BRASILE/ Usa, greggio e destra dietro l’impeachment a Dilma Rousseff

- Veronica Ronchi

Lo scandalo che coinvolge il Brasile può essere inteso solo tenendo conto di due immensi temi congiunturali: il prezzo del greggio e la svolta a destra del continente. VERONICA RONCHI

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Dilma Rousseff (Infophoto)

Lo scandalo che sta coinvolgendo il Brasile non può essere inteso senza prendere in considerazione due immensi temi congiunturali che ruotano attorno a questo processo: da un lato la caduta del prezzo del greggio e dall’altro la svolta a destra del subcontinente latinoamericano.

Inutile negare che, con un costo al barile ormai in costante ribasso, i paesi cosiddetti emergenti, con risorse petrolifere importanti e che hanno basato parte della loro crescita proprio sulla vendita degli idrocarburi, siano oggi a questionare la possibilità di mantenere i loro programmi elettorali.

Come ben si ricorderà, la grande espansione chavezista — che non ha coinvolto solo il Venezuela, ma che ha divulgato l’ideologia “socialismo siglo XXI” nei paesi andini e financo in Argentina — prendeva le mosse proprio dal buon andamento delle esportazioni petrolifere e da un dialogo che, escludendo gli Stati Uniti, si rivolgeva sempre più ai paesi non allineati.

Gli Stati Uniti, oggi maggior produttore mondiale di greggio, non guardano con disdegno questa nuova congiuntura, per giunta da loro promossa, che permette, con un intervento indiretto, di riprendere parte dell’interesse perduto sul subcontinente latinoamericano per tutta l’amministrazione Obama.

Gli scandali interni a Petrobras, impresa da sempre monitorata dagli organismi nazionali e internazionali per dati di corruzione, rappresentano la punta dell’iceberg di un sistema, quello sudamericano, che si sta spostando velocemente, almeno nelle sue maggiori economie, verso una destra imperante.

Le oligarchie castigano i dati poco confortanti degli andamenti economici: Standard & Poor’s stima che nel 2015 l’economia brasiliana si sia contratta del 3,6% e che nel 2016 subisca un altro -3% per poi eventualmente vedere una ripresa della crescita nel 2017. Il Brasile non sta tenendo il passo con la globalizzazione: la flessione è evidente nel settore industriale (-6,4% dell’output) e in quello minerario (-6,6%), il tutto condito con un’inflazione al 10,7%.

E a ribellarsi è solo una parte del sistema Brasile, ma quello che conta: il Sud, il potente stato di San Paolo, dove la Confindustria locale, la Fiesp, si è fatta promotrice delle proteste che, agganciandosi al partito di Temer, il Pmdb (movimento democratico brasiliano), stanno portando avanti l’impeachment contro la presidente Dilma Rousseff.

La svolta è ormai ineluttabile, perché anche qualora il Senato e la Corte Suprema non votassero in favore dell’estromissione di Dilma Rousseff dalla presidenza della Repubblica, poco resta da fare a un governo così poco legittimato dal sistema produttivo del paese, se non constatare che una tappa storica, quella che ha guidato l’uscita dalle ceneri del neoliberalismo con la bandiera del Partido dos Trabalhadores, è ormai finita. Dinnanzi a noi un grande interrogativo avanza: come si configurerà il subcontinente più diseguale al mondo di fronte a un inserimento spinto nel liberalismo e nella globalizzazione?

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