DOPO MATTHEW/ “Qui Haiti, non potete immaginare cos’è il silenzio della morte”

- Fiammetta Cappellini

Ad Haiti dopo il passaggio dell’uragano Matthew non esistono più case, scuole e chiese, solo morte e distruzione. Dall’isola, la testimonianza di FIAMMETTA CAPPELLINI (Avsi)

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Ad Haiti dopo l'uragano Matthew (LaPresse)

Nel 2010 il terremoto ci ha colti di sorpresa ed è stato un choc terribile. A 6 anni – quasi 7 – di distanza, l’uragano si abbatte su Haiti ed è una tragedia annunciata.

Per giorni abbiamo seguito la formazione del sistema nuvoloso sui siti specializzati, per giorni abbiamo studiato le traiettorie e sperato. Ma sperato cosa? Che non toccasse a noi? Che toccasse a qualcun altro invece che a noi? 

No: sperato in un miracolo, che si dissolvesse, che in beffa alle previsioni si sgonfiasse, che il sole continuasse a splendere. Perché quando sei su un’isola in mezzo al mare, e un uragano decide di passarci proprio in mezzo, dove vai? Dove scappi? Da nessuna parte. Puoi solo sperare in un miracolo.

Ma il miracolo non è arrivato. Il cielo si è oscurato, nuvole grandi, enormi, poi un muro grigio e poi il vento e la pioggia, sempre più forte, da non sapere più dove sei. Le palme che si piegano fino a terra e poi se ne volano via col vento, la pioggia che si abbatte sui tetti in un fracasso infernale. Ti sembra di stare in mezzo al mare quando la forza dell’uragano si scatena così.

E’ stato crudele questo uragano, è stato potente, il più potente del decennio sembra, ed è passato lento, soffermandosi a lungo, e lasciando dietro di sé la distruzione, la desolazione.

Poi è passato, finalmente, e sulle campagne è sceso il silenzio. C’è solo silenzio adesso nelle campagne martoriate del Sud.

Chi non ha sentito il silenzio che segue subito dopo una catastrofe, non può capire. E’ il silenzio della morte, della devastazione. E’ un silenzio orribile.

L’acqua stagna da giorni, non si distinguono ancora i campi dalle strade, quelle che furono le case dai terreni che furono coltivati. Non ci sono più case, non ci sono più terreni coltivati, c’è solo acqua, dappertutto. Dicono ne sia caduta mezzo metro in una notte.

Di una regione verde e almeno discretamente produttiva, dei campi coltivati e degli alberi da frutta, delle case, delle scuole, delle chiese, non resta niente, solo una distesa di acqua e di melma.

Appena cala il vento e sorge il sole, i colleghi di Avsi si riuniscono in gruppo sparuto, molti mancano all’appello, speriamo che siano “solo” alle prese col tetto della casa volto via, speriamo non sia niente di più grave di questo. Partono con la jeep, vanno a cercare prima i colleghi e poi i bambini del Sostegno a distanza di Avsi, i bambini più vulnerabili che abbiamo.

Molte strade non sono percorribili, la maggior parte. Le sezioni comunali più lontane è impossibile anche solo pensare di raggiungerle. Partono da quelle più vicine, tanto da qualche parte bisogna pur partire. Visitano una casa alla volta, arrancano a fatica nel fango, non basta il 4×4, non basta nemmeno legarsi in cordata e avanzare insieme. In certi posti non si arriva proprio. Alla fine della giornata nessuno ha voglia di parlare, scuotono la testa, tirano fuori dalle tasche fogli umidi, macchiati e spiegazzati, scritture incomprensibili. Li guardano e scuotono la testa.

Non c’è più niente.

Di decine e decine di famiglie visitate, nessuna casa è in piedi. Stimano il 95 per cento delle abitazioni completamente sparite nel nulla, portate via dalla forza del vento, ma la stima in percentuale è un esercizio sterile e inutile. La situazione si risolve in un “è una catastrofe”. La collega più coraggiosa mi mostra qualche foto. Mi indica una pozzanghera scura. Mi dice: era lì la casa. Li dove? Lì dove adesso c’è solo una pozzanghera scura. La vita intera di una famiglia, in una pozzanghera.

60mila persone senza casa solo nel dipartimento sud; l’agricoltura in ginocchio; scuole, ponti, strade, tutto da ricostruire. Ricominciare da zero, ancora una volta.

Perché? Perché di nuovo ad Haiti? chiedono in tanti, soprattutto i colleghi più giovani.

Gli anziani del posto allargano le braccia con un sorriso triste e non dicono nulla. Le mamme invece ti guardano un istante e poi si rimettono a mescolare con foga una zuppa di chissà che cosa, dentro una pentola rimediata chissà come, in mezzo al fango appena fuori dal rifugio degli sfollati. “I bambini devono mangiare” ti dicono. E poi ti guardano con lo sguardo duro che solo una mamma haitiana con una nidiata di bambini da sfamare ti sa indirizzare.

Abbiamo capito. Da domani basta contare case distrutte e fare stime. Da domani veniamo con il pick-up carico di riso.

Poi penseremo al resto, un passo alla volta.

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