormai in riserva.

La seconda conseguenza concreta del risultato sono state le tardive dimissioni del Presidente ed ex primo ministro Antonis Samaras. Era un gesto che doveva fare sei mesi fa, il giorno dopo la sconfitta del 25 gennaio. Era rimasto al timone pensando che il governo di sinistra sarebbe stata una solo una “parentesi” e che il popolo lo avrebbe richiamato dall’esilio. Questo gesto – Tsipras e Kammenos  non si sarebbero mai seduti allo stesso tavolo con Samaras –  ha aperto la strada alla convocazione ieri, da parte del Presidente della Repubblica,  dei leader di tutti i partiti (neo-nazisti esclusi) per discutere del futuro del Paese. Finalmente dopo cinque anni inizia il dialogo “patriottico”, noi diremmo di “salvezza nazionale”. I leader, a esclusione del comunista, hanno firmato un documento comune in cui si afferma che la proposta che Tsipras porta oggi al vertice di Bruxelles ha il sostegno di tutti i partiti, e si ribadisce la volontà della Grecia di restare nell’euro.

I “no” sono un “sì” a Tsipras, perché in filigrana, nonostante la domanda ufficiale fosse sfocata e truffaldina, la domanda sostanziale di Tsipras cui i greci dovevano rispondere era: mi  date la forza per strappare condizioni migliori?  Ha trionfato il fronte del No. Si potrebbe scomporre il dato in più sezioni. Quelli che hanno votatono.no.no, cioè coloro che sono contro l’accordo, contro l’austerità e contro il ricatto europeo, quelli che hanno votatono.no, cioè coloro che sono contro l’accordo e contro l’austerità, quelli che hanno votato no.sì, cioè coloro che sono contro l’accordo ma a favore della ripresa della trattativa, e i no.basta, cioè coloro che hanno votato contro la vecchia “casta” politica che nei giorni scorsi, con la sua presenza, ha infastidito,  e a ragione, non pochi elettori, e contro tutte quelle dichiarazioni dei leader stranieri che si sono schierati per il “sì”, preannunciando infausti giorni per il Paese. Una bella lezione è stata data loro: i greci hanno risposto invitandoli a pensare ai fatti di casa propria e non ai fatti della Grecia.

D’altra parte, a dispetto di tanti economisti e commentatori che proiettano Atene su Bruxelles, il referendum era un disputa tutta interna alla Grecia. Il diritto di esprimersi liberamente sul proprio futuro era represso dal 2011, quando Papandreou lanciò l’ipotesi del referendum. Venne convocato a Cannes da Merkel e Sarkozy. Venne bacchettato e ritornò ad Atene con le pive nel sacco, tradito anche dal suo ministro dell’Economia, Evangelos Venizelos. Alexis Tsipras ha sbagliato soltanto nella scelta della data. Pagherà questo errore strategico? Se Atene ha indicato all’Europa un nuovo percorso, lo sapremo presto.

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