VISTI DA LIMA/ 1. Lima vista da Lima

È diverso il mondo, visto da Lima. Anzitutto Lima stessa. Noi ne abbiamo solo un’idea molto vaga, perché del Perú in Europa quasi non si parla. Reportage di PAOLO MUSSO

02.08.2015 - Paolo Musso
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Immagine presa dal web

È diverso il mondo, visto da Lima. Anzitutto, ovviamente, Lima stessa.
Noi ne abbiamo solo un’idea molto vaga, perché quando pensiamo all’America Latina, pensiamo all’Argentina, al Brasile, al Messico, ai “giganti”, insomma; e poi, naturalmente, a Cuba, per la questione ideologica e il mito di Che Guevara. Tutto il resto si perde in una nebbia indistinta, in cui soltanto il calcio, e soltanto per qualche minuto, riesce a dare agli altri paesi la fugace parvenza di un volto delineato.
Niente di più sbagliato. Non solo infatti ciascun paese dell’America Latina ha una sua identità storica ben precisa, diversa da tutte le altre, ma proprio in questi anni è in corso un profondo processo evolutivo che è destinato a ridisegnare il volto del continente e, almeno in parte, del mondo intero. E di questo processo il Perù potrebbe essere un elemento chiave.
Mi trovo qui, come ormai da undici anni, per tenere il corso di Epistemologia presso la Universidad Católica Sedes Sapientiae (UCSS), una delle oltre venti università limeñe, fondata 17 anni fa, il 31 maggio del 1998, per volontà di monsignor Lino Panizza, vescovo di Lima-Carabayllo (Lima è così grande che l’arcidiocesi principale,  retta dal cardinal Cipriani, è suddivisa in ben 7 diocesi suffraganee), nella zona di Los Olivos, una delle più povere della città, che oggi è un po’ meno povera, in parte proprio grazie alla presenza della UCSS, nonché di altre università che un po’ alla volta stanno aprendo sedi nella zona. Ma è tutto il paese che sta cambiando: negli ultimi 15 anni il Perù ha avuto il tasso di crescita più alto di tutta l’America Latina, molto vicino e in certi momenti addirittura superiore a quello della Cina. Solo che la Cina ha un miliardo e mezzo di abitanti e il Perù appena 30, per cui noi (sbagliando) pensiamo che non valga la pena di occuparcene. Ciononostante, che a noi interessi o meno, il Perù sta crescendo. E lo sta facendo a modo suo.
Per cercare di spiegare come, mi rifarò a un ricordo personale. Quando ero bambino, tutte le estati nella nostra casa di campagna leggevo avidamente insieme a mio fratello, secondo un preciso rituale a base di sedie a sdraio, frittelle e grissini piemontesi, le storie dei vecchi albi di Topolino degli anni Quaranta collezionati da mio padre. Una di quelle che più mi affascinavano era la mitica avventura di Paperino e Qui, Quo, Qua a Testaquadramento, una città Inca perduta sulle Ande in una zona di nebbie eterne dove tutto era grigio e squadrato, anche i polli e le uova, che costituivano l’unico alimento dei nativi, che ritenevano addirittura sacrilega la generazione di qualsiasi forma tondeggiante.
Ebbene, quando arrivai in Perù per la prima volta, nel luglio del 2005 (quindi in pieno inverno, benché inverno tropicale, perché siamo sotto l’equatore), restai folgorato. A differenza delle tipiche metropoli latinoamericane, caratterizzate da un centro storico piuttosto bello, una zona dirigenziale moderna e un’immensa periferia di orribili casermoni circondati da baracche cadenti, Lima era invece un’unica immensa distesa di piccole case squadrate di mattoni, inframmezzate nelle zone un po’ migliori da graziose casette in stile coloniale, qualche palazzo un po’ più moderno e rari grattacieli distribuiti a casaccio nella parte più centrale: tutto piuttosto bruttarello e sgraziato, ma almeno dignitoso e soprattutto non soffocante, sia per lo sviluppo essenzialmente orizzontale, sia per il predominante color terra delle case, che le faceva quasi mimetizzare con le brulle propaggini delle Ande, che scendono fin dentro la città, stretta fra quest’ultime e il mare su una striscia di costa lunga oltre 130 km e alta in media una trentina di metri, preziosa protezione contro gli tsunami, da queste parti assai frequenti.

Nelle poche case colorate predominavano i toni giallino pallido, grigio sporco, azzurro smorto, blu scuro e rosso cupo, tutti con un’inconfondibile tonalità terrosa molto simile a quella dei mitici gessetti per colorare che si usavano da noi quando andavo alle elementari. La città, inoltre, ha un microclima tutto suo, che soprattutto in inverno è particolarmente perverso, umidissimo (a volte al mattino si trovano i vestiti bagnati nell’armadio) ma al tempo stesso arido: il cielo è sempre coperto da qualcosa a metà strada tra le nuvole e la nebbia, ma non piove praticamente mai (meno di 10 mm all’anno) e anche quando succede non si capisce bene se sia autentica pioggia o piuttosto umidità condensata. Insomma, per un momento ebbi proprio l’impressione di essere capitato a Testaquadramento, polli e uova comprese (in effetti il Perù è un paese fondato sul pollo).
Ma la cosa che colpiva di più è che Lima sembrava una città diroccata, con i tondini di ferro che spuntavano da tutte le parti da muri troncati a metà, come se fosse stata appena colpita da uno dei tanti terremoti, frequanti come e più degli tsunami. Ad un’occhiata più attenta, tuttavia, ci si rendeva presto conto che le case in realtà non erano affatto semidistrutte, ma semicostruite: Lima, tutta Lima, era un unico, immenso cantiere a cielo aperto. Un cantiere lungo 130 km, senza dubbio il più grande del mondo. Ed è così anche oggi. La gente costruisce un po’, poi quando finisce i soldi si ferma, aspetta di metterne da parte quanto basta per tirare su un altro piano, poi si ferma di nuovo e così via. E nel frattempo va a stare in quello che già c’è, perché la vita non può mica aspettare e poi che importa se non c’è un tetto vero e proprio, tanto qui non piove mai.
Ma questo non è soltanto folklore, bensì il vero “motore” del miracolo economico peruviano, la cui “benzina” è stato il boom dei prezzi delle materie prime, avvenuto all’inizio degli anni Duemila, in parte a causa della speculazione finanziaria, ma soprattutto dell’avvio dell’industrializzazione della Cina. Per noi e per molti altri paesi importatori fu un grave danno, ma per il Perù, che è invece uno dei principali esportatori, fu l’inizio della sua fortuna. Nel giro di 15 anni  il volume degli scambi commerciali con la Cina crebbe di ben 22 volte. Cominciò a girare più denaro e la gente – milioni di persone che vivevano in vere e proprie baracche di canne e teli di plastica tutto intorno a Lima – lo usò immediatamente per costruirsi la casa. Il boom dell’edilizia trascinò con sé tutta l’economia, portandola a tassi di crescita stellari, in certi momenti addirittura a due cifre, col risultato che il PIL peruviano odierno è quadruplicato rispetto al 2000.

Nel frattempo al “fai da te” e alle piccole imprese si sono ovviamente aggiunte quelle grandi, alcune serie, altre un po’ meno: così sono venuti su anche qui i primi brutti casermoni, ma anche alcuni grattacieli tanto belli da fare invidia perfino a parecchi dei nostri. Nell’insieme comunque la città mantiene ancora il suo carattere arioso e “aperto”, anche grazie alle sue immense strade, che assicurano spazi sufficientemente ampi fra gli edifici, così come la stessa maniera di costruire, che proprio perché non risponde ad alcun piano regolatore (che in teoria c’è, ma poi ognuno fa quel che gli pare) fa sì che non si creino eccessive concentrazioni di palazzi in una stessa zona. Anzi, la strana mescola di edifici enormi e piccolissimi che ne risulta a volte finisce perfino per avere una sua assurda bellezza, come nel caso del mega-centro commerciale sfavillante di luci e di vetrate costruito due anni fa accanto all’Hotel Sipán, l’alberghetto azzurrino a due piani in stile coloniale e giardino interno in stile inca che è da sempre la mia “casa” limeña.
Ma questo è solo l’aspetto più visibile di un problema ben più generale. Infatti ora per il Perù la vera sfida è quella di riuscire a creare un tessuto di imprese sufficientemente differenziato e competitivo da poter reggere anche quando questa particolare congiuntura finirà, come è fisiologico. In realtà in parte ciò si sta già facendo, ma è difficile valutarne la solidità, perché lo sviluppo è in larga misura “drogato” dalla tipica “informalidad” peruviana, ovvero dal fatto che per oltre due terzi l’economia in questi anni è cresciuta fuori da tutte le regole, in parte perché proprio non ci sono e in parte ancor più ampia perché tanto nessuno le rispetta. Per intenderci, a Lima ci sono interi centri commerciali dove tutto si fa in nero e prima di vendervi un DVD lo passano nel videoregistratore per dimostrarvi che dentro il film c’è davvero. E anche in quelli dove si fanno le cose in regola, con tanto di scontrino fiscale, scordatevi di trovare un sistema operativo di Windows originale: o piratato o niente (comunque funziona benissimo: ne ho uno anch’io e non mi ha mai dato problemi). Non è che non ve lo vogliano dare, è che proprio non ce l’hanno, perché tanto nessuno lo comprerebbe.
È però chiaro che non si potrà andare avanti così per sempre. Il vero punto cruciale, allora, sarà riuscire a fare i necessari cambiamenti senza cadere nell’eccesso opposto, quello della ossessione per le regole che sta soffocando non solo l’Italia, ma ormai tutta l’Europa (anche se da noi è indubbiamente peggio che altrove). Da quel che posso capire, in questo momento la bilancia è in bilico: da che parte finirà per pendere, solo il tempo potrà dirlo.

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