ELEZIONI USA/ Gaggi: Trump? Il suo messaggio catastrofista piace all’America depressa

- int. Massimo Gaggi

Il successo di Trump si è cristallizzato in una quota molto ampia, anche se minoritaria, dell’elettorato conservatore grazie a Twitter, spiega MASSIMO GAGGI (Corriere della Sera) 

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Donald Trump (Infophoto)

Le elezioni Usa sorprendono ancora con il fenomeno Donald Trump. L’imprenditore candidato per il Repubblicani è tra i favoriti in vista delle primarie che incominciano l’1 febbraio prossimo, e che continueranno fino al 21 luglio per i Repubblicani e fino al 14 luglio per i Democratici. In campo per i Repubblicani ci sono anche Ted Cruz, Jeb Bush, Rick Santorum e Marco Rubio. Tre invece i candidati per i Democratici: Hillary Clinton, Martin O’Malley e Bernie Sanders. Per ora Trump sta volando nei sondaggi, staccando Cruz di 13 punti. Merito anche della linea dura su rifugiati e islam, ribadita nel corso del primo confronto tv. Ne abbiamo parlato con Massimo Gaggi, inviato del Corriere della Sera a New York.

Quali sono le ragioni del successo di Donald Trump?

Il successo di Trump si è cristallizzato in una quota molto ampia, ma comunque minoritaria, dell’elettorato conservatore. E’ un fatto che si spiega con la sua capacità di catturare l’attenzione degli spettatori con tv e social media. Le campagne elettorali sono cambiate. I 6 milioni di follower su Twitter su cui può contare Trump valgono molto più di tutte le tv via cavo e della stessa Cnn che in condizioni normali ha 2 milioni di spettatori.

Che cosa sta cambiando nella campagna elettorale americana?

Sta cambiando la dinamica elettorale: Twitter è un mercato di follower potenziali fidelizzati che consente al candidato di consolidare il consenso molto più di quanto avvenisse in passato. Trump sta riuscendo a tenere bene sui livelli massimi che ha raggiunto qualche mese fa. Ciò dipende anche dal tipo di messaggio che manda, senza la mediazione dei partiti e senza linguaggi ricercati. Lo stesso messaggio catastrofista di Trump piace a una parte dell’America che è abbastanza depressa.

Lei ritiene che sia un fenomeno destinato a durare?

E’ presto per dirlo. Alcuni opinionisti repubblicani, dopo avere bollato per mesi Trump come un fenomeno da baraccone, stanno incominciando a dire che forse andrebbe preso più sul serio. Secondo loro Trump interpreta un malessere reale dell’opinione pubblica. Del resto come imprenditore Trump non è stato poi così folle, e non pensa di governare nel modo in cui oggi ci sta raccontando che lo farà. Non credo che pensi veramente di tenere fuori dagli Stati Uniti tutti i musulmani o di cacciare in blocco due milioni di messicani.

Che cosa si aspetta da queste primarie?

Dopo le prime battute delle primarie, è possibile che alcuni candidati repubblicani si facciano da parte. Oggi come oggi il fenomeno Trump sembra avere creato un’alternativa che per certi versi è altrettanto radicale, quella di Ted Cruz, che non è un moderato né in politica estera né su altri temi. Ha posizioni nette su temi etici e sociali, è interventista sulle questioni militari, al punto da parlare di “bombardamenti a tappeto”.

Se ci fosse una nomination di Trump, potrebbe verificarsi un blocco della società civile come in Francia verso la Le Pen?

Non credo. In Francia esiste un meccanismo elettorale completamente diverso. Negli Stati Uniti i Repubblicani dovranno arrivare a definire un candidato alla nomination, e per adesso in questo processo non c’è un coinvolgimento dei Democratici. Per come funziona il meccanismo elettorale americano dobbiamo inoltre stare molto attenti, perché Trump potrebbe anche candidarsi come indipendente. Anche se ha promesso di non farlo, potrebbe arrivare a questa scelta qualora fosse estromesso con un escamotage da un accordo tra gli altri candidati.

 

Quali conseguenze avrebbe una vittoria di Trump sulle relazioni Italia-Usa?

Ci sarebbe il ritorno a una sorta di unilateralismo americano. L’atteggiamento più muscolare di Washington porterebbe a chiedere agli europei di fare di più per la loro difesa. E’ del resto la stessa linea intrapresa da Obama. Oggi come oggi il numero dei soldati americani in Europa è inferiore al numero di poliziotti nella città di New York.

 

(Pietro Vernizzi)

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