SCENARI/ Ceta, il “cavallo di Troia” che piace agli Usa

- Carl Larky

L’opposizione dei valloni al Ceta, l’accordo commerciale con il Canada, ha portato alla luce ancora una volta le difficoltà di rapporti tra i vertici Ue e i popoli europei. CARL LARKY

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Jean-Claude Juncker (LaPresse)

Quell’oggetto misterioso, almeno per gran parte dei cittadini europei, che va sotto il  nome di Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement) sembra essere prossimo alla meta. Si tratta dell’accordo commerciale globale tra Ue e Canada finora oscurato dal più famoso Ttip, il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti con gli Stati Uniti, usato come una clava da Obama per influenzare i risultati del referendum sul Brexit. La minaccia di Obama che sarebbero diventati “gli ultimi della fila” se fossero usciti dall’Ue non ha sconvolto gli inglesi, segnando una duplice sconfitta per Barack: il Brexit vincitore e il Ttip rinviato sine die.

Dopo sette anni di trattative, il Ceta sembrava ormai cosa fatta fino a quando, pochi giorni fa, il governo belga ha dichiarato di non ratificare il trattato, facendo così mancare la necessaria unanimità. Per la Costituzione belga, un simile accordo deve essere approvato anche dai Parlamenti regionali e il Parlamento della Vallonia, la regione francofona del Belgio, aveva dato parere contrario. Anche la regione di Bruxelles, pur ospitando l’Ue, ha manifestato forti riserve sul trattato. Le pressioni del governo centrale hanno poi portato i valloni a un compromesso, con l’emissione di un memorandum esplicativo che pone sotto esame i punti considerati critici. Come ben descritto nell’articolo sul sussidiario di Mauro Bottarelli, il punto di maggiore preoccupazione è la sottrazione di sovranità agli Stati membri nel caso di controversie con gli investitori, soprattutto i grandi gruppi multinazionali.

Al di là del trattato in sé, la vicenda porta in luce ancora una volta i problemi alla base del modo in cui è stata costruita l’Unione Europea. I sostenitori dell’accordo hanno fatto presente l’anomalia di uno 0,7% della popolazione (i 3,5 milioni di valloni) che tiene in scacco l’intera Unione, più ricatto politico che prova di democrazia. Altri hanno proposto di sostituire l’attuale unanimità necessaria per l’approvazione con un sistema a maggioranza qualificata per evitare simili incidenti. Queste osservazioni, di per sé concrete, nascondono il vero problema, cioè la natura ambigua dell’Unione Europea: né Stato federale, né vera e propria confederazione, anomala anche come semplice associazione di Stati. 

Il problema principale posto dall’attuale assetto è proprio quello dei rapporti tra Unione e singoli Stati, complicati dalla farraginosità degli organi istituzionali, tra i quali il Parlamento Europeo è il meno incidente, pur rappresentando teoricamente i popoli europei. Suona quindi ipocrita la sorpresa ostentata ogni volta che viene evidenziata la distanza che separa l’Unione dai cittadini europei, che si sentono molto più rappresentati dai loro parlamenti e governi, per quanto possa essere diffusa la disaffezione per la politica  nazionale. 

I vertici Ue hanno reagito alla posizione dei valloni con una certa veemenza e con toni da lesa maestà, come già avvenuto in occasione del Brexit, ma la loro è una “maestà” del tutto calata dall’alto, che non tiene in alcun conto la realtà dei diversi Stati. Il Belgio è un Paese estremamente diviso tra valloni e fiamminghi e non sarà di certo la Bruxelles dell’Ue a risolvere problemi che la Bruxelles dei belgi non riesce a risolvere, li può solo aggravare, come accaduto in occasione del dibattito sul Ceta. Dal canto suo, tuttavia, l’Unione è pronta a sfruttare le divisioni interne quando sono a suo favore, come nel caso della Scozia verso il Brexit.

Nonostante abbia aspetti meno dirompenti rispetto al Ttip, di cui però può rappresentare una sorta di “cavallo di Troia”, come descrive Bottarelli, il Ceta non è comunque un semplice accordo di libero scambio che riguarda solo dazi doganali. E’ un trattato di ben più ampie dimensioni, che andrà ad incidere profondamente sull’attività economica dei vari Paesi, come indica lo stesso acronimo, e non può passare sulla testa dei cittadini e venire gestito solo dalle tecnocrazie politiche dell’Unione.

A tal proposito, questa idea sembra averla avuta anche il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, che ha ammesso la difficoltà di stabilire accordi commerciali se non si riesce a convincere gli europei che i rappresentanti Ue trattano nel loro interesse per raggiungere accordi che ne tutelino i diritti e siano a loro vantaggio. L’Ue potrebbe essere più convincente adottando una maggiore trasparenza nelle sue trattative e coinvolgendo maggiormente i singoli Paesi, accettando anche che non tutte le divergenze sono appianabili. Ciò porterebbe ad abbandonare l’attuale atteggiamento del “tutto o niente” in favore di accordi che lascino più ampi margini di decisione agli Stati membri. Ad esempio, accordi quadro vincolanti per tutti uniti a una serie di disposizioni e accordi “a geometria variabile” renderebbero possibile rispettare le concrete e legittime differenze di interesse esistenti tra i vari Paesi. Significherebbe anche rendere chiaro che l’Unione tratta insieme ai suoi Stati membri e non al loro posto e al di sopra di loro.

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