GUERRA IN IRAQ 2003/ Perché Blair ha preferito Bush a Giovanni Paolo II?

- Paolo Vites

E’ stato reso noto il documento della Commissione Chilcot, che accusa l’ex premier inglese Tony Blair di aver voluto la guerra in Iraq senza motivo. Il commento di PAOLO VITES

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Lettera di Tony Blair a George W. Bush (LaPresse)

A leggere i punti principali contenuti nel rapporto Chilcot, la lunga indagine durata oltre dieci anni per appurare gli autentici motivi della discesa in guerra del Regno Unito contro l’Iraq nel 2003 a fianco degli Stati Uniti, sembra che gli estensori del documento siano andati a recuperare le parole di San Giovanni Paolo II. Naturalmente non è così, allo stesso modo in cui allora George Bush Jr. e Tony Blair ignorarono le sue pressanti richieste di evitare la guerra.

Ma le coincidenze sono sempre meno coincidenza di quanto si pensi. Quello che invece balza fuori, facendo venire i brividi, è la profezia del papa polacco, le cui parole oggi trovano conferma in un freddo documento di denuncia politica. C’è una consonanza nell’uso dei termini che dovrebbe inquietare l’americano e l’inglese, che non sono purtroppo i protagonisti di una barzelletta.

“L’intervento armato non era affatto l’ultima e unica risorsa a cui ricorrere: altri rimedi alternativi e pacifici per raggiungere il disarmo avrebbero potuto essere adottati” si legge nel rapporto. Si legge ancora: “Il comportamento della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, che hanno agito senza il sostegno della maggioranza, ha inoltre minato l’autorità del Consiglio di sicurezza dell’Onu”.

Il 16 marzo 2003, durante l’Angelus della II domenica di Quaresima, Giovanni Paolo II lanciò un monito che allora nessuno raccolse e che oggi risuona nella sua profetica potenza: “Vorrei pure ricordare ai Paesi membri delle Nazioni Unite, ed in particolare a quelli che compongono il Consiglio di Sicurezza, che l’uso della forza rappresenta l’ultimo ricorso, dopo aver esaurito ogni altra soluzione pacifica, secondo i ben noti principi della stessa Carta dell’Onu”. Esattamente quello che dice il rapporto Chilcot: tradimento delle Nazioni Unite e uso della forza non come ultima risorsa, sostituendola anzi a ogni risorsa possibile per evitarla.

Nel rapporto Chilcot si legge poi che “non è vero che era impossibile prevedere in anticipo che l’Iraq sarebbe precipitato nel caos e che si sarebbe aperta una stagione di scontri interni fra fazioni”. Commentando il rapporto, Blair ha detto che non è vero che la caduta di Saddam abbia provocato il terrorismo in Medio Oriente (per capirsi, la nascita dell’Isis) e che addirittura, anche se non esistevano armi di distruzione di massa, oggi “il mondo è un posto migliore grazie all’eliminazione del dittatore”.

Quella mattina del 16 marzo invece Giovanni Paolo II aveva capito ogni cosa: “Ecco perché – di fronte alle tremende conseguenze che un’operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell’Iraq e per l’equilibrio dell’intera regione del Medio Oriente, già tanto provata, nonché per gli estremismi che potrebbero derivarne – dico a tutti: c’è ancora tempo per negoziare; c’è ancora spazio per la pace; non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare”. 

Quattro giorni dopo, il 20 marzo, cominciava la seconda guerra del Golfo. Ufficialmente si sarebbe conclusa il primo maggio, quando Bush dichiarò la fine delle ostilità. In realtà non è mai finita, si è trasformata prima in una guerra di liberazione dalle truppe straniere (tra cui anche quelle italiane, presenti in Iraq dal 2003 al 2006 con il terribile episodio della strage di Nassiriya) poi in una guerra civile fra varie fazioni islamiche, mentre Al Qaeda si espandeva in tutta la regione. Fino alla nascita del califfato islamico.

I motivi di quella disgraziata guerra resteranno probabilmente noti solo ai protagonisti. Oggi c’è chi, come le famiglie dei soldati inglesi morti in Iraq, vuole denunciare per crimini contro l’umanità Tony Blair. 

Un altro papa, Francesco, ha usato parole altrettanto profetiche del suo predecessore, a ulteriore sottolineatura che solo la Chiesa, per quanto sempre ignorata e anzi osteggiata dai potenti del mondo, sa interpretare i fatti della storia: “C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire. Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza”. Non solo: la Chiesa mostra anche la strada perché la pace non sia un’utopia: “Non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace”. Parole di papa Francesco, 7 settembre 2013. Quel giorno al largo delle coste siriane sono schierate le navi da guerra americane, inglesi, francesi e anche cinesi. Sono pronte a bombardare Assad, accusato di aver usato armi chimiche contro i “ribelli” siriani. I fatti dimostreranno molto tempo dopo che a usarle erano stati qaedisti e fondamentalisti islamici. Francesco terrà una grande veglia di preghiera quella notte. Per motivi politicamente ancora non chiari, non ci sarà nessun bombardamento. 

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