TUNISIA/ Se i giovani delle periferie in crisi abboccano alla propaganda del terrore

- Michela Mercuri

Sopravvissuta alla minaccia fondamentalista, il futuro della Tunisia è oscuro, vista la grande crisi economica e il flusso di jihadisti che rientrano dalla Siria. MICHELA MERCURI

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Immagini di repertorio (LaPresse)

Si è conclusa il 30 novembre a Tunisi la conferenza internazionale “Tunisia 2020”. Secondo i dati diffusi dall’Agenzia di stampa Tunisina TAP, al vertice avrebbero preso parte 2.500 investitori, di cui 1.200 esteri e 40 delegazioni straniere tra cui anche quella italiana.

L’ambizioso obiettivo del primo ministro Youssef Chahed è quello di fare della Tunisia una destinazione per gli investimenti esteri, promuovendo un piano di sviluppo per il quadriennio 2016-2020 dal valore di 30 miliardi di dollariTra i 140 progetti presentati, 64 interessano il settore pubblico, con un focus particolare su infrastrutture, trasporti, Ict, agricoltura ed energie rinnovabili. 

Le premesse sono buone. Durante gli incontri sarebbero già stati siglati più di 30 accordi. La Banca europea per gli investimenti (Bei) ha annunciato un sostegno straordinario di 2,5 miliardi di euro per supportare l’imprenditoria privata, la realizzazione di infrastrutture sostenibili e di alloggi popolari, l’educazione e la formazione dei giovani. 

La Tunisia che si affaccia al 2017 è un paese desideroso di rimettere in moto il flusso degli investimenti stranieri e creare nuovi posti di lavoro, soprattutto attraverso uno sviluppo inclusivo delle regioni interne. Tuttavia i problemi restano numerosi. In primo luogo la stagnazione economica.  

Il debito pubblico, che ha toccato il 60% del Pil, è più che raddoppiato negli ultimi cinque anni, passando da 10 a oltre 22 miliardi di euro. La crisi ha aggravato la già precaria situazione occupazionale del paese, una delle cause delle rivolte del 2011. La disoccupazione, con un tasso medio del 15%, risulta particolarmente elevata tra i giovani diplomati (oltre il 30%) e tocca picchi più elevati nelle aree periferiche che, a tutt’oggi, sono interessate da proteste.

L’area di Kasserine rappresenta in maniera emblematica la forbice tra città e periferie: qui gli inoccupati costituiscono il 30% della forza lavoro, con picchi molto elevati tra i più giovani. L’accesso all’acqua potabile non è riservato neppure al 30% della popolazione, contro una media nazionale di quasi il 60%; il tasso di analfabetismo supera il 32% (a Tunisi è del 12%). Infine, il settore turistico ha registrato un calo di oltre il 34%, rispetto al 2014.

L’inoccupazione, specie quella giovanile, aggrava ulteriormente i persistenti problemi di sicurezza. Il paese dei gelsomini è quello che più di ogni altro ha esportato foreign fighters sui fronti caldi di Iraq e Siria. Secondo fonti ufficiali tunisine sarebbero quasi 5mila i tunisini partiti per combattere il jihad all’estero. Alla base di tale radicalizzazione vi è stato anche il sentimento di marginalizzazione di molti giovani. I combattenti potrebbero tornare in patria da militanti radicalizzati ma soprattutto da esperti jihadisti, con tutti i rischi che ne potrebbero conseguire. 

Secondo il ministero degli Interni tunisino, nel 2015 erano circa 600 i miliziani tornati in patria da diversi fronti. Da questo punto di vista la vicina Libia, con i suoi porosi confini, rappresenta una minaccia incombente. Secondo il ministro della Difesa, Farhat Horchani, sarebbero, al momento, circa un migliaio i tunisini combattenti inseriti nelle fila dello stato islamico a Sirte e in altre zone del paese, ora in fuga, che potrebbero decidere di rientrare. 

In sintesi la Tunisia, ritenuta da molti l’eccezione felice nel prisma comparativo spesso piuttosto fallimentare delle rivolte arabe, pur continuando a fare progressi nell’ambito del suo processo di transizione politica e nella ricerca di soluzioni concrete alla perdurante crisi economica, dovrà continuare ad impegnarsi per una maggiore stabilizzazione e per una concreta ripresa, precondizioni indispensabili per tentare di arginare la fascinazione jihadista, soprattutto tra i ragazzi delle periferie.

“Tunisia 2020” ha visto un notevole impegno internazionale, figlio della tardiva presa di coscienza che può essere possibile realizzare il tanto agognato “miracolo tunisino”. Continuare su questa strada è indispensabile non solo per la Tunisia ma anche per le imprese straniere, italiane in primis, che potrebbero trovare nel paese nuove occasioni di ripresa economica. 

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