DIETRO PANAMA PAPERS/ Lo scandalo che “piace” a Usa e Russia (con lo zampino della Germania)

- Carl Larky

Le rivelazioni contenute nel voluminoso dossier detto Panama Papers vanno al di là della semplice evasione fiscale, coinvolgendo geopolitica e politica interna di diversi Stati. CARL LARKY

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Panama, immagine dal web

In un suo recente ed interessante articolo sulla finanza oscura, Mauro Bottarelli ha avanzato l’ipotesi che dietro lo scandalo dei Panama Papers vi sia la “manina” di Putin. E’ un’ipotesi apparsa su diversi media, che trae spunto dalla strana assenza nelle liste di nomi americani e che porta a pensare a un effetto orologeria nella pubblicazione delle notizie, con gli Stati Uniti sotto il ricatto di successive e pericolose informazioni. Con in più una specie di vendetta personale dello “Zar” russo contro David Cameron per la questione Litvinenko.  

Appare abbastanza evidente il contenuto essenzialmente politico dell’ operazione, perché l’utilizzo di quelle informazioni ai fini legali e fiscali rimane molto dubbio e comunque laborioso. Se lo scopo è quindi prevalentemente geopolitico, la Russia di Putin non è, tuttavia, la sola ad avere interesse a sollevare lo scandalo, ma possono averlo anche gli Stati Uniti.

L’americana CNBC ha intervistato Bradley Birkenfeld, il funzionario della UBS che nel 2008 passò al governo americano rilevanti informazioni sui conti correnti in Svizzera di cittadini americani. Sulla base delle sue rivelazioni il governo americano ha esercitato pesantissime pressioni che hanno costretto gli svizzeri a rivedere il loro concetto di segreto bancario, fruttando a Birkenfeld 30 mesi nelle carceri americane, ma anche un premio di 104 milioni di dollari dal fisco degli Stati Uniti per le entrate recuperate grazie alle sue informazioni.

Sempre secondo quanto pubblicato da CNBC, Birkenfeld si dichiara sicuro che dietro quest’ultima operazione vi sia la CIA e fa presente che i nomi emersi sono tutti riferiti a Stati con cui gli Usa hanno rapporto quantomeno tesi, Russia, Cina, Argentina, Pakistan. All’obiezione dell’intervistatore che David Cameron non può essere considerato un nemico degli Stati Uniti, Birkenfeld liquida la questione come un probabile “danno collaterale” in un’ampia operazione di intelligence.

Questa definizione potrebbe forse essere applicata anche al coinvolgimento del presidente ucraino Poroshenko. L’Ucraina sta attraversando, insieme a una grave crisi economica, una difficile crisi politica che ha portato in questi giorni alla costituzione di un nuovo governo. Al centro del dibattito politico rimane la questione della insufficiente lotta alla corruzione e allo strapotere degli oligarchi, cui viene ascritto anche Poroshenko. Il suo indebolimento fa senza dubbio comodo a Mosca, ma potrebbe non essere sgradito a Washington, in vista di una radicale trasformazione dell’assetto politico ucraino che eviti il fallimento definitivo della rivoluzione del Majdan.

Nel Regno Unito, David Cameron è sotto attacco non solo delle opposizioni: anche all’interno del suo partito emergono richieste per un cambio della  leadership dei Conservatori. Il successore più probabile è Boris Johnson, deciso sostenitore dell’uscita dall’UE e protagonista in questi giorni di uno scontro con Obama, da lui accusato di essere ipocrita nel suo sostegno alla permanenza dell’UK nell’Unione. La perdita di credibilità di Cameron fa aumentare le probabilità di successo del Brexit, con conseguente crisi di governo e gravi ricadute sull’Unione Europea. Uno scenario probabilmente gradito alla Russia ma, ancora una volta, non necessariamente sgradito agli Usa. Un Regno Unito fuori dall’Ue sarebbe spinto a rafforzare i tradizionali legami con gli Stati Uniti, mentre un collasso dell’UE renderebbe più forte la posizione di Washington verso i singoli Stati europei.

Al di là di questi aspetti, su cui è azzardato trarre conclusioni, vi sono altri lati problematici nella vicenda. I Panama Papers sono gli ultimi di una serie di dossier che probabilmente continuerà. Il più noto precedente è quello di Edward Snowden con le sue rivelazioni all’inglese Guardian e all’americano Washington Post, ma in questo caso la  “talpa” ha giocato a volto scoperto e con ben precise motivazioni morali o ideali, che dir si voglia. 

Nello stesso anno, il 2013, l’International Consortium of Investigative Journalists  (ICIJ), l’organizzazione indipendente di giornalisti che ha elaborato la enorme documentazione fornita allaSuddeutsche Zeitung, si è occupato dell’analisi di 2,5 milioni di documenti arrivati per posta elettronica a un giornalista australiano aderente al Consorzio, che stava da tre anni indagando su conti offshore connessi con uno scandalo locale. Per questa precedente esperienza e per la sofisticata tecnologia nell’analisi dei dati, il quotidiano tedesco si è rivolto all’ICIJ, anche se ci si può chiedere perché, data la natura dei dati, il giornale non abbia passato il tutto alle autorità. La presenza tedesca nei documenti è rilevante: secondo la Zeitung, migliaia di tedeschi hanno utilizzato i servizi della Mossack Fonseca (per inciso, Mossack è nato in Baviera), comprese 28 banche. La sola Deutsche Bank ha contribuito alla costituzione di 400 società offshore, anche se ha cessato questa attività da diversi anni.

Questo è un altro lato problematico della vicenda, perché molti di questi dati risalgono ad anni passati e non descrivono più eventi attuali, pur rimanendo intatto l’eventuale giudizio giuridico ed etico. D’altra parte, i documenti sono stati sotto elaborazione per più di un anno da parte di un considerevole numero di persone e  sembra piuttosto improbabile che nessuno, alla Mossack Fonseca o altrove, si sia accorto di questa enorme fuga di notizie e non sia ricorso ai ripari.

Comunque sia, un risultato sembra sia stato ottenuto, quello di risvegliare le “belle addormentate”, cioè i vari governi, e spingerli a intervenire su questioni che, peraltro, conoscono già molto bene. A meno che il motto rimanga ancora: “ha da passà ‘a nuttata!”

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