BIMBO BRUCIATO VIVO/ Il piccolo Ali, simbolo di una guerra infinita tra Israele e Palestina

- Filippo Landi

Si chiamava Ali Saad Dawabsheh il bimbo palestinese di 18 mesi bruciato vivo in un incendio doloso appiccato alla sua abitazione nel villaggio di Kfar Douma, a Nablus. FILIPPO LANDI

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Un uomo mostra la foto di Ali Saad Dawabsheh (InfoPhoto)

Non lontano dalla città di Nablus c’è il villaggio di Kfar Douma. Qui nella notte tra giovedì e venerdì si è consumata la morte di Ali Saad Dawabsheh. E’ morto tra le fiamme ed il fumo della sua casa data alle fiamme con delle bombe incendiarie. Il padre, la madre ed il fratellino di 4 anni sono forse scampati alla morte, ma non alle ferite ed alle ustioni ed ora sono ricoverati in ospedale. La cronaca di questo evento può essere arricchita di altri particolari. Il principale: sul muro esterno della casa incendiata, sotto il motore di un condizionatore d’aria è stata disegnata la stella di Davide e sono state trovate scritte in ebraico ed una in particolare “vendetta”. Non è il primo caso. Dall’agosto 2012, ci raccontano gli “archivisti” dell’associazione pacifista israeliana B’tselem, nove case di famiglie palestinesi sono state incendiate da estremisti israeliani nei territori della Cisgiordania; un taxi dato alle fiamme ed i passeggeri ustionati; alcune moschee e la Chiesa della Moltiplicazione dei pani e dei pesci danneggiate in vario modo; nessun colpevole arrestato né condannato.

La cronaca andrebbe arricchita con le reazioni. Quelle palestinesi. Da quella dell’Autorità Nazionale Palestinese che giudica Israele “responsabile” di quanto accaduto e annuncia di voler portare i governanti israeliani davanti alla Corte Penale internazionale per i crimini di guerra compiuti dai coloni ebrei in Cisgiordania. Alla reazione di gruppi e movimenti palestinesi che considerano ogni “civile” o militare israeliano un possibile obiettivo da colpire. Alle reazioni dei governanti israeliani che, attraverso il premier Netanyahu, invitano il presidente palestinese Abu Mazen alla comune lotta conto i “terroristi”.

Conclusa la cronaca, raccontate le reazioni, i giornalisti giunti a Kfar Douma “non lontano da Nablus” sicuramente si saranno fermati a bere un caffè e poi saranno ripartiti per Gerusalemme. Qualcuno con la morte nel cuore per dover presto raccontare di altre uccisioni per “vendetta”. Quella strada da Nablus a Gerusalemme, però, è come si diceva una volta “maestra di vita” . Non solo i giornalisti, ma anche gli editorialisti, i professori, i militari, i diplomatici e i politici occidentali, la dovrebbero percorrere almeno una volta. Una strada di poche decine di chilometri, che attraversa un paesaggio talvolta brullo, talvolta arricchito di alberi ricordo di più estese foreste ormai distrutte. Percorri la strada di fondovalle da Nablus a Gerusalemme e ti accorgi, mentre la “cronaca” non ti assale più alla gola, che non esiste più una collina, ai due lati di questa strada, che non sia stata “urbanizzata”. Non dai palestinesi, ma dai nuovi coloni israeliani ed ebrei. I primi ed i più vecchi di loro arrivarono qui dopo la guerra dei Sei Giorni, nel 1967. Erano ancora avanguardie e al governo in Israele c’erano ancora i laburisti. Quello che diventerà il Capo dello Stato di Israele, Shimon Peres, darà il via libera, all’epoca, alle prime colonie. Poi sono arrivati altri governi di unità nazionale o di destra. Da qualche anno c’è Netanyahu. Intanto ogni collina è stata urbanizzata e “fortificata”, le piccole colonie sono divenute cittadine con migliaia di abitanti; avvicinandosi a Gerusalemme incontri Ofra e comprendi che le colonie sono scese dalle colline per estendersi sui territori a ridosso della fondovalle.

Tutto questo “non lontano” da Nablus e sempre su territori palestinesi. C’è ancora in giro il detto latino “se vuoi la pace prepara la guerra”. Chiunque guarda le colonie israeliane tra Nablus e Gerusalemme si chiede: quale pace, tra palestinesi ed israeliani, sarà mai possibile costruire in presenza di queste colonie? Una domanda semplice, che non investe, in primo luogo, gli estremisti ebrei, religiosi o nazionalisti che siano. Il Capo dello stato israeliano Reuven Rivlin ha detto ieri che è stato sottovalutato il terrorismo ebraico. In verità, è stato sottovalutato, anche e soprattutto, l’impatto devastante di decenni di espansione delle colonie, con il sostegno militare ed economico dei governi israeliani che si sono via via succeduti. Gli estremisti ebrei si sono sentiti compresi nel loro obiettivo di fondo: la costruzione della Grande Israele, dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. Gli estremisti palestinesi (come quelli che uccisero anni fa una famiglia di coloni ebrei ad Itzar “non lontano” da Nablus) continuano a pensare che la violenza e non i “colloqui” di pace sia l’unica arma possibile.

All’arrivo a Gerusalemme, chi proveniva da Nablus, ha trovato ieri una Città Vecchia assediata dalla polizia. Tutti gli uomini palestinesi con meno di 50 anni non sono potuti andare a pregare sulla Spianata della Moschee. Per “prevenire” incidenti, è stato giustificato. Ma, può essere questo l’unico modo di far politica.

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