DIARIO NUOVA ZELANDA/ Cosa c’è di meglio (per governare) di un patto tra sinistra e “populisti”?

- Maurizio Delfino

La maggioranza assoluta dei seggi no serve per governare: lo dimostra la Nuova Zelanda, dove la giovane leader laburista Jacinda Ardern governa con i “populisti”. MAURIZIO DELFINO

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Jacinda Ardern (LaPresse)

AUCKLAND — C’era una volta la stabilità politica anglosassone. Ma forse c’è ancora. Il 23 settembre la Nuova Zelanda ha votato per il suo 52esimo parlamento consegnando un’apparente vittoria numerica al partito conservatore (che qui si chiama National) con il 44,4 per cento e una vittoria morale ai laburisti, l’unico partito in netta crescita dopo anni di incertezza, che recupera tono e vigore con il 36,9 per cento. La giovane leader laburista, Jacinda Ardern, 37 anni, ha preso la guida del partito 44 giorni prima del voto, stravolto sondaggi e previsioni ma soprattutto ha dato l’abbrivio all’intera campagna elettorale. Allo stesso modo di Jeremy Corbyn, il ben più attempato leader laburista inglese: attraverso un linguaggio che riaccende la percezione che la politica c’entra con le cose della vita. 

Oggi la Ardern è premier grazie alla decisione di quel che chiamano il kingmaker di queste elezioni, Winston Peters, 72 anni, politico di lungo corso, con tante e alterne vicende alle spalle, fondatore nel 1993 e leader di New Zealand First, partito che Wikipedia definisce populista. Come peraltro già in passato, Peters, con 9 deputati e 186mila voti (meno di quanti ne prendeva da solo Ciriaco De Mita negli anni 80, ma siamo in un paese da 5 milioni di abitanti) ha guidato un serrato confronto con i due grandi partiti e deciso con quale fare un governo. 

Perché il sistema elettorale qui non prevede premi, invenzioni o alchimie. Proporzionale con sbarramento al 5 per cento e con l’innesto del maggioritario a turno unico per eleggere 71 dei 120 deputati. Sostanzialmente l’elettore sceglie nel suo collegio la persona degna di andare in parlamento e, disgiuntamente, il partito, che pesca i rimanenti eletti in un listino nazionale bloccato. Poi serve una maggioranza in parlamento. Perciò il partitino col 7,2 per cento, esclusa l’ipotesi di coalizione fra i grandi di cui nessuno ha mai parlato, ha scelto dopo un confronto sul programma. 

Il tutto avviene senza che nessuno gridi alla fine della democrazia, alla tirannia della minoranza. Nessuno rinnega la legge elettorale come figlia di oscuri complotti o nemici in agguato. Nessun deputato fa “il salto della quaglia” o si vende per un incarico. Nessuno ricorda gli scivoloni, le inchieste o le disavventure del navigato uomo politico che negli anni ha portato due fratelli in Parlamento col suo partito, o che attenta all’identità Maori. Peters, la cui origine Maori si legge in volto molto più di quella scozzese, vuole infatti eliminare la riserva di seggi per questi ultimi (il cui partito peraltro è sparito nel responso elettorale). 

I Verdi dopo 27 anni di presenza in Parlamento e di sostegno esterno ad alcuni governi, assumono la responsabilità diretta di tre ministeri ma senza entrare nel gabinetto, nella sede cioè del potere esecutivo collegiale. “è giusto prepararsi e fare esperienza” ha detto il suo leader superstite. L’altra leader del partito ha infatti rinunciato a candidarsi per ragioni di opportunità: in un momento di stizza aveva infatti rivendicato di aver aiutato uno studente universitario offrendogli una falsa attestazione di dimora, 25 anni fa! 

La Nuova Zelanda è lontana. La gente comune parla poco o nulla di politica, attende di vedere i risultati di queste attività (si vota ogni 3 anni). Il nuovo governo è un esperimento inedito e con qualche punto oscuro, ma nella cornice di una stabilità che è intanto psicologica  culturale. I temi principali alla fine ruotano tutti attorno al punto di equilibrio fra tasse ed esigenze di welfare e al perimetro e alla dimensione di quest’ultimo. Perciò si attende di capire fino a che punto il Governo vuole interferire nelle dinamiche economiche (si parla di una riforma della Banca centrale) e fino a che punto riuscirà a ridisegnare la strategia sull’immigrazione. Che fino a oggi è stata un’obiettiva risorsa. 

Sul piano internazionale niente di nuovo, il Paese è e resta occidentale nella massima maturità di questo termine, di questo valore e di questo impegno, anche se la giovane premier (qualcuno direbbe: perciò la giovane premier) non si aspetta una telefonata da Trump. 

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