SUORE UCCISE IN YEMEN/ Vittime della violenza dell’Isis e dell’ambiguità di Obama

- Caleb J. Wulff

Il massacro ad Aden di quattro suore e dodici civili non ha ancora un diretto responsabile, ma è l’ultimo amaro frutto di una guerra che ha già causato più di 6mila morti. CALEB J. WULFF

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Suore Missionarie della Carità (Infophoto)

La guerra civile in Yemen è tornata dolorosamente alle ribalta con il massacro compiuto ad Aden in cui hanno perso la vita quattro suore dell’ordine di Madre Teresa di Calcutta, le Suore Missionarie della carità, insieme ad altre dodici persone, operatori e ammalati del centro di assistenza gestito dalle suore, mentre un sacerdote è stato rapito. Nel 1998 tre suore dell’ordine erano morte in un attacco nell’ospedale di Hodeida, attribuito allora ad uno “squilibrato saudita”.

Quest’ultimo eccidio non è stato ancora rivendicato, anche se i sospetti si stanno appuntando su elementi connessi all’Isis, mentre la locale al Qaeda ha dichiarato la propria estraneità all’attentato. Come riportato da Asianews, mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, ha indicato “motivi religiosi” alla base dell’assalto, cosa del tutto credibile in una situazione come quella attuale dello Yemen.

La guerra in corso nel Paese si inserisce nel più ampio scontro in atto tra sciiti e sunniti e loro sostenitori, da un lato l’Iran, dall’altro l’Arabia Saudita, che per combattere in Yemen i ribelli Houthi, sciiti, ha costituito una coalizione di Stati sunniti, principalmente altri Paesi del Golfo, ma con l’adesione di altri Stati come Egitto, Marocco e perfino il Pakistan. La motivazione adotta è la necessità di restaurare il governo del presidente Hadi, riconosciuto internazionalmente, contro i citati Houthi e i sostenitori del deposto presidente Saleh, già alleato dei sauditi e degli Stati Uniti e che in passato, pur essendo egli stesso sciita, aveva combattuto gli Houthi, ora suoi alleati. D’altra parte anche Hadi faceva parte del governo di Saleh, prima di sostituirlo. Una situazione questa di cui hanno ovviamente approfittato le milizie locali che si rifanno ad al Qaeda e che controllano parti del Paese, ed elementi dell’Isis.

Sono quindi evidenti i forti connotati politici e di potere della guerra civile, pur in presenza di un contrasto religioso che, come visto, non esclude alleanze di comodo in base al principio “il nemico del mio nemico è mio amico”. E’ però pensabile che per l’Isis sia determinante il fattore religioso, che porta ad eliminare chiunque si opponga al suo concetto di islam, per principio i cristiani e poi i musulmani considerati eretici, a partire dagli sciiti.

Aden è stata riconquistata dai lealisti appoggiati dai sauditi e Hadi l’ha proclamata capitale provvisoria in attesa di riconquistare Sana’a, in mano a Saleh e agli Houthi. Un attacco come quello portato alle Missionarie della carità, invitate a suo tempo in Yemen dal governo yemenita, non sembra francamente essere nell’interesse di nessuna delle due parti in lotta, rendendo più plausibile l’ipotesi Isis o di qualche altro gruppo jihadista.

Il massacro di Aden porta più vicina a noi la tragedia yemenita, che ha causato già più di 6mila morti, almeno per metà civili tra cui centinaia di bambini, migliaia di feriti e milioni di sfollati. Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, Amnesty International e Medici Senza Frontiere, pur accusando entrambe le parti per la morte di civili innocenti, hanno puntato il dito soprattutto contro i bombardamenti dei sauditi e sull’uso di bombe a grappolo. Questo tipo di bombe, particolarmente atte a provocare i cosiddetti “danni collaterali” tra civili, dovrebbero essere proibite dalle leggi internazionali, ma quelle usate in Yemen sembrano addirittura di produzione americana.

Lo stesso Parlamento europeo, nella deliberazione presa a stragrande maggioranza il 25 febbraio scorso, nell’invitare l’UE a predisporre l’embargo sulla vendita di armi alle parti in conflitto nello Yemen, ha espresso grave preoccupazione per “gli attacchi aerei della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e per il blocco navale imposto allo Yemen, che hanno condotto a migliaia di morti e ha una ulteriore destabilizzazione dello Yemen”.  

Lo Yemen è il Paese più povero del Golfo e, secondo l’Onu, la guerra civile lo sta portando sull’orlo della catastrofe umanitaria con 21 milioni di yemeniti, su un totale di 26, in condizioni precarie e metà della popolazione già affetta da malnutrizione.

Impossibile non essere d’accordo con il messaggio di papa Francesco per l’eccidio di Aden, in cui si chiede in nome di Dio a tutte le parti “di rinunciare alla violenza e rinnovare l’impegno per il popolo dello Yemen”. Un invito che, secondo gli esperti, non ha molte probabilità di essere accolto dai contendenti locali, ma che forse può, o meglio, deve essere accolto dalle potenze esterne, cominciando dal principale alleato dei sauditi, gli Usa di Obama, e dalle loro letali bombe a grappolo.

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