GEO-POLITICA/ Trump e la verità scomoda per i poteri forti americani

- Mauro Bottarelli

Negli Stati Uniti prosegue il confronto sempre più duro tra Donald Trump e Hillary Clinton per conquistare la poltrona di Presidente. Il commento di MAURO BOTTARELLI

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Donald Trump e Hillary Clinton (LaPresse)

Ammetto di aver guardato l’intero dibattito tra Hillary Clinton e Donald Trump, non so se per dovere professionale o per una sorta di pena del contrappasso che volevo impormi. Penso che andrebbe mostrato in tutte le scuole superiori, più di una volta: basterebbe, da solo, a cancellare una cinquantina d’anni di stereotipi e convinzioni popolari riguardo la superiorità della democrazia americana, riguardo il suo essere il faro d’Occidente, la stella polare a cui fare riferimento. È stato uno spettacolo imbarazzante, peggio della figura rimediata da Parisi contro la Boschi, qualcosa di ridicolo e al contempo di tremendamente preoccupante: uno di quei due mediocri personaggi, il 9 novembre sarà in possesso della valigetta con i codici nucleari. E, a differenza di ciò che si pensa, è il candidato in gonnella quello che potrebbe utilizzarla.

Il dibattito era partito con un Trump in difficoltà, visto l’audio uscito fuori con timing fenomenale riguardo una sua battuta di dubbio gusto riguardo al fatto che se sei un uomo ricco e di potere, le donne ci stanno sempre. Sgradevole, ma non mi pare abbia scoperto l’acqua calda: da che mondo e mondo, non ho mai visto una fotomodella o un’attrice fidanzarsi con un metalmeccanico della Breda. E io non giudico, perché sono il primo peccatore, ma inchiodare al muro del femminismo da quattro soldi Trump per avere detto un’amara verità è tipico dell’ipocrisia puritana statunitense: dai Kennedy in poi, l’America è stata governata da clan e oligarchie che del potere e del suo abuso hanno fatto scempio, non saranno le scappatelle un po’ volgarotte di Trump a far declinare l’impero americano, per favore.

A tal riguardo, mi è tornato in mente quel capolavoro che è Pastorale americana di Philip Roth, di cui a giorni uscirà la versione cinematografica. È la storia dello “Svedese”, Seymour Levov, ebreo, sportivo eccellente, ottimo imprenditore, tutto intriso del sogno americano, desideroso di farne parte, smussando i propri angoli, eliminando ogni distonia, essendo marito e padre felice. È il sogno americano. Un sogno che, nel caso di Seymour Levov, viene letteralmente frantumato da una bomba reale prima e da altre bombe, poi. Quella reale la utilizza la figlia amatissima Merry, una volta divenuta adolescente, per far saltare un emporio e un ufficio postale, incollerita, tradita da una narrativa sociale che non è reale, non lo è mai stata: una vita che non è solo ordine, prosperità, qualcosa di preciso e nitido, che si può governare, che scivola senza incrinature. Per Roth, Merry sarà la colossale distonia nella vita dello “Svedese”. Ma Merry è la distonia ontologica della società statunitense, Merry era lo storytelling di quel patetico spettacolo andato in onda l’altra notte.

Ma dietro alle luce e alle banalità, al livore e ai colpi bassi, c’è sempre una realtà inconfessabile: mi sono chiesto, al netto dei punti di vantaggio nei sondaggi e del fatto che i dottori l’abbiano dichiarata sana per poter governare: perché la Clinton avrebbe giocato la carta della sessualità libertina di Trump, quando in famiglia lei ha l’esempio mitologico di questa predisposizione? Perché rischiare le si ritorca contro, come in parte ha fatto già nel dibattito? Perché quel nastro ammazza-Trump, almeno nelle intenzioni, lo ha fatto saltar fuori il Deep State, i corpi intermedi del potere, quelli che davvero governano l’America e che di Trump hanno paura davvero, perché un sondaggio compiuto da Politico subito dopo la pubblicazione delle frase galeotta del tycoon, vedeva ancora il 74% degli elettori repubblicani che gli stavano accanto e solo il 12% che lo voleva in ritirata e fuori dalla corsa.

E cosa fa paura di Trump al Deep State? Primo, il suo annunciato ridimensionamento del ruolo Usa nella Nato e, quindi, un minore interventismo bellico statunitense nello scenario mondiale: ma si sa, l’economia Usa si regge grandemente sul ruolo di “gendarme del mondo”, sul warfare e il comparto bellico-industriale non ha la minima intenzione di rinunciare ai suoi lauti guadagni. Secondo, quanto dichiarato nel silenzio generale dei media europei da Trump lo scorso 5 settembre, a ridosso della riunione della Fed in cui si doveva decidere per un eventuale rialzo dei tassi (che, ovviamente, non c’è stato).

E cosa dichiarò Trump quel giorno? “La Fed sta mantenendo i tassi artificialmente bassi in modo che l’economia non crolli e che Obama possa dire agli americani che ha fatto un buon lavoro. Stanno mantenendo i tassi artificialmente bassi affinché Obama possa andare tranquillamente a giocare a golf e dire, tra un green e l’altro, che sta facendo un buon lavoro. Quella attuale è un’economia profondamente falsa. Abbiamo un pessimo stato economico, tutti lo capiscono, ma è un’economia falsa. Tengono i tassi bassi solo perché alla Casa Bianca l’inquilino possa pronunciare il suo addio dicendo a tutti il proverbiale, ‘Ve l’avevo detto’. Janet Yellen, di fatto, ha compiuto un lavoro meramente politico, lo capite tutti. Anche perché l’unica cosa che c’è di forte è un mercato azionario artificiale e lo è perché basato su denaro gratis, garantito proprio dai bassi tassi di interesse. È un mercato artificiale, mantenuto forte fino al prossimo gennaio, quando ci sarà l’insediamento del nuovo presidente. È tutto basato sul denaro gratis, sul denaro a pioggia, quando i tassi sono così bassi è quasi impossibile non avere un mercato azionario forte, ma a un certo punto la politica monetaria dovrà cambiare. E, nel frattempo, si sarà creata una gigantesca bolla”.

Lo scoppio della quale verrà imputato a chi prenderà possesso dello Studio ovale a gennaio, mentre Obama verrà ricordato come il presidente di Wall Street sempre con il segno più. Non importa se questo era reso possibile da tassi bassi che favorivano indebitamento allegro di massa attraverso emissioni di bond per pagare buybacks che tenessero alte le valutazioni dei titoli, nella narrazione Usa il presidente Obama sarà sempre lo “Svedese” di Pastorale americana e chi lo seguirà e dovrà gestire un nuovo 2008 sarà Merry, la bombarola, quella che fa esplodere il mercato e con esso manda in frantumi il sogno americano. Lo scorso 5 settembre Donald Trump si è condannato a morte da solo, perché invece di usare i soliti argomenti triti e ritriti come il muro con il Messico e l’intangibilità del Secondo emendamento sul possesso di armi, ha avuto l’ardire di fare ciò che non si può nel puritanesimo Usa: dire la verità. Oltretutto, su una materia infiammabile come l’economia.

Alla fine, se volete capire cosa sta accadendo in America, vi basta spendere pochi euro e leggere il capolavoro di Philip Roth: è tutto scritto lì dentro, basta saperlo leggere in controluce rispetto ai tempi e ai personaggi. Ma attenzione, perché si fa sempre più frequente la certezza dell’arrivo della cosiddetta October surprise nel contest presidenziale Usa, ovvero l’evento che cambia i giochi.

Wikileaks ha dato vita nei giorni scorsi a una nuova ondata di mail della Clinton, ma lo scandalo sessista di Trump le ha silenziate, quindi penso sarà altro. E temo non riguarderà territorialmente l’America, ma una parte del mondo che per l’America sta diventando ogni giorno più strategica e delicata: la Siria. Spero di sbagliarmi, ma le premesse ci sono tutte. E a chi mi taccia il oltranzismo filo-russo, invito a cercare su YouTube quanto dichiarato il 4 ottobre scorso davanti alla Commissioni Affari Esteri del Senato dall’arcivescovo maronita di Aleppo, Joseph Tobji. Sono i 23 minuti più istruttivi in materia che possiate trovare al mondo. E la faccia dell’atlantista Pier Ferdinando Casini, che gli siede accanto, è impagabile. Una vera pastorale, questa. 

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