CAOS EUROPA/ Dopo-Brexit, l’”ipotesi Groenlandia” accelera la fine dell’Ue

- Carl Larky

Dopo l’esito del Brexit e gli allarmi che ne sono conseguiti, il nuovo governo inglese di Theresa May si sta comportando con molta circospezione. Il fronte delicato è la Scozia. CARL LARKY

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Boris Johnson (LaPresse)

Tre caratteristiche principali hanno sempre contraddistinto l’immagine, un po’ stereotipata, dei britannici: la flemma, un particolare tipo di umorismo, il “British humour”, e il pragmatismo. Caratteri che sembrano emergere nel modo in cui il Regno Unito sta affrontando il grave problema dell’uscita dall’Unione Europea.

Di fronte alle veementi reazioni dei vertici di Bruxelles e ai loro bruschi e indignati inviti perché gli autori di cotale delitto di lesa maestà europea se ne andassero al più presto, il nuovo governo ha dichiarato di non aver alcuna intenzione di impugnare l’articolo 50 prima della fine dell’anno. E ha fatto anche presente che l’ormai famoso articolo 50 del Trattato di Lisbona, che Juncker e compagni dovrebbero ben conoscere, prevede, a partire dalla comunicazione formale dell’intenzione di uscire, che le trattative si concludano entro due anni, periodo estendibile con l’approvazione di tutti gli Stati membri. Il che porta la possibile uscita dall’Ue almeno al 2019, tenendo anche conto che sono in discussione davanti alla magistratura inglese diversi ricorsi diretti ad assicurare che la decisione sulla Brexit venga presa non dal governo, ma dal Parlamento, in maggioranza favorevole alla permanenza nell’Ue. Ed è  improbabile che il tribunale si pronunci prima dell’autunno.

Il pragmatismo fa capolino nella formazione del nuovo governo, alla cui testa e nelle posizioni di maggior rilievo vi sono esponenti del Remain, cioè del partito che ha perso il referendum, ma alla gestione della uscita dall’Ue sono stati posti tre “Brexiteer”. Qui entra in scena anche una certa dose di provocatorio umorismo britannico, con la nomina a ministro degli Esteri di Boris Johnson, noto per le sue scarse qualità diplomatiche, ben dimostrate con le pesanti battute contro Obama, e certamente non ben visto a Bruxelles, dopo che ha equiparato l’Ue a Hitler. Johnson si è dimostrato molto accorto nel suo primo incontro con gli altri ministri degli Esteri dell’Unione Europea e la sua condotta nella riunione è stata definita come positiva e  caratterizzata da “una certa umiltà”. Johnson ha dichiarato che l’uscita dall’Ue non significava in alcun modo l’uscita dell’UK dall’Europa, ponendo una significativa distinzione tre Europa e Unione Europea.

Molto interessante è anche una dichiarazione del premier Theresa May durante la prima riunione del nuovo gabinetto: “Non vogliamo essere un governo definito solo dalla Brexit. Vogliamo anche essere un governo definito dalla riforma sociale che realizzeremo”. Il riferimento alla necessità di riforme sociali indica le vere cause dell’esito del referendum e delle diversificazioni nel voto: senza negare l’esistenza di spinte nazionalistiche, con frange scioviniste e perfino razziste, le motivazioni di fondo pescano nella radicata insoddisfazione per la situazione economica e sociale. Non stupisce perciò il voto per la Brexit della “profonda” Inghilterra, dove appaiono lontani i benefici dell’adesione all’Ue, a differenza di ciò che avviene nella City o per i grandi gruppi industriali. Qui, l’esito principale è dato da un aumento dei problemi posti dai flussi migratori, spesso più percepiti che non reali, ma non per questo meno importanti.

Anche il diverso voto nell’Irlanda del Nord va visto in una prospettiva del tutto locale. Pur con una tendenza dei protestanti a votare per la Brexit e dei cattolici per la permanenza, la maggioranza (56%) ha votato per rimanere, essendo una delle cause i forti contributi economici che all’Irlanda dl Nord arrivano dall’Ue. L’altro elemento importante, soprattutto per i cattolici, è che con la Brexit verrebbero messi in discussione i rapporti di libero traffico, non solo economico ma delle persone, tra le due Irlande. Il Primo ministro irlandese, Enda Kenny, ha ventilato l’ipotesi di un referendum per la riunificazione dell’Irlanda del Nord con l’Eire, suscitando reazioni contrarie nel Nord unionista. Il rischio è quello di riaprire il conflitto che ha insanguinato il Nord Irlanda fino all’accordo del Good Friday di vent’anni fa, rischio che dovrebbe essere attentamente valutato anche in sede europea.

Alquanto complicata è la situazione anche per la Scozia, a meno che si voglia credere che il voto degli scozzesi derivi solo dall’ammirazione per l’Ue. La permanenza nell’Unione facilita le trattative per una sempre maggiore autonomia e siamo ancora di fronte a calcoli di interesse, peraltro del tutto legittimi, gli stessi calcoli che, di fronte alle concessioni del governo britannico, portarono al risultato negativo del referendum sull’indipendenza. Gli scozzesi hanno ripreso la minaccia di un secondo referendum, ma è significativa la cautela della Primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, che si dice pronta ad indire il referendum, ma solo se le trattative tra UK e Ue non fossero coerenti con gli interessi della Scozia. Una dichiarazione in qualche modo speculare a quella della May che ha affermato di voler iniziare le trattative quando sarà ben chiara la situazione all’interno del Regno Unito.

Accanto alla preoccupazione che un eventuale insuccesso del nuovo referendum affossi definitivamente ogni sogno di indipendenza scozzese, vi è anche la non sicurezza sull’immediata accettazione nell’Unione Europea di una Scozia indipendente, ipotesi contrastata per esempio dalla Spagna, che teme si costituisca un precedente che potrebbe essere utilizzato dalla separatista Catalogna. La Sturgeon avanza quindi un’altra ipotesi: la “soluzione Groenlandia”.

Nel 1982, la Groenlandia votò contro l’entrata nell’Ue e le fu consentito di rimanerne fuori, con un trattato particolare di associazione, mentre il resto della Danimarca entrava a pieno titolo nell’Unione. Questa soluzione, pur di non facile attuazione, consentirebbe alla Scozia, e all’Irlanda del Nord, di rimanere contemporaneamente nel Regno Unito e nell’Unione Europea. Una conseguenza sarebbe l’accelerazione della trasformazione dell’UK verso una forma più nettamente federale, ma risolverebbe molti dei problemi posti dalla Brexit al Regno Unito. Più dirompenti sarebbero i problemi per l’Ue, che sarebbe costretta ad assumere una forma a “geometria variabile”, uno scenario che cozza contro il rigido dogmatismo e centralismo dei tecnocrati che governano l’Ue. Ma la realtà si dimostra sempre più complessa e creativa di quanto costoro possano immaginare.

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