IL GIORNO DOPO/ Trump, l’intolleranza dei “tolleranti” e i muri da buttar giù

- Riro Maniscalco

“Il mondo gira, i media bombardano, la gente reagisce ed i lettori fanno domande. Così, provo a raccogliere in parole il clima che si respira in questo day after”. RIRO MANISCALCO

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Proteste anti-Trump dopo il voto (La Presse)

NEW YORK — Avrei voluto aspettare qualche giorno (almeno) prima di cominciare a commentare una presidenza che ancora non c’è. Ma il mondo gira, i media bombardano, la gente reagisce ed i lettori fanno domande. Così, provo a raccogliere in parole il clima che si respira in questo “day after” che ben pochi si aspettavano e che più di quanti si potesse aspettare si auguravano. Segretamente.

Ho scritto l’altro giorno e lo ribadisco — visto che mi è stato cordialmente contestato — che il flop vergognoso dei sondaggi non è avvenuto per un’errata applicazione di criteri statistico-matematici. Il flop c’è stato perché la gente votava Trump, ma aveva vergogna a dirlo. Ve lo posso assicurare. Non ho bisogno di guardare oltre la mia famiglia e cari amici per vederlo. Perché? Perché ci si sarebbe dovuti vergognare? Perché il mondo di chi comanda la comunicazione, il pensiero, “la cultura”, di chi pretende di decidere come dobbiamo pensare mai ci aveva martellati così pesantemente sull’unica cosa che una persona “normale” avrebbe dovuto fare: votare per Hillary Clinton. Gli altri? Sessisti, razzisti, sfruttatori, violenti etc. Sono anni che continuo a ripetere che il “grande danno” dell’amministrazione Obama è stato l’innalzamento del tasso ideologico, il trionfo dell’intolleranza dei tolleranti.

Il “libero pensiero” dei liberals cavalcato dai Democratici ha generato muri peggiori di un possibile muro col Messico. Ha squarciato il paese in due. Da una parte loro, i buoni, quelli che tollerano tutto e di più, dalle minoranze a tutte le diversità… eccetto quelli che non la pensano come loro. Questi cosiddetti non violenti che in comune hanno una sola cosa, “il nemico”, ovvero gli altri. Mi vengono in mente le piazze italiane degli anni 70: “Uniti sì, ma contro la Dc”. Senza un nemico non c’è nulla. Dall’altra, purtroppo non meglio, i cosiddetti “conservatori” arroccati dietro quei quattro valori in cui pensano di credere ancora, valori però diventati sterili, incapaci di generare vita.

Il muro c’è già, ed attraversa la pancia dell’America. Ed è in questo scenario che arrivano Donald Trump e Bernie Sanders, così diversi e così uguali. Nuovo sogno americano con sepoltura del vecchio ed iniezione di welfare state o rilancio del sogno vecchio stile alla “datemi la prateria ed un cavallo per galoppare”? Fuori dalle dinamiche partitiche, contro le dinamiche partitiche, Sanders e Trump hanno di fatto dato vita a due movimenti puntando lo sguardo sul vero tema — spesso solo implicitamente compreso — di queste elezioni: l’American dream. Se questo paese adolescente può crescere ed il suo “sogno” maturare, o se siamo destinati ad un invecchiamento precoce.

Nessuno nella schiera repubblicana è stato capace di mettere la museruola a Trump, lasciandogli far fuori gli altri 16 contenders come birilli; il partito democratico, ovvero l’intolleranza dei tolleranti, un po’ alla volta è riuscita a macinare Sanders, una anomalia, una “minoranza”, una “diversità” non prevista e quindi “intollerabile”. Ma così facendo il partito democratico ha perso l’unico spunto ideale che ancora gli dava un barlume di attrattiva. E così questo mondo “progressista” si è trovato improvvisamente ed inaspettatamente travolto e messo a nudo.

Dodici anni fa, mentre al Rockefeller Center seguivo allibito l’esito elettorale della sfida Bush-Gore, allibito mi chiedevo come fosse possibile che in un mondo che marcia inesorabilmente verso il “progresso”, negli Stati Uniti — terra del progresso — ci fossero ancora tanti voti repubblicani. Oggi l’America si ritrova Trump presidente, un Congresso in mano ai Repubblicani e di qui a poco una maggioranza “conservative” anche alla Corte Suprema. Questo hanno deciso gli americani. E oggi i tolleranti già lanciano la loro campagna di intolleranza verso Trump, su tutti i mezzi di comunicazione e per le strade del paese. Trump ha salutato l’America ed Hillary con parole equilibrate e gentili. Hillary nella sconfitta ha mostrato che un volto umano ce l’ha anche lei. Tutti chiedono unità, tutti chiamano ad un impegno comune per il bene del paese. Ma è dura dopo aver scavato per anni questa linea di confine.

Se devo essere sincero, oggi, guardando il clima che si è immediatamente generato dopo le elezioni, vedo da una parte la conferma di un muro ideologico e dall’altra un piccolo spazio in cui poter operare per ricostruire una società. I primi segnali sono questi.

Temo ancora che Trump sia la risposta sbagliata ad istanze giuste, ma credo — spero! — che ci sarà più spazio per lottare su quello in cui si crede di quanto ne avremmo trovato con Hillary ed il suo establishment. Credo e spero che si possa trovare spazio per battagliare e respingere le istanze più disumane che la campagna elettorale di Trump ha sostenuto. Con Hillary e l’armata dei tolleranti non ci sarebbe stato scampo. Siamo solo all’inizio. Vedremo. E che Dio ce la mandi buona, cioè God bless America!



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