SOS MIGRANTI/ Le decisioni dell’Ungheria? La colpa è di Bruxelles

- Márta Vertse

Continua inarrestabile l’ondata dei migranti verso l’Ungheria, che finora ha fatto di tutto per arginare gli ingressi. Ma è davvero il paese più “cattivo” di tutti? Da Budapest, MARTA VERTSE

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BUDAPEST — Continua inarrestabile l’ondata dei migranti verso l’Ungheria. Martedì 2.533, mercoledì 3.241 persone, uomini, donne e bambini hanno attraversato il suo confine con la Serbia nonostante la barriera di filo spinato. I migranti — nella maggior parte afgani, siriani e pakistani — sono entrati in territorio ungherese seguendo i binari della rete ferroviaria. Mercoledì 21 trafficanti di uomini sono stati denunciati.

Secondo i dati ufficiali forniti dalla polizia ungherese il 25 agosto, il numero dei migranti illegali nel 2015 è stato finora 144.773. I richiedenti asilo quest’anno sono arrivati da sessantasette paesi, nella maggior parte si tratta di siriani, afgani e kosovari, ma anche cittadini provenienti dalla Tanzania, dallo Yemen, dal Burundi, dalla Cina e da Cuba. L’Ungheria è uno dei paesi che accoglie il maggior numero di richieste d’asilo per milione di abitanti. 

Mercoledì mattina nel campo di identificazione di Röszke, vicino alla frontiera, a causa del numero straordinario dei migranti si è rallentato il processo di identificazione che secondo le norme stabilite dall’Unione Europea consiste nel rilevare le impronte digitali e in una visita medica. Fra i 2mila migranti un gruppo di 200 siriani ha rifiutato di lasciare le impronte per paura di non poter più proseguire il viaggio verso la Germania e ha tentato di lasciare il centro di accoglienza. La polizia ha cercato di calmare le anime attraverso i megafoni, ma senza risultato. A questo punto gli agenti hanno fatto ricorso all’uso dei lacrimogeni. L’ordine è stato ristabilito senza scontri o ferimenti. I profughi siriani dopo la registrazione sono stati trasferiti in pullman nei diversi centri di accoglienza, da dove secondo le aspettative fra qualche giorno partiranno per la Germania.

Un altro gruppo di clandestini ha deciso di non fare la fila per l’identificazione. 250 è il numero stimato di quelli che mercoledì sera si sono allontanati dal centro di identificazione e si sono dileguati nei campi circostanti di mais e girasole. 

Dopo l’emergenza straordinaria degli ultimi giorni anche a Budapest ci saranno cambiamenti nell’accoglienza dei migranti. Finora sono state allestite “zone di transito” nei pressi delle tre stazioni ferroviarie della capitale magiara con posti per dormire, bagni chimici, docce e tappeti per la preghiera. I pasti sono distribuiti dai volontari delle organizzazioni come Migration Aid, o dalle opere caritative delle varie chiese e confessioni. Dalle stazioni i migranti cercano di proseguire il loro viaggio verso l’Austria, ma gli austriaci hanno rafforzato i controlli e rispediscono tutti i clandestini in Ungheria. Per questo motivo secondo il sindaco di Budapest non ha più senso mantenere queste zone di transito. Nel giro di due settimane sarà pronto il primo centro di accoglienza con una capienza di mille persone più lontano dal centro città, accanto allo Stadio di Ferenc Puskàs, sul terreno di un ex mercato.

Il vicepresidente della Commissione della Sicurezza Nazionale del Parlamento, Szilárd Németh, in una conferenza stampa ha rilevato che i migranti illegali sono sempre più aggressivi. Bruxelles ha dimostrato negli ultimi mesi di essere totalmente incapace di gestire la situazione, che di conseguenza deve essere affrontata sul livello nazionale. E la massa enorme dei migranti è un peso senza precedenti su ogni cittadino. 

E’ da notare che nei diversi campo di accoglienza sono già scoppiati disordini. All’inizio di luglio in una struttura di Debrecen un gruppo di clandestini ha inscenato una protesta. Una sessantina di loro ha lasciato il centro di accoglienza. Sono scesi nelle strade della città, hanno danneggiato le macchine con bastoni e hanno dato fuoco ai cassonetti. I diversi gruppi di richiedenti asilo si sono scontrati per motivi religiosi

Il ministro delle risorse umane, Zoltán Balog, in un’intervista rilasciata il 25 agosto alla Deutschlandfunk, la radio tedesca di pubblico servizio, ha detto tra l’altro: a Bruxelles l’Ungheria ha già segnalato mesi fa la situazione critica richiamando l’attenzione alla rotta balcanica. Non avendo ricevuto risposta in merito, il governo ungherese è stato costretto ad intraprendere una politica di limitazione degli accessi sul territorio nazionale, decidendo la costruzione di una recinzione lunga 175 chilometri e alta quattro metri, al confine con la Serbia. La difesa della frontiera serbo-ungherese, che è nello stesso tempo quella dell’Unione Europea, è un dovere sia verso i cittadini ungheresi che nei confronti degli stati membri dell’Unione, come è stabilito nell’Accordo di Schengen.

L’Ungheria nelle ultime ore ha anche annunciato che a partire dal 1° settembre manderà 2mila soldati al confine con la Serbia.

Nei primi di agosto, su iniziativa della Slovacchia è stato siglato un accordo di cooperazione tra i due paesi per controllare i treni internazionali che attraversano l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca verso la Germania per rafforzare la difesa delle frontiere dell’Unione Europea su richiesta di Frontex, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea. Bratislava ha mandato agenti di polizia per lo stesso scopo anche in Spagna, in Croazia e in Bulgaria. 

Il premier Viktor Orbán, leader del centro-destra, è al suo terzo mandato (secondo consecutivo), ha i due terzi del voto dell’elettorato. Il suo programma è stato chiaro dall’inizio del fenomeno migratorio: “profughi sì, clandestini, migranti economici no”. Qualche mese fa il governo ha installato cartelli pubblicitari che ammoniscono: “Se vieni in Ungheria, devi rispettare le nostre leggi, la nostra cultura”. “Se vieni in Ungheria, non puoi togliere il lavoro agli ungheresi”. I cartelloni, spesso imbrattati, hanno suscitato l’indignazione della sinistra che critica il governo per “l’allarmismo infondato”, mentre l’estrema destra vorrebbe usare il pugno di ferro contro l’immigrazione abusiva. 

La popolazione è divisa, da una parte regna la paura per l’ondata inimmaginabile dei migranti, dall’altra parte c’è la voglia di aiutare, specialmente vedendo le famiglie con bambini piccoli. La macchina della solidarietà non si è mai fermata da parte della gente comune e dalle organizzazioni d’assistenza, come per esempio quella ecumenica, con il sostegno straordinario dell’ambasciatrice della carità, la signora Orbán, madre di quattro figli. Le agenzie di soccorso raccolgono fondi per l’assistenza dei migranti, specialmente per i bambini che saranno scolarizzati nell’anno scolastico che comincia l’1 settembre. La maggior parte dei servizi sono forniti da volontari e dalle donazioni degli ungheresi.

L’Ungheria non ha la memoria corta. Non ha dimenticato né il Muro di Berlino, né la cortina di ferro che l’ha tagliata fuori per decenni dal mondo libero. I muri di allora sono stati costruiti per impedire che la gente scappasse dalla dittatura comunista. Chi ci ha provato, è stato fucilato sul posto. E’ stata proprio l’Ungheria che ha tolto il “primo mattone” dal Muro di Berlino 26 anni fa, il 19 agosto 1989, quando alla frontiera austro-ungarica ha organizzato il picnic paneuropeo e aprendo la cortina di ferro ha aperto la porta verso la libertà per migliaia di cittadini della Germania dell’Est.

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