ELEZIONI USA 2016/ La rivoluzione sociale di Trump prende a calci i poteri forti

- Gianluigi Da Rold

E verso le 4 del mattino, ora europea, dell’8 novembre 2016, la “grande paura” di una vittoria di Trump su Clinton si è trasformata in un “incubo reale”. GIANLUIGI DA ROLD

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Bill Clinton con la moglie Hillary (LaPresse)

Donald Trump ha vinto. E verso le quattro del mattino, ora europea, dell’8 novembre 2016, la cosiddetta “grande paura” di una vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton alle presidenziali americane si è trasformata in un “incubo reale”. Non si conosceva ancora il risultato finale, ma il fatto impressionante di questa giornata era che un uomo di oltre 70 anni con parrucchino, sbeffeggiato da tutti i media americani e mondiali, indubbiamente invadente, per usare un eufemismo, e dai toni un po’ “sopra le righe”, per usare un altro eufemismo, ha messo in riga la finanza di Wall Street, il grande e autoreferenziale potere mediatico, i saltimbanchi canterini e hollywoodiani di ogni tipo, i paludati statisti europei sempre più simili a “dilettanti accorti”. Più naturalmente la “dolce” Hillary, chiamata dalle amiche “la strega” e il presidente uscente Barack Obama, che si è speso in questa campagna elettorale con tutta la famiglia a favore del suo ex Segretario di Stato con cui non sempre si è trovato d’accordo.

Sempre alle 4 del mattino, ora europea, il New York Times, il giornale più importante del mondo probabilmente, che nei giorni scorsi dava l’84 per cento delle possibilità di vittoria alla Clinton, rovesciava il pronostico fino ad aggiudicare a Trump la vittoria al 76 per cento. Complimenti per la lungimiranza!

Intanto le Borse asiatiche crollavano, il peso messicano si volatilizzava, i famosi futures della “grande finanza democratica” americana perdevano il 3 per cento e gli investitori si buttavano a capofitto negli acquisti di oro, il bene rifugio per eccellenza.

Inutile fare l’elenco dei nostri analisti giornalistici (anche quelli che sono diventati bianchi di capelli dopo la Brexit) e dei nostri politici che si sono spesi per Hillary, per una facile vittoria. Sono quasi patetici nel loro tifo sfrenato e nella loro faziosità arrogante. Un sondaggio di un paio di giorni fa, fatto da una trasmissione televisiva, sosteneva che gli italiani si aspettavano una vittoria di Hillary Clinton al 73 per cento e solo un 17 per cento dava qualche chance di vittoria a Trump. Forse la lettura di qualche “Bignami” storico sarebbe consigliabile anche nelle nostre scuole democratiche e di ispirazione storica, sempre di sinistra. Matteo Renzi e Maria Elena Boschi potevano applicarsi in questo senso alla loro settima “Leopolda”.

Gli Stati Uniti, anche se non sempre esprimono il meglio della democrazia e della solidarietà sociale, sono pur sempre una nazione che persino Palmiro Togliatti, l’avvocato del Komintern come lo chiamava Stalin, il 31 dicembre 1945 ringraziava tutti i giovani soldati americani per aver liberato l’Italia e l’Europa dal nazifascismo. Nel Paese della memoria corta devono esserlo dimenticati in molti. 

Il candidato Donald Trump non ispira certo fiducia con le sue idee e le sue ricette, almeno per chi scrive, ma non comprendere che interpretava il ceto medio impoverito da questa crisi delinquenziale, prodotta da una finanza irresponsabile è stato un errore terribile, un “delitto”, come avrebbe detto il grande Talleyrand. Non comprendere che il “destro e matto” Trump era diventato un punto di riferimento, per quelli che non hanno più un posto fisso di lavoro e per la svendita dei posti di lavoro fatta in questi anni, significa non guardare la realtà.

Trump rappresenta insomma la rivolta del ceto medio bianco, la borghesia, la middle class che è la parte più attiva di una società. E paradossalmente, questa sedicente sinistra radicalchic, che la Clinton dovrebbe interpretare bene (ricordate quando Veltroni voleva fare con Bill Clinton l’Ulivo mondiale?) in realtà non rappresenta neppure più una classe operaia marginalizzata e legata al lavoro precario. Ma se lo chiederanno perché Trump vince nelle periferie e vince nel Michigan, uno stato che era industrializzato, e democratico per tradizione?

Ora è bene ricordare che gli Stati Uniti precedono sempre le grandi trasformazioni. Questo voto avrà un peso su quello che avverrà nei prossimi mesi in Europa, senza che i “nuovisti” della politica e i geni della turbofinanza se ne accorgano. Il problema vero, purtroppo, è che per l’incapacità e l’avidità di un gruppo sociale che ha imposto una globalizzazione senza senso e a razzo, la risposta della rivolta è purtroppo sempre populista, poi con il tempo diventa nazionalista e alla fine, se non viene governata, diventa di destra, di estrema destra. Ringraziamo di tutto questo sia la grande finanza sia quella sinistra di deficienti che, per opportunismo e ignoranza, non manca mai all’appuntamento con la storia. Purtroppo. Aveva ragione un acuto analista: in 8 anni la Merkel e Obama sono riusciti a far sparire gli Stati Uniti e l’Europa.

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