CAOS SIRIA/ Biloslavo: la tregua? Iran, Arabia, Iraq, alle porte di Aleppo c’è una nuova guerra

Per FAUSTO BILOSLAVO la guerra in Siria potrà finire solo quando lo decideranno russi e americani. Ecco quali scenari si potranno configurare per allora

01.01.2017 - int. Fausto Biloslavo
soldati-siriani_R439
In Siria (LaPresse)

Mentre il Pentagono dice che al-Baghdadi è ancora vivo e comanda l’Isis (che ha appena rivendicato un attentato suicida a Baghdad, 28 i morti), sembra tenere la tregua entrata in vigore in Siria dalla mezzanotte del 29 dicembre. “I fronti di guerra ancora aperti e gli scenari futuri sono innumerevoli, ma una cosa è certa: la Siria che conoscevamo, quella che c’era prima che cominciasse la guerra, non esisterà più”. Il quadro che dipinge Fausto Biloslavo, giornalista di guerra ed esperto del mondo arabo, non è esattamente quello che dipingono i media occidentali. Innanzitutto per quanto riguarda la provincia di Idlib, dove secondo gli accordi si stanno ammassando i ribelli che combattevano ad Aleppo e dove già se ne trovano altri come da precedenti accordi di pace, che non potrà rimanere in mano a queste formazioni fondamentaliste in gran parte composte da miliziani stranieri. Idlib poi è molto vicina alla base russa di Latakia, il che fa pensare che il coinvolgimento russo in Siria continuerà a lungo. Poi c’è Raqqa, la “capitale” dello stato islamico in Siria di cui nessuno parla più, ma che dovrà per forza di cose essere riconquistata con le armi perché con l’Isis non si può trattare. Ancora molte morti e tragedie dunque prima che si possa delineare la “nuova” Siria. Ma che volto avrà?

Aleppo è realmente liberata e in mano ai governativi?

Aleppo è in mano ai governativi del tutto, ma averla liberata non significa aver liberato quanto c’è attorno alla città. Ci sono combattimenti in atto fra milizie ribelli diverse, c’è stato recentemente un grosso attentato kamikaze, la situazione è ancora incerta.

Secondo gli accordi i ribelli sopravvissuti si stanzieranno nella provincia di Idlib dove già se ne trovano altri. Sarà questo il prossimo fronte di guerra?

Sarà sicuramente uno dei tanti fronti di guerra, non l’unico. Ce ne sono altri sparsi per la Siria anche se l’intervento russo ha permesso all’esercito governativo di riconquistare molte zone. Da quando sono arrivati i russi la guerra è certamente cambiata: da un esercito con l’acqua alla gola siamo adesso a un esercito che mette in fila una vittoria dopo l’altra.

Di Raqqa ad esempio, capitale dello stato islamico, non si parla più. Un altro fronte di guerra?

Certo, conquistata Aleppo la guerra non è finita. I miliziani dell’Isis son sempre attivi, lanciano attacchi a sorpresa come quello che ha permesso loro di riprendere Palmira. Nonostante i russi, l’esercito siriano non ha una logistica e una struttura tali da controllare il paese.

I russi rimarranno ancora in Siria dopo la liberazione di Aleppo?

Rimarranno sicuramente, ma, e questo era già previsto prima, stanno pensando a una soluzione per questa guerra, soluzione che possono ottenere solo mettendosi a un tavolo con gli americani. Non basta fare riunioni, per quanto importanti, con Turchia e Iran, bisogna che le due superpotenze dicano basta alla guerra.

Che scenari possiamo immaginare per il futuro della Siria?

Uno è la spartizione del paese, che in realtà è già in atto, dunque si tratterebbe di congelare quello che già è. L’altro è, ferma l’eliminazione dei gruppi più estremisti, l’uscita di scena di Assad con possibili elezioni quanto più libere. Ma solo russi e americani possono decidere quale strada prendere.

 

Assad più volte ha detto di essere interessato soltanto alla cosiddetta “Siria utile”, quella occidentale, da Damasco ad Aleppo. E il resto del paese che fine farebbe?

Assad sa bene che fa parte di una minoranza sciita, il 10 per cento della popolazione, e già ai tempi delle manifestazioni pacifiche in piazza l’80 per cento della popolazione era fatta di sunniti. Adesso il divario è ancora più profondo e dunque Assad, probabilmente, oggi pensa che forse è meglio salvare il salvabile. La sua zona di influenza è omogenea, è la zona costiera, ma sta riconquistando anche le grandi città come appunto Aleppo. Dovrà poi riprendere anche Raqqa, perché non è possibile pensare che l’Isis rimanga in Siria.

 

Prima ha parlato di uno scenario già in atto, concretamente cosa significa?

Oltre a quanto detto, c’è tutta la zona al confine con la Turchia dove l’esercito di Ankara è già entrato e non è immaginabile che l’esercito siriano ne riprenda il controllo. Poi c’è la zona nord al confine con l’Iraq dove vivono curdi, arabi sunniti e molti cristiani ed è una zona oggi già gestita in modo indipendente dai curdi. I nodi da sciogliere sono tanti, certamente la fotografia che abbiamo è che la Siria che conoscevamo non esiste più.

 

Arabia Saudita e Qatar sono fuori dai giochi?

I sauditi hanno fatto marcia indietro rispetto all’appoggio dato ai ribelli dopo che questi sono arrivati fino ai loro confini. Il Qatar è ancora in Siria in funzione anti-saudita, anche se in questo momento hanno subito anche loro la sconfitta di Aleppo, che speravano di trasformare in una Bengasi siriana da loro controllata. Ma c’è un quadro più ampio, ed è la guerra in corso tra sciiti e sunniti. I paesi del Golfo combattono contro l’Iran e le sue milizie nello Yemen, dove i sauditi non permetteranno mai una presenza sciita. Ogni possibile espansione iraniana per loro è fumo negli occhi. E infine bisogna tenere conto anche dell’Iraq, che dopo la liberazione di Mosul ha detto di voler marciare su Raqqa. E’ una guerra, questa nel mondo arabo, ancor più pericolosa di quella siriana perché coinvolge molte nazioni.

 

(Paolo Vites) 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori