VISTI DA LIMA/ 3. La strana “crisi” (+3,5%) che il Perù insegna all’Italia

È diverso il mondo, visto da Lima. Anzitutto Lima stessa. Noi ne abbiamo solo un’idea molto vaga, perché del Perú in Europa quasi non si parla. Reportage di PAOLO MUSSO

09.08.2015 - Paolo Musso
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Apro il giornale e per un momento mi pare di essere tornato in Italia: La triste nuova normalità è il titolo dell’editoriale, in cui l’autore paventa che il Governo stia tentando di convincerci che l’attuale miserabile tasso di crescita sia appunto la nuova normalità a cui dovremmo abituarci. Poi guardo i numeri e mi rassicuro: il tasso di crescita “inaccettabilmente basso” di cui parla l’articolo è intorno al 3,5% all’anno e l’autore si lamenta perché a suo giudizio, nonostante la congiuntura internazionale sfavorevole, si potrebbe e si dovrebbe come minimo raggiungere un sia pur ancora insoddisfacente 5%. No, decisamente non siamo in Italia. Siamo invece a Lima e il tema in discussione è il rallentamento dell’economia peruviana, che dopo un decennio di crescita a ritmi cinesi negli ultimi anni si è ridotta al tasso di cui sopra. E qui uno (un europeo, intendo) pensa inevitabilmente: «Beh, è normale, dopo tutto c’è la crisi…».

E invece no! Sbagliato! Infatti un’altra cosa che da Lima non si vede, oltre all’Europa, è la crisi. O meglio, La Crisi, come siamo abituati a chiamarla. Già, perché dalle nostre parti, a forza di ripetere che si tratta di un fenomeno connesso alla globalizzazione (il che almeno in parte è vero), abbiamo finito col pensare che si tratti anche di un fenomeno globale (il che invece è tutt’altra cosa): per cui secondo noi basterebbe la parola e chiunque, in qualsiasi parte del mondo, dovrebbe capire di che si tratta. Invece da qui la crisi non si vede proprio: anzi, ben 9 milioni di persone (su 30!) sono uscite dalla povertà in questi ultimi dieci anni e anche le disuguaglianze sociali si sono ridotte enormemente, al punto che tra il 2005 e il 2014 la percentuale di peruviani appartenenti al ceto medio è passata da 11,9% a 50,6% (El Perú clasmediero, da El Comercio del 16 maggio 2015, p. A29), alla faccia dei luoghi comuni per cui «i poveri stanno diventando sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi» e «il ceto medio sta scomparendo».

Questo è purtroppo vero da noi e più in generale in Europa, cioè nei paesi in cui la crisi ha colpito sul serio e ha colpito duro, ma certamente non è vero in Perù, così come non lo è neanche in molti altri paesi, soprattutto del terzo mondo, in cui secondo stime prudenti si ritiene siano almeno 500 milioni le persone che sono uscite dalla povertà in questi anni di teorica “crisi”. Sui giornali di Lima non trovereste neanche la parola: qui si parla semplicemente di “rallentamento della zona euro”, un fenomeno limitato e di scarso interesse, che viene a volte citato come una delle concause minori del rallentamento sofferto dall’economia peruviana negli ultimi anni, le cui ragioni di fondo sono però ben altre. E sono molto interessanti, non solo in se stesse, ma perché contengono una lezione quanto mai istruttiva anche per noi.

Per capire bene cosa sta succedendo qui occorre prima un po’ di storia. All’inizio del Novecento il Perù era un paese relativamente prospero, ma poi una sciagurata successione di regimi militari e civili introdusse una serie di riforme di stampo fortemente statalista e assistenzialista che, insieme alla grave minaccia del gruppo terroristico Sendero Luminoso, lo portarono sull’orlo del collasso. 

A rimettere le cose a posto ci pensò Alberto Fujimori, primo presidente americano di origine giapponese, che governò dal 1990 al 2000, quando, rieletto per la terza volta dopo aver fatto approvare una discussa legge interpretativa della Costituzione che gli permetteva di aggirare il limite dei due mandati consecutivi, fu costretto a dimettersi per una serie di atti di violenza e corruzione messi in atto dal capo dei suoi servizi segreti Vladimiro Montesinos, di cui Fujimori si è sempre detto all’oscuro, ma per cui è stato successivamente condannato dalla giustizia peruviana e attualmente detenuto, dopo la sua controversa estradizione avvenuta nel 2007.

Non c’è dubbio che Fujimori si sia macchiato di gravi colpe nell’ultima fase della sua carriera politica, ma, come spesso purtroppo accade, in Europa viene condannato soprattutto per quelli che sono invece i suoi più grandi meriti, che però agli occhi degli intellettuali di sinistra nostrani appaiono come altrettanti crimini imperdonabili.

Anzitutto infatti Fujimori nel giro di pochissimi anni distrusse completamente l’apparentemente invincibile Sendero Luminoso: certo lo fece usando il pugno di ferro, ma non c’era altra soluzione di fronte a uno dei peggiori gruppi criminali che si siano mai visti, che si ispirava dichiaratamente ai Khmer Rossi di Pol Pot e aveva scatenato una vera e propria guerra di sterminio in tutto il paese, che in solo una decina d’anni, tra il 1981 e il 1992 (quando con l’arresto del suo leader Abimael Guzmán in un comodo appartamento di Miraflores, proprio di fronte al mio albergo, iniziò il suo declino), aveva causato oltre 70.000 morti, quasi tutti poveri contadini che in teoria i senderisti affermavano di voler difendere e che avevano la sola colpa di non volerne invece sapere della loro “protezione”.

Inoltre Fujimori pose le basi per il rilancio dell’economia peruviana attraverso una riforma in senso radicalmente antistatalista, che privatizzò completamente il welfare, abolì tutti gli aiuti di Stato alle imprese e – soprattutto – inserì in Costituzione il principio di sussidiarietà, in una forma ben più drastica di quanto abbia saputo fare l’Italia (peraltro dopo decenni di esitazioni e tira e molla). Infatti l’articolo 60 della Costituzione peruviana del 1993 stabilisce che «solo autorizzato espressamente dalla legge, lo Stato può realizzare sussidiariamente attività imprenditoriale, diretta o indiretta, per ragioni di alto interesse pubblico o di manifesta convenienza nazionale».
È vero che rispetto al principio di sussidiarietà nel senso pieno del termine manca qui la pars construens, per cui «Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà», come recita invece l’articolo 118 della Costituzione italiana. Il problema è però che tale giusto principio, non prevedendo alcuna sanzione se lo Stato non attua come dovrebbe, si riduce di fatto a una mera dichiarazione di intenti priva di qualsiasi efficacia, come purtroppo constatiamo di continuo.

Come se non bastasse, alla nostra formulazione manca invece del tutto la pars destruens, cioè la proibizione che lo Stato si immischi direttamente nell’economia, che potrà forse apparire meno nobile dal punto di vista ideale, ma è in compenso molto più importante dal punto di vista pratico, come proprio l’esperienza peruviana ha dimostrato, dato che il boom economico è cominciato poco dopo la sua introduzione: tant’è vero che pur essendoci oggi una larga maggioranza di peruviani arrabbiati a morte con Fujimori per le violenze degli ultimi anni, nessuno si è mai sognato di toccare le riforme da lui fatte, a cominciare da questa.

Che cosa, allora, sta andando storto? Il problema è che nel 2011 i partiti di centrodestra, che tutti insieme hanno quasi il 70% dei voti, si sono presentati talmente divisi alle elezioni presidenziali che il candidato della sinistra, Ollanta Humala, è riuscito ad arrivare al ballottaggio insieme alla figlia di Fujimori, Keiko. Contro chiunque altro Humala non avrebbe mai vinto, anche perché era stato pesantemente sponsorizzato (e, a quanto sta emergendo proprio in questi giorni, probabilmente anche illegalmente finanziato) da Hugo Chavez, il recentemente defunto presidente del Venezuela, che qui è particolarmente inviso, dato che per anni ha cercato in tutti i modi di destabilizzare il Perù, il cui successo economico, basato su principi del tutto opposti a quelli della sua fallimentare “democrazia bolivarista”, rappresentava per lui un insopportabile pietra di paragone. La paura di un ritorno al potere del fujimorismo ha però spinto molti elettori moderati a votare “turandosi il naso” per Humala, che dal canto suo nel frattempo aveva molto sfumato il suo programma (inizialmente assai radicale) ed è così riuscito a prevalere per un soffio, col 51,34%.

Non è stata una buona idea. È vero che l’articolo 60 (insieme all’assenza di una vera maggioranza in Parlamento) gli ha fin qui impedito di intervenire direttamente nell’economia, come pure ha più volte tentato di fare, ma Humala ha causato ugualmente gravi danni, soprattutto con il suo atteggiamento ambiguo verso l’attività mineraria, vera base del miracolo economico peruviano, che ha portato alla sospensione di progetti già debitamente autorizzati, per un ammontare totale di svariate decine di miliardi di dollari, a seguito delle solite proteste di gruppuscoli pesudo-ambientalisti (in realtà spesso collusi con la criminalità organizzata, che trae grandi vantaggi dalle miniere illegali) verso i quali il presidente non ha mai mostrato la necessaria decisione.

Qual è la morale della favola? Per i peruviani, che farebbero bene a chiudere al più presto l’infelice parentesi Humala, cosa che probabilmente avverrà alle prossime elezioni, per fortuna in calendario tra meno di un anno. Per noi, che un po’ più di coraggio nel rigettare lo statalismo e nel promuovere il principio di sussidiarietà non sarebbe soltanto giusto: sarebbe anche un buon affare.

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