GEO-POLITICA/ Usa-Russia, i nuovi “indizi” di una guerra

- Mauro Bottarelli

Sembrano aumentare, dice MAURO BOTTARELLI, gli indizi che fanno pensare che qualcuno negli Stati Uniti abbia bisogno di una guerra. E Putin è pronto a essere un bersaglio

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Vladimir Putin (Foto: LaPresse)

Eviterò di perdere tempo con il Truman Show andato in onda venerdì a Monaco, visto che il copione è scritto: si fa andare ulteriormente fuori di testa un soggetto già instabile, lo si spinge al gesto estremo e si beneficia politicamente dell’accaduto. Altrimenti, spiegatemi come ha fatto la polizia di una città come Monaco a essere tenuta in scacco per sette ore da uno psicopatico solitario, visto che misteriosamente gli altri due membri del commando sono spariti. Tornati in caserma per godersi i complimenti dei colleghi? O mai esistiti, magari? Perché dovete spiegarmi come tre persone armate in un centro commerciale strapieno di gente riescano a fare solo 9 morti e una ventina di feriti: problemi di vista? Mano tremula? Tant’è, la Merkel si è garantita una bella assicurazione politica sulla vita, in vista, prima di tutto, dei due turni amministrativi di settembre. Complimenti.

Ora, però, veniamo a cose serie. Non ci sono ancora conferme ufficiali, ma le fonti appaiono credibili: esiste una relazione del Consiglio di sicurezza russo che circola al Cremlino e che afferma come l’Agenzia federale per il trasporto aereo (Rosaviatsiya) abbia facoltà di vietare ai cittadini russi di recarsi in Turchia, dopo che il ministero della Difesa turco ha riferito che due armate navali Usa-Nato, attualmente operanti nel Mar Nero, sono salpate verso le acque territoriali turche. Di questa flotta farebbero parte anche le 14 navi da guerra turche “scomparse” nella notte del fallito colpo di Stato della scorsa settimana.

A dare conto di tutto questo è la rivista russa di geopolitica Katehon, normalmente ben informata e non avvezza alle bufale. Stando al rapporto, due flotte navali congiunte Usa-Nato stanno conducendo esercitazioni di guerra nel Mar Nero, i cui nomi in codice sono Black Sea Breeze e Sea Breeze 2016: bene, la relazione sottolinea che il ministero della Difesa turco aveva da tempo avvertito che queste navi da guerra erano pronte a essere utilizzate in sostegno del colpo di Stato contro il governo della Turchia. E, infatti, la Marina è stata l’unica forza armata a schierarsi fin da subito con Erdogan. La relazione afferma, inoltre, che la giustificazione da spendere con l’opinione pubblica occidentale per queste grandi manovre navali Usa-Nato sarebbe la necessità strategica per gli Stati Uniti di proteggere i 90 missili nucleari B61 di stanza nella base aerea di Incirlik, in Turchia, i quali, anche se immagazzinati nelle camere blindate sotto i rifugi aerei protetti all’interno da un perimetro di sicurezza, sono attualmente circondati dalle forze militari turche fedeli al presidente Erdogan. Il presidente Obama «non le ritiene più al sicuro».

Caso strano, da venerdì scorso alla base aerea è tornata la corrente elettrica, dopo una settimana di operatività ridotta grazie ai generatori. E, caso ancora più strano, in perfetta contemporanea con il ritorno dell’energia, l’ambasciatore turco a Washington, Serdar Kilic, ha consegnato formalmente al governo Usa i documenti necessari per l’estradizione di Fethullah Gulen, l’islamista auto-esiliatosi in Pennsylvania che Erdogan ritiene la mente del golpe. Lo stesso ministro degli Esteri turco, Mavlut Cavusoglu, parlando con la tv Trt, ha forzato la mano, dicendo che la Turchia è pronta a sedersi al tavolo della commissione proposta dagli Usa per discutere della possibile estradizione: «Se vuoi evitare che Gulen torni in Turchia, puoi metterci anni a prendere una decisione, ma se sei deciso, l’intero iter può essere completato in un periodo molto breve». Insomma, nulla capita a caso.

Tornando al rapporto, questo segnala che la Turchia ora accusa apertamente gli Stati Uniti del tentativo di colpo di Stato, presentando inoltre prove che dimostrano come proprio Fethullah Gulen sia un «fantoccio prestanome della Cia». Le epurazioni di massa del presidente Erdogan, già abbattutesi su oltre 50mila tra soldati, poliziotti , giudici, funzionari pubblici e docenti (tutti sospesi o arrestati), hanno messo in allarme l’amministrazione Obama. Stando al report, «la più grande paura dell’amministrazione Usa è che il presidente Erdogan stia effettuando un’enorme epurazione da tutta l’influenza americana in Turchia , che inizia a somigliare alla controrivoluzione islamica lanciata contro gli Stati Uniti durante la rivoluzione iraniana del 1979, con il ritorno in patria dell’ayatollah Khomeini e la fuga dello Scià di Persia, Reza Palhavi».

La domanda che circola ora, a seguito del rapporto russo, è questa: la massiccia flotta militare navale Nato-Usa colpirà la Turchia per rimuovere il presidente Erdogan una volta per tutte? Gli analisti dell’intelligence rispondono che tutto dipenderà dal sostegno che verrà dato dagli altri Stati arabi sunniti. Un alto ufficiale saudita, sottolinea Katehon, ha rivelato che alti funzionari governativi a Riyadh e Abu Dhabi erano stati informati della preparazione del colpo di stato in Turchia molto prima che avesse luogo. Il rapporto conclude: «Anche se non si conosce la “fase finale” di questa ultima catastrofe dell’amministrazione Obama-Clinton in Turchia, è ormai evidente che gli Stati Uniti saranno ora costretti a riconsiderare il loro sostegno amichevole ai terroristi islamici moderati, gli stessi che hanno decapitato un ragazzino di tredici anni in Siria e pubblicato un video che ha fatto il giro del mondo, suscitando orrore e sdegno».

Succederà davvero? Io ne dubito, ritengo che se qualcosa dovrà accadere sarà soltanto una dimostrazione muscolare senza conseguenze. C’è però da dire che, nel silenzio assoluto, cominciano a emergere verità inquietanti sul livello di tensione che corre tra Stati Uniti e Russia. A quasi un mese di distanza, si è infatti scoperta la verità sui bombardamenti russi contro la base dei ribelli sostenuti dagli Usa ad Al Tanf, al confine siro-giordano. Il fatto avvenne il 16 giugno scorso e facevano riferimento a fonti statunitensi: «Stando a informazioni pubblicate dal Washington Examiner, gli attacchi aerei russi hanno avuto luogo giovedì nel sud della Siria, nei pressi di al-Tanf, al confine con la Giordania e sono stati diretti contro i ribelli che combattono contro lo Stato islamico».

Peccato che venerdì scorso, giornata decisamente affollata di eventi, il Wall Street Journal abbia pubblicato un articolo in cui si spiegava che i russi non avrebbero bombardato una base di ribelli, bensì una base della Cia, in cui si trovavano anche forze speciali americane e inglesi. Nei bombardamenti sarebbero morti 4 ribelli e nessun occidentale. Insomma, un messaggio nemmeno troppo in codice di Mosca verso Cia e Pentagono, i quali ancora difendono Al-Nusra e gli altri “ribelli moderati”: siamo pronti a tutto, anche a scontrarci frontalmente con voi.

Una risposta, indiretta, anche all’attività Nato nel Baltico, al confine russo, dove le truppe sono state dislocate in grande stile, con battaglioni da 1000 uomini ciascuno: i tedeschi opereranno in Lituania, i britannici in Estonia, gli americani in Lettonia e i canadesi in Polonia. Il tutto, senza contare le febbrili attività sia nel Mar Nero che nel Mediterraneo, visto che una unità navale è attraccata, pronta a partire in piena operatività, al porto di Tangeri.

C’è qualcosa che lega quanto sta accadendo sullo scacchiere Usa-Russia a Monaco e Nizza? Certo, la necessità per i Paesi del Patto atlantico di spaventare i loro cittadini, di renderli docili verso qualsiasi scelta venga operata, sia lo stato di emergenza in Francia o le leggi speciali che potrebbero presto interessare la Germania, come ai tempi della lotta alla Raf: serve la paura, perché l’intero castello della narrativa sta crollando, la gente non percepisce Putin come un nemico e bisogna cambiare in fretta questa logica. E solo il terrore può consentirlo, il terrore di uscire di casa e non tornare, il terrore di andare a mangiare un hamburger da McDonald’s, il terrore di prendere la metro: a quel punto, ogni cosa sarà accettata purché lo Stato mi difenda da chi è percepito come cattivo.

Qualcuno vuole la guerra. Anzi, ne ha bisogno, perché ormai il sistema sta saltando e serve uno shock. Obama è troppo debole per farlo, ma se a novembre sarà Hillary Clinton a diventare inquilino della Casa Bianca, preparatevi al peggio. Non è un caso che Donald Trump abbia messo in dubbio l’utilità stessa della Nato per gli Usa, difeso Erdogan e Putin e arrivato a dire che, piuttosto che indebolire la lotta all’Isis, è meglio lasciare Assad al suo posto. Lo sa perché è meno stupido di quanto il mondo pensi e sa che il Deep State, i quadri intermedi del potere e le agenzie federali, oltre a media e corporations, hanno bisogno di guerra per mantenere in vita il disfunzionale sistema creato post-2008. E sono pronti a tutto.

Attenzione, però, perché anche Putin è pronto. 

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