CASO REGENI/ Il “Mario Rossi” degli ambulanti e il cortocircuito di una narrazione sbagliata

- Nicola Berti

Per il “caso Regeni” si profila una soluzione di comodo: ma la geopolitica incalza lo scacchiere mediterraneo dopo troppe “narrazioni politicamente corrette”. NICOLA BERTI

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Giulio Regeni

La “verità su Giulio Regeni”, invocata da migliaia di striscioni e manifesti in giro per l’Italia, alla fine qualcuno l’ha raccontata. Non sappiamo se è verità o – più verosimilmente – una “post-verità”. Non sappiamo neppure chi è davvero Mohamed Abdallah (che già in italiano suona più o meno “Mario Rossi”), né cosa sia in realtà il “sindacato autonomo degli ambulanti” di cui Abdallah sarebbe leader al Cairo.

Sappiamo che, undici mesi dopo la tragica scomparsa del ricercatore italiano, Abdallah – il cui nome galleggiava già da settimane sulla cosiddetta “inchiesta” condotta sulla morte di Regeni – si è autodenunciato per aver denunciato il ricercatore italiano al ministero degli Interni egiziano. Il tragico destino di Regeni sarebbe maturato dopo l’ultimo incontro con Abdallah, il 22 gennaio scorso. Ora quel destino potrebbe compiersi definitivamente: con l’auto-chiamata di correo di un fiancheggiatore dei servizi di sicurezza egiziani.

Questi ultimi rimangono responsabili materiali dell’esecuzione di Regeni, ma vengono certamente alleggeriti sul piano dell’immagine dall’uscita allo scoperto di una sorta di “mandante”. Un tizio già messo nel mirino da un’amica di Regeni: Hoda Kamel all’Egyptian Center for Economic and Social Rights. Sarebbe stato il capo degli ambulanti – ambiente che sarebbe infiltrato dall’intelligence egiziana – a volersi liberare di quell’italiano che poneva “domande strane” su temi di “sicurezza nazionale”. Una spia zelante in una fase in cui il potere del generale Al-Sisi era ancora in via di consolidamento, e anche i diversi servizi di sicurezza – in conflitto – potevano essere più instabili e reattivi. Una concatenazione dagli esiti inaccettabili, ma tanto sarebbe stato.

Non sappiamo se all’opinione pubblica italiana, agli attivisti del “caso Regeni” questo esito potrà piacere (resta certamente incommensurabile il dolore della madre del ricercatore e dei suoi familiari). Nel frattempo, lo scacchiere politico-economico del Mediterraneo italo-egiziano si è rimesso in moto. Appena prima di Natale l’Eni ha annunciato di aver ceduto alla russa Rosneft il 30% della concessione offshore di Shorouk. Qui il Cane a Sei Zampe (storico supporter dell’Egitto laico fin dai tempi del golpe del generale Nasser) ha individuato nel 2015 il giacimento super-gigante di gas “Zohr” da 850 miliardi di metri cubi. Un anno dopo – cioè anche dopo la “decantazione” del caso Regeni – l’Eni incassa 1 miliardo e coinvolge sul gas mediterraneo-egiziano la compagnia statale della Russia di Vladimir Putin: naturalmente dopo la vittoria di Donald Trump alla casa Bianca e quando già stava maturando la “soluzione russa” per la crisi siriana.

Sono fatti angolosi e anti-narrativi, certo: e non potranno certamente andare a genio a chi, nei mesi fra il 2010 e il 2011, ha guardato in tv piazza Tahrir affollata (anche se imponente era soprattutto la folla dei network tv Usa, non diversamente da piazza Majdan a Kiev nel 2014). Alla narrazione progressiva delle “primavere arabe” ha partecipato, voleva partecipare anche Regeni: che non a caso aveva come base l’American University del Cairo ed era in contatto non solo con Cambridge ma anche con alcuni centri di ricerca di politica internazionale in Gran Bretagna e Usa. 

Per questa sua passione il giovane studioso italiano ha pagato di persona il prezzo più alto. Dieci mesi dopo il suo barbaro assassinio il presidente degli Stati Uniti, il premio Nobel per la pace Barack Obama, ha incassato un pesantissimo giudizio elettorale sui suoi otto anni alla Casa Bianca: essenzialmente “narrativi” e sconfessati in tempo reale dalla storia proprio sull’esemplare teatro mediorientale. Fino alle imbarazzanti mosse degli ultimi giorni contro Russia e Israele.

Non sappiamo se al povero Regeni – a cui sarebbe sicuramente piaciuto un Egitto diverso da quello che osservava in profondità e che per questo lo ha infine tradito – sarebbe piaciuta o no la sconfitta dei democratici alle presidenziali Usa e la fine brusca dell’ideologia “politically correct”. Difficile per un millennial educato a Cambridge: probabilmente convinto anche della correttezza politica e morale dell’intervento anglo-franco-americano contro la Libia del colonnello Gheddafi. Altro luogo, Tripoli, dove lo scarto fra realtà fattuale e narrata si è aperto al massimo: dove il gap fra durezze geopolitiche e pseudo-diplomazia mediatica ha fatto molte vittime. Ma la differenza fra l’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, l’ex premier britannico David Cameron, l’ex segretario di Stato americano Hillary Clinton e l’Eni è che dei primi non sentiremo più parlare, dell’Eni (sradicata dalla Libia) invece sì. Naturalmente è un fatto, non un giudizio: così come è un fatto che il terrorista tunisino che ha seminato morte a Berlino era un figlio delle primavere arabe ed era entrato in Europa dalle porte “di nessuno” lasciate aperte sul Mediterraneo.

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