ARGENTINA/ I desaparecidos e la giustizia a senso unico

- Federico Sesia

FEDERICO SESIA ripercorre il fenomeno del terrorismo guerrigliero, che tra 1970 e 1980 provocò più di 1000 vittime, tra cui si contano anche dei bambini coinvolti in esplosioni o sparatorie

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Non è molto esteso l’immaginario collettivo degli italiani per quanto concerne l’Argentina. Esso è infatti tendenzialmente limitato al calcio (ieri Maradona, oggi Messi), a Papa Francesco, all’alta percentuale di argentini che vantano almeno un’ascendenza italiana, includendo talvolta qualche vaga nozione su ciò che concerne quel cupo periodo del regime militare del generale Jorge Videla e dei suoi commilitoni, i quali alla fine degli anni 70 misero in atto una sistematica violazione dei diritti umani provocando migliaia di desaparecidos, termine che proprio da quei tristi eventi va ad indicare una persona scomparsa anche fuori dai paesi di lingua spagnola.

Purtroppo, le intricate e controverse vicende del paese di quegli anni non si limitano ai crimini commessi dai militari: fatto assai poco noto, oltre alla repressione esercitata dagli uomini delle Forze Armate vi fu il sinistro fenomeno del terrorismo guerrigliero, il quale ebbe picchi di violenza sconosciuti nel paese proprio nel corso degli anni 70. I metodi terroristici (tra i quali rapimenti per ottenere un riscatto, uso di ordigni, vere e proprie esecuzioni con armi da fuoco, assalti alle caserme dell’esercito e della polizia) messi in atto principalmente da due organizzazioni (i trotzkisti dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo e i peronisti di sinistra dei Montoneros), provocarono in soli dieci anni più di 1000 vittime, tra le quali si contano anche dei bambini, involontariamente e tragicamente coinvolti in esplosioni o sparatorie. Sono stati calcolati ben 21.600 attentati terroristici svoltisi dal 1970 al 1980, il che significa una media di sei attentati al giorno per dieci anni, cifra che causa vertigini anche a chi, come noi, sta vivendo in un’epoca caratterizzata dal diffondersi del terrorismo internazionale.

All’oggi, l’Argentina ha concluso una serie di processi verso quei militari che negli anni del Processo di Riorganizzazione Nazionale (termine con il quale si autodefinì la dittatura) si macchiarono dei crimini di omicidio, tortura, rapimento e sparizione di civili, che sono finiti con una serie di condanne nei confronti di coloro che sono stati ritenuti colpevoli, includendo anche un doveroso indennizzo ai familiari delle loro vittime. Lo stesso però non si può dire per la maggior parte dei parenti di coloro che sono stati uccisi per mano dei guerriglieri, che salvo pochi casi non hanno ricevuto alcun indennizzo e non è stata fatta giustizia per l’assassinio dei loro cari. Ad aggravare tale situazione negli anni appena trascorsi si è aggiunta la celata ostilità dei governi di Nèstor e Cristina Kirchner (in particolar modo quest’ultima) nei confronti di coloro che portano avanti in Argentina la causa delle vittime del terrorismo, per le quali l’appellativo di desaparecidos deve riferirsi, oltre alla sparizione fisica, anche alla mancanza di una memoria condivisa che includa anche le loro vicende.

Ultimamente però, qualcosa sembrerebbe essersi mossa in tal senso: questo 13 gennaio, dopo decenni di latitanza, la Segreteria per i Diritti Umani della Nazione ha ricevuto una delegazione della Celtyv (Ong che si occupa di fornire assistenza legale alle vittime del terrorismo) composta, tra le varie persone, da Arturo Larrabure (figlio del colonnello Argentino Larrabure, assassinato dai guerriglieri) e Victoria Villarruel (presidentessa della Celtyv).

Per quanto sia troppo presto per avanzare delle ipotesi, è comunque un segnale del fatto che il nuovo presidente Mauricio Macri voglia voltare pagina su ogni aspetto dell’era Kirchner, incluso quindi quello di una giustizia a senso unico che altro non ha fatto se non dividere il paese.

Che sia l’inizio di una rivisitazione in chiave più equa della memoria storica del paese? Al momento non è possibile dirlo con certezza, per quanto ci siano dei segnali positivi in tal senso. Ma le iniziative volte allo sviluppo di una memoria condivisa che tenga conto dei drammi di tutti, da sole non bastano, se non accompagnate dal riconoscimento dell’inalienabile umanità dell’altro, riconoscimento che il male fatto a delle persone care in quegli anni terribili non può e non deve in nessun caso far venire meno. Solo tramite questa via una si potrà porre la parola fine su un’epoca le cui crude lacerazioni risultano ancora oggi cucite a fatica.

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