CASO MARO’/ Curti Gialdino: sul Tribunale del mare l’”ombra lunga” degli errori italiani

- int. Carlo Curti Gialdino

Caso marò. L’Italia si è appellata al Tribunale internazionale del diritto del mare, per chiedere “misure cautelari” urgenti a tutela di Latorre e Girone. Il punto di CARLO CURTI GIALDINO

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Salvatore Girone e Massimiliano Latorre (Infophoto)

Caso marò, nuovo capitolo. L’Italia si è appellata al Tribunale internazionale del diritto del mare (Itlos), per chiedere “misure cautelari” urgenti a tutela dei marò (il rientro in Italia di Salvatore Girone, la permanenza di Massimiliano Latorre e la fine della giurisdizione indiana), in attesa del verdetto della Corte arbitrale dell’Aja nella procedura contro l’India avviata il 26 giugno scorso. Ieri, oltre al primo giorno di udienza, sono stati pubblicati sul sito dell’Itlos i documenti della procedura scritta, cioè sia la domanda italiana di misure cautelari del 21 luglio scorso, sia le osservazioni scritte dell’India del 6 agosto. Ora i 21 giudici che compongono il collegio dell’Itlos (tra di essi il giudice indiano P. Chandrasekhara Rao e l’italiano Francesco Francioni, mentre il presidente è il russo Vladimir Golitsyn) decideranno, non prima del 24 agosto, se il Tribunale ha la giurisdizione sul caso, se le richieste italiane sono ammissibili, se esistono motivi di “urgenza” o il rischio di “danno grave e irreparabile»” tali da dover decidere sulle misure cautelari prima che venga costituito il tribunale arbitrale dell’Aja. Carlo Curti Gialdino, docente di diritto internazionale ala Sapienza di Roma, 18 anni alla Corte europea, ha sott’occhio il “caso marò” dal primo giorno, quel 15 febbraio 2012 in cui la petroliera Enrica Lexie, cedendo alle richieste delle autorità indiane, venne fatta attraccare nel porto indiano di Kochi.

Professore, cosa pensa della strategia del collegio difensivo italiano nella prima udienza tenuta ieri concernente la richiesta di misure cautelari?
Una prima notazione riguarda l’ineguale lunghezza dei documenti citati (17 pagine la domanda italiana, più un elenco di allegati, molti dei quali tuttavia confidenziali in quanto contenenti relazioni cliniche e 63 pagine le osservazioni indiane, più l’elenco degli allegati). L’esperienza giudiziaria insegna, per un verso, che non è di certo la lunghezza di una memoria ad impressionare i giudici e, per altro verso, che, spesso, scrive di più chi cerca di far valere una posizione all’apparenza più debole. 

Ed è così anche in questo caso?
La maggiore organicità della memoria indiana ha implicato che la difesa dell’Italia nell’udienza di ieri mattina ha dovuto ribattere colpo su colpo alle osservazioni del governo di Delhi. Ora, partire in difesa non è forse la migliore delle strategie dibattimentali!

In udienza, l’ambasciatore Francesco Azzarello ha detto, secondo fonti di agenzia, che “l’incidente” che ha coinvolto i nostri marò “è stato caratterizzato da una serie di violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità indiane”, tra cui la “libertà di navigazione, il dovere di adempiere agli obblighi della Convenzione del mare, la giurisdizione esclusiva dello Stato della bandiera e il dovere di cooperare alla repressione della pirateria”. Condivide?
L’ambasciatore Azzarello è il capo della missione diplomatica dell’Italia presso i Paesi Bassi, scelto, secondo una risalente tradizione, come agente del governo italiano, dato che a L’Aja terrà le udienze il tribunale arbitrale. Essendo un diplomatico, per di più con una formazione universitaria in Economia, si è limitato ad una presentazione in termini generali della controversia e così ha trattato contemporaneamente questioni che saranno decise dal costituendo tribunale arbitrale — precisamente quelle evocate nella sua domanda — insieme alla richiesta delle due misure cautelari avanzate dall’Italia. 

Vediamole. 

Esse concernono, com’è noto, l’una, la sospensione da parte dell’India di ogni procedimento giudiziario (davanti alla Corte suprema e dinanzi al tribunale speciale) nei confronti dei due fucilieri di marina e, l’altra, il mantenimento in Italia di Latorre ed il rientro in patria di Girone, entrambe le misure per l’intera durata del procedimento arbitrale. E’ solo su queste misure l’attuale oggetto del contendere. Peraltro, occorre dire che sui presupposti per la loro emissione da parte dell’Itlos si è concentrato — direi in modo adeguato e convincente — il team di giuristi messo in campo ieri dal governo italiano (sir Daniel Bethlehem e sir Michael Wood, già consiglieri giuridici principali del Foreign and Commonwealth Office, Attila Tanzi, professore di diritto internazionale all’Università di Bologna e Guglielmo Verdirame, professore di diritto internazionale al King’s College di Londra).

L’Italia ha richiamato, a proposito delle richieste avanzate all’Itlos, il precedente dell’Arctic Sunrise. Che ne pensa?
Va spiegato, altrimenti non ci capiamo. Il caso Arctic Sunrise riguardò la nave rompighiaccio, che navigando nel mare Artico, nella zona economica esclusiva della Federazione russa, protestava contro le trivellazioni di Gazprom e che il 19 settembre 2013 venne sequestrata dalla guardia costiera russa insieme al suo equipaggio di attivisti di Greenpeace. Questi ultimi vennero dapprima accusati di pirateria, poi derubricata in vandalismo. In quel caso, i Paesi Bassi, in qualità di Stato della bandiera, dopo essersi inutilmente rivolti alle autorità russe, chiesero all’Itlos di emettere talune misure cautelari. Con ordinanza del 22 novembre 2013 l’Itlos — dopo aver deciso che la mancata comparizione in giudizio della Russia non impediva l’adozione delle dette misure — ordinò il dissequestro della nave e la liberazione dell’equipaggio, previo versamento da parte dei Paesi Bassi di una cauzione di 3.600.000 euro.

Quindi?
Ora, a giudizio dell’Italia, il caso menzionato costituisce un buon precedente dato che l’Itlos ha riconosciuto il pregiudizio che avrebbero subìto i Paesi Bassi qualora la detenzione dell’equipaggio da parte della Federazione russa si fosse protratta nelle more del procedimento dinanzi al tribunale arbitrale, producendo un danno irreversibile, in quanto collegato alla libertà ed alla sicurezza dell’equipaggio.

In mancanza di un capo d’accusa, le “restrizioni alla libertà” dei due fucilieri e la loro “durata” sono “arbitrarie e ingiustificabili”, con possibili “conseguenze irreparabili per la loro salute”, costituendo perciò “una violazione dei loro diritti fondamentali”, ha detto l’Italia. Come commenta queste argomentazioni, anche in previsione di quanto dovrà stabilire il Tribunale arbitrale dell’Aja?
Che dopo tre anni e mezzo dall’incidente del 15 febbraio 2012 non vi sia ancora una incolpazione formale dei due fucilieri è un fatto incontrovertibile. A me pare che i procedimenti giudiziari finora svoltisi davanti ai giudici indiani siano stati caratterizzati da gravi violazioni del principio dell’equo processo garantito internazionalmente. E ciò si può tranquillamente affermare, pure se talune lungaggini, come ha sostenuto l’India nella sua memoria scritta, possono essere correlate alle eccezioni di competenza e di giurisdizione, nonché alle richieste di rinvio avanzate dalla difesa dei due marò, non soltanto in un’ottica precipuamente dilatoria, tecnica abituale dei difensori sotto ogni latitudine, ma anche per prendere tempo in vista dell’auspicata soluzione negoziata fra i due governi, opzione finora rivelatesi impossibile.

Perché si è arrivati così tardi ad internazionalizzare la controversia ed a sottoporla ad istanze giudiziarie internazionali?

Le spiegazioni possono essere diverse. Anzitutto, direi, la preferenza dei politici e dei diplomatici per una soluzione negoziata tra i governi ed una certa diffidenza a devolvere ai giudici la soluzione della controversia. Poi i timori per le indubbie difficoltà giuridiche: non c’è infatti da illudersi che si otterrà facilmente ragione, anche perché l’India ha schierato un’ottima squadra di giuristi. Sono persuaso, tuttavia, che quando, infine, si è optato per la soluzione arbitrale i tempi per porla in atto avrebbero potuto essere molto più rapidi. Un anno buono, se non due, a mio avviso, sono andati persi!

Azzarello ha dichiarato che “l’Italia ha tentato in tutti i modi, attraverso canali formali e informali, di trovare una soluzione concordata. Purtroppo non è stato possibile”. Lei cosa ravvede in queste parole, al di là delle intenzioni di Azzarello? Un approccio sbagliato alla questione? o che altro?
L’ho appena detto. Un coacervo di interessi, politici ed economici in prima battuta a ridosso dei fatti e poi, probabilmente, la sottovalutazione dell’India che è una grande nazione, non solo per superficie e popolazione, come peraltro dovrebbe ben sapere chi ha l’abitudine di trattare con loro nei diversi consessi internazionali. 

Certo, se l’Enrica Lexie non avesse attraccato non saremmo a questo punto. Perché un errore così colossale?
Per aver gravemente — posso pure dire colpevolmente — sottostimato le conseguenze che ne sarebbero derivate e che sono sotto gli occhi di tutti. Probabilmente, se dal primo momento chi era chiamato a decidere avesse tenuto debito conto dei pareri dei giuristi, tutta una serie di errori, taluni davvero imperdonabili, sarebbero stati evitati, a cominciare dall’accordo a raggiungere il porto di Kochi nello Stato del Kerala. Ora, però, bando alle recriminazioni. Oggi, più che mai, l’obiettivo è uno solo: mettere in sicurezza Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Se non si dovesse vincere davanti all’Itlos, il lungo procedimento arbitrale comincerebbe purtroppo tutto in salita…

(Federico Ferraù)



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