VISTI DA LIMA/ 2. Noi, Italietta prossima al tramonto (insieme alla Germania)

È diverso il mondo, visto da Lima. Anzitutto Lima stessa. Noi ne abbiamo solo un’idea molto vaga, perché del Perù in Europa quasi non si parla. Reportage di PAOLO MUSSO

03.08.2015 - Paolo Musso
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Immagine presa dal web

Se dall’Europa Lima è quasi invisibile, vista (o, per meglio dire, non vista) da Lima è invece l’Europa che si riduce a ben poca cosa: in effetti, se non fosse per il calcio, sui media locali praticamente non ve ne sarebbe traccia. Solo per dare un’idea, nel 2013 la clamorosa rielezione di Napolitano alla presidenza della repubblica italiana venne confinata in un trafiletto in quart’ultima pagina del Comercio, il principale quotidiano del Perù (gli altri dubito che ne abbiano neanche parlato). Gli unici eventi europei che sono riusciti ad avere l’onore (in questo caso assai poco gradito) della prima pagina negli ultimi anni sono stati gli attentati alla metropolitana di Londra e alla sede di Charlie Hebdo a Parigi. Di fatto, se non fosse per Internet io rischierei di tornare in Italia senza nemmeno sapere se troverò ancora lo stesso governo o a che punto è la questione del debito della Grecia, ma in compenso avendo visto tre o quattro volte la finale di Coppa Italia e circa una dozzina quella di Champions League (e almeno l’avessimo vinta).

Però se la miopia è simmetrica, le cause invece non lo sono affatto. Diversamente da noi con loro, infatti, i peruviani (e i sudamericani in genere) hanno perfettamente chiaro, se non altro per ragioni storiche, che cos’è l’Europa e qual è il suo ruolo nel mondo: quindi se non parlano di noi non è perché non ci conoscano, ma perché non gli interessiamo. O, almeno, non gli interessiamo più.

Certamente l’Europa è ancora un partner commerciale di discreta importanza, ma, per quanto sia dura da mandar giù per il nostro orgoglio, qui ci vedono sostanzialmente come un continente vecchio, superato dalla storia e ormai prossimo al tracollo, soprattutto in Perù dove in passato sono rimasti così scottati dallo statalismo e dal debito pubblico da esso generato, che gli economisti locali (peraltro molto seri e preparati) considerano praticamente fallita non solo la “viziosa” Italia, ma anche la “virtuosa” Germania. Istintivamente, pensando ai rispettivi livelli di sviluppo, questo atteggiamento può apparirci ridicolo e indisponente, tuttavia il fatto che in un paese molto più legato del nostro alla tanto celebrata quanto poco considerata “economia reale” ci vedano così, dovrebbe farci riflettere: speriamo che si sbaglino, naturalmente, ma se siamo arrivati a considerare normale e anzi addirittura “virtuoso” un debito pubblico che sfiora l’80% del Pil (come è appunto il caso della Germania), forse quelli che hanno una prospettiva distorta siamo noi.

Ma in realtà neanche questa è la ragione del disinteresse nei nostri confronti, tant’è vero che questi discorsi vengono fatti perlopiù nelle pagine degli approfondimenti, mentre non compaiono mai nella cronaca politica o economica, che si limita ad ignorarci. La verità è semplicemente che il Perù ormai guarda a Oriente: ai nuovi mercati che si stanno aprendo al di là dell’immensa distesa del Pacifico, in particolare quelli della Cina, in tumultuosa crescita e affamata delle materie prime che il Perù produce in abbondanza e che sono la chiave del suo attuale miracolo economico (Oriente che poi in realtà dal suo punto di vista è l’occidente: e anche questo la dice lunga su come è diverso il mondo visto da quaggiù).

Sono seduto nel mio solito alberghetto coloniale davanti a un piatto di riso chaufa, considerato una specialità locale anche se in realtà è semplicemente riso alla cantonese con l’aggiunta dell’immancabile pollo, e medito su come i mari, anche quelli grandi la metà del mondo come il Pacifico, nella storia dell’umanità hanno sempre unito i popoli assai più che dividerli, tanto che sulle coste l’influenza culturale della riva opposta è sempre presente e spesso addirittura più profonda di quella dell’interno del continente. Ma in effetti il paradosso è solo apparente: per quanto difficile e pericoloso possa essere viaggiare per mare, infatti, lo è sempre molto meno che viaggiare per terra, soprattutto se su terreni accidentati e con molte merci al seguito. Dopo tutto, in mare gli unici veri problemi sono le tempeste e le scorte alimentari: problemi seri, non c’è dubbio, ma che con un po’ di organizzazione, di esperienza e di fortuna si possono superare. In compenso non ci sono ostacoli naturali e si può viaggiare sostanzialmente in linea retta: venti e correnti permettendo, beninteso, ma che volete che sia rispetto a valicare le Ande a dorso di lama o di mulo? E in gran parte ciò vale ancor oggi, nonostante tutti i progressi tecnologici.

Per questo qui all’ordine del giorno non ci sono i guai dell’eurozona o il rinegoziamento del debito pubblico della Grecia, che noi ingenuamente crediamo siano in cima alle preoccupazioni del mondo intero, ma questioni come le problematiche ecologiche connesse alle attività minerarie o il progetto del treno bioceanico che dovrebbe connettere i porti del Brasile a quelli peruviani, creando un’alternativa di terra al canale di Panama per il trasporto delle merci sudamericane verso l’Asia. E sempre per questo il TPP (Trans-Pacific Partnership), ovvero il trattato di libero scambio tra i paesi del Pacifico, interessa molto di più non solo di quello (molto eventuale) con l’Europa, ma perfino di accordi simili con gli altri paesi sudamericani.

Recentemente sono state fatte, anche sul sussidiario, molte analisi e speculazioni – alcune attendibili, altre un po’ meno – sulle sue motivazioni recondite, ma la verità è che, al di là delle intenzioni personali di questo o quel capo di Stato o di Governo, fosse pure il presidente degli Stati Uniti, questa evoluzione è scritta nei fatti e non sarà certo la recente battuta d’arresto subita dal TPP al Senato USA (peraltro per ragioni di pura tattica politica) a impedire la sua attuazione. Per rendersene conto basta scorrere la lista dei paesi firmatari: in senso orario partendo da nord, Canada, Usa, Messico, Perù, Cile, Nuova Zelanda, Australia, Singapore, Malaysia, Brunei, Vietnam, Giappone. Per completare l’anello di ferro intorno al Pacifico manca solo (per ovvie ragioni ideologiche) la Cina, che però (per altrettanto ovvie ragioni economiche) verrà comunque coinvolta per altre vie. In ogni caso, già così il TPP rappresenta il 40% dell’economia mondiale: e, a differenza della nostra, si tratta di un’economia in grande crescita, per cui non è azzardato prevedere che nel giro di pochi anni oltre la metà dell’economia del pianeta sarà gestita da questi 12 paesi.

Ma questa vicenda potrebbe anche ridisegnare profondamente gli equilibri interni del Centro e Sudamerica. Infatti in questo momento la divergenza di orientamento economico dei paesi delle due sponde del continente coincide con una profonda frattura politica, alimentata per anni dalla sconsiderata politica del Venezuela di Hugo Chavez, che, nel silenzio indifferente o spesso addirittura complice dei paesi occidentali, ha diffuso il suo modello di “democrazia autoritaria” in buona parte dell’America Latina, sostenendo a suon di petrodollari (anziché usarli per migliorare le condizioni di vita dei suoi concittadini, che infatti sono ormai ridotti alla fame) i corrotti e vacillanti regimi di Ecuador, Bolivia, Argentina e della stessa Cuba, che altrimenti sarebbero già in crisi da un pezzo, a dispetto degli acritici panegirici che spesso vengono fatti (anche strumentalizzando la recente visita del Papa) della loro presunta “innovativa inclusione sociale”, che di fatto altro non è che il solito, vecchio assitenzialismo statalista.

Ora, a parte il piccolo Ecuador, tutti questi paesi si trovano sulla sponda atlantica o comunque a est delle Ande, mentre i paesi più democratici (Cile, Perù, Colombia e Messico) si trovano tutti sulla costa del Pacifico, che coprono quasi per intero, dalla Terra del Fuoco fino alla California. Se poi si considera che il Brasile ha sempre fatto un po’ storia a sé, in parte per le sue dimensioni e in parte per ragioni culturali e linguistiche («Brasil es Brasil», dicono qua, con l’aria di aver detto tutto) e che ultimamente sta anch’esso attraversando un momento difficile, mentre quel che resta (Uruguay, Paraguay e paesi caraibici) è davvero poca cosa, ecco che si ha una sovrapposizione quasi perfetta tra paesi della costa ovest con regimi autenticamente democratici ed economie in forte crescita, e paesi della costa est con regimi autoritari ed economicamente in grave crisi. La ratifica del TPP, che prima o poi inevitabilmente avverrà (e probabilmente più prima che poi), non potrà che accentuare ulteriormente questa tendenza, che, se le cose a est non dovessero cambiare rapidamente, rischia di generare una frattura profonda e difficilmente reversibile.

Forse sarebbe bene che la vecchia Europa cominciasse a tener conto di tutto ciò nelle sue scelte di partnership politica ed economica in America Latina, invece che continuare a correr dietro ai miti guevaristi, oggi (in)opportunamente rifritti in salsa chavista. Altrimenti le fosche profezie degli economisti peruviani sul collasso prossimo venturo del nostro continente avranno una chance in più di diventare realtà.

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