UCRAINA/ Crisi economica e parlamento bloccato, il Majdan dov’è finito?

- Carl Larky

Già sconvolta dalla guerra civile e dalla gravissima crisi economica, ora l’Ucraina deve affrontare una crisi politica che sta mettendo in discussione l’eredità del Majdan. CARL LARKY

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Proteste in Ucraina (Infophoto)

Dopo più di 9mila morti, più di 20mila feriti e centinaia di migliaia di sfollati, il cessate il fuoco tra esercito ucraino e separatisti russofoni sembra reggere, anche se abbastanza fragile da indurre diversi osservatori a definire la situazione come una “guerra a bassa intensità”. In questo scenario ancora instabile si è comunque ripreso a parlare della possibilità di elezioni nell’Ucraina dell’Est controllata dai separatisti e della ripresa dei colloqui tra le parti per giungere a una soluzione pacifica della guerra civile. Peraltro, continuano le accuse reciproche sulla violazione e la mancata attuazione degli accordi già raggiunti a Minsk e che hanno portato al cessate il fuoco.

Tuttavia, si sono avviate in questi giorni trattative tra i ministri della Giustizia dei due Paesi per un possibile scambio di prigionieri, tra i quali spicca il caso di quattro attivisti ucraini arrestati nell’annessa Crimea per “attività contro lo Stato” (russo). Un altro caso che sta provocando reazioni a livello internazionale è quello di Nadia Savchenko, una parlamentare ucraina che, combattendo contro i separatisti, avrebbe causato la morte di due giornalisti russi e per questo è sotto processo in Russia.

L’Ucraina si trova, inoltre, in una gravissima crisi economica, con la sua moneta, la grivnia, in caduta libera, un’inflazione che viaggia attorno al 40% e un pesantissimo debito pubblico. A due anni esatti dalla cacciata di Yanukovich, malgrado qualche progresso, la situazione per quanto riguarda lo strapotere degli oligarchi e la diffusa e massiccia corruzione non è sostanzialmente cambiata. Eppure era questa una delle richieste dei manifestanti del Majdan nel 2014 e ora il governo nato da quelle proteste è in preda a una crisi profonda.

Proprio per fronteggiare la corruzione e attuare le necessarie riforme del sistema, erano stati inseriti nel governo alcuni tecnici stranieri, cui era stata conferita ad hoc la cittadinanza ucraina. L’attuale ministro delle Finanze è Natalie Jaresko, nata a Chicago da genitori ucraini, mentre ministro dell’Economia era stato nominato il lituano Aivaras Abromavicius, le cui dimissioni all’inizio di febbraio hanno fatto esplodere la crisi latente nel governo.  

Abromavicius si è dimesso dichiarando impossibile combattere la corruzione, anche per le interferenze di personaggi vicini al presidente Poroshenko. Una decina di giorni dopo, con motivazioni analoghe, si è dimesso il viceprocuratore generale, Vitaliy Kasko, dimissioni seguite poco dopo da quelle del procuratore generale, Viktor Shokin, ritenuto uomo del presidente. Il 16 febbraio è stata respinta una mozione di sfiducia contro il primo ministro Arseniy Yatsenyuk, ma subito dopo il governo ha perso la maggioranza in Parlamento con l’uscita dalla coalizione dei due partiti minori, tra cui quello di Julija Tymoshenko, protagonista della Rivoluzione Arancione del 2004.

Yatsenyuk si è difeso con l’accusa al Parlamento di aver boicottato i suoi tentativi di riforma, compresa la privatizzazione delle circa trecento aziende statali, bocciando il 60% delle sue proposte. Nella stessa intervista al Financial Times, pur dichiarando di non voler mettersi contro il presidente, come avvenne nel 2005 tra la Tymoshenko e Jushchenko, ha chiesto a Poroshenko di prendere posizione: o mi sostiene o mi caccia.

In effetti Poroshenko aveva chiesto la formazione di un nuovo governo e in un primo momento Yatsenyuk sembrava aver accettato di dimettersi, ma poi ci ha ripensato e sta cercando di costituire una nuova maggioranza. Come riporta l’ucraino KyivPost, i sondaggi dimostrano un sempre maggiore scontento degli ucraini nei confronti di  Poroshenko, Yatsenyuk e del Parlamento, accusati di non essere riusciti a condurre in porto le necessarie riforme, o peggio, di averle ostacolate.

Se Yatsenyuk mantiene la sua posizione si prospetta un pericoloso scontro in Parlamento, che riapre oggi 15 marzo. La prospettiva di nuove elezioni viene giudicata disastrosa nell’attuale situazione, né sarebbe facile neppure la successione a Yatsenyuk. Due sono i candidati in pectore, la già citata Natalie Jaresko e Volodymyr Groysman, attuale presidente del Parlamento e già ministro nel primo governo Yatsenyuk. Groysman, che qualche giorno fa ha criticato pesantemente il governo per le mancate riforme, è molto vicino a Poroshenko e quindi esposto alle accuse contro il presidente, anch’egli un oligarca (è definito “il re del cioccolato”) e già membro del governo sotto Yanukovich.

La Jaresko, che ha lavorato in passato nel Dipartimento di Stato e nell’ambasciata americana a Kiev, ha ottimi collegamenti con la finanza internazionale, che le hanno consentito di gestire al meglio molti problemi del debito ucraino. Una qualità molto importante ora che il Fondo monetario internazionale ha minacciato di sospendere i pagamenti dei residui 17,5 miliardi di dollari se non viene avviato al più presto un piano concreto di riforme. Come sottolinea il KyivPost, Jaresko è immune da accuse di connivenza con gli oligarchi e viene considerata distante sia da Poroshenko che da Yatsenyuk e in generale dai partiti ucraini. Tuttavia, la mancanza di una base politica può tradursi in una debolezza di fronte a un compito decisamente difficile.

Tra la popolazione, intanto, la mancanza di cambiamento reale e le pesanti condizioni di vita cominciano a rendere meno evidenti i vantaggi della rottura con la Russia, con cui l’economia ucraina era fortemente integrata. Anche la possibile associazione con l’Ue rischia di non essere più così attraente, data la crisi dell’Unione, tra minacce di Grexit e Brexit. Il referendum che si terrà il mese prossimo nella europeista Olanda sul trattato di associazione dell’Ucraina, pur senza valore vincolante può rappresentare un serio ostacolo in caso di vittoria dei no.

Un recente articolo apparso su The Guardian illustra le perdite derivate all’economia ucraina dall’aver rotto ogni rapporto con la Russia, in diversi settori, dall’industria aeronautica alle banche, e che ha fatto aumentare del 30% il costo del gas, ora importato dall’Europa. E’ difficile che l’Ue possa farsi carico di queste perdite, mentre è prevedibile un aumento consistente dell’immigrazione dall’Ucraina. L’ambasciatore americano a Kiev ha indicato però la strada: l’Ucraina deve diventare una “superpotenza” agricola. Una proposta coerente con la storia dell’Ucraina, un tempo definita il “granaio dell’Unione Sovietica”, ma anche la Russia di oggi era un grosso mercato per i suoi prodotti agricoli. Date le politiche agricole dell’Ue, anche questa sembra purtroppo una strada in salita.  

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