CAOS LIBIA/ Le mani sporche dell’Onu sulla ricostruzione del paese

- Patrizio Ricci

Mentre la Libia si muove verso una difficile ricomposizione istituzionale attraverso le elezioni del 2018, l’Onu tiene bloccati i fondi e l’oro della ricostruzione. PATRIZIO RICCI

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Hillary Clinton parla davanti alla Commissione del Senato Usa sui fatti di Bengasi (LaPresse)

Nel 2011, i governi della coalizione anti-Gheddafi, per avere mani libere, hanno mentito alle proprie comunità nazionali ed hanno condotto una guerra di aggressione vietata dalle rispettive costituzioni nazionali. Le mail della Clinton pubblicate da Wikileaks il 16 marzo 2016 hanno rivelato le motivazioni della campagna militare: il presidente Sarkozy volle così “ottenere il petrolio libico, consolidare l’influenza nella regione, aumentare la propria reputazione a livello nazionale, affermare il potere militare francese e togliere l’ascendente di Gheddafi sull’Africa francofona”. (Foreign Policy).

Poi, i principali attori che hanno dato vita all’operazione Nato “Unified Protector” dopo aver devastato la Libia con l’aiuto di una miriade di gruppi armati caratterizzati dal radicalismo islamico, hanno lasciato che questi se la dividessero, riconoscendo i loro rappresentanti non eletti come “legittimi rappresentanti del popolo libico”. 

La devastazione e le violenze nel paese sono proseguite per anni fino all’apparizione dei militanti dell’Isis. Fino ad allora, la comunità internazionale è rimasta in silenzio, lasciando il paese nel caos più totale, in balìa di ben 1700 bande armate che si contendevano il potere. Tutto è così proseguito finché nel 2014 il generale Khalifa Belqasim Haftar, a capo del governo di Tobruk e dell’esercito nazionale libico (Lna), non ha dato il via all’operazione “Dignità” che mirava a neutralizzare al Qaeda e le milizie islamiste e riprendere il controllo del territorio. Tuttavia, di fronte ai successi del generale Haftar la risposta della comunità internazionale è stata inaspettata: non solo si è rifiutata di fornire un qualsiasi aiuto, ma ha fatto sapere che le due parti dovevano “mettersi d’accordo”. La motivazione di questo atteggiamento è che la situazione era imbarazzante: gli stessi attori della coalizione anti-Gheddafi erano impegnati a replicare una nuova “impresa” in Siria, perciò non potevano inimicarsi gli amici libici — ovvero al-Qaida e la Fratellanza musulmana turcofila di Misurata — che fornivano armi e uomini alla guerriglia siriana. Successivamente, il 17 dicembre 2015, l’Onu e la comunità internazionale hanno imposto un proprio uomo: Fayez al Sarraj. Lo scopo principale degli sponsor del governo di al Serraj era che il controllo della Libyan Investment Authority, della National Oil Corporation e della Banca centrale libica fosse in mani amiche. Così essi hanno dato vita ad un governo di “Accordo nazionale” (Gna) guidato da al Sarraj.

In questo senso l’Italia ha fatto la scelta di campo di appoggiare Serraj. Solo recentemente l’Italia ha stipulato un accordo anche con Haftar, conservando comunque l’appoggio anche al governo Serraj. La posizione italiana, prima intransigente nei confronti di Haftar, è lentamente mutata dopo la ripresa delle relazioni con il Cairo ed in considerazione della riconciliazione tra i due leader libici, ottenuta grazie alla mediazione francese. Infatti grazie all’iniziativa di Parigi, Haftar e Serraj hanno rinunciato alla lotta armata tra rispettive forze controllate. Inoltre i due leader hanno convenuto di indire libere elezioni entro la primavera del 2018. Ma in attesa, Haftar non se ne è stato con le mani in mano e alla fine di settembre ha liberato il porto di Bengasi. 

Il governo di Tobruk ha conseguito uno degli scopi principali dell’operazione Dignità: la sottrazione alle milizie islamiste del porto di Bengasi. Sconfiggendo la manovalanza addestrata nei campi algerini di cui la Nato si è servita per rovesciare Gheddafi, Lna il 3 ottobre ha reso di nuovo operativo il porto più importante della Libia per quando riguarda l’estrazione e l’esportazione petrolifera. Questo evento, insieme alla riconquista di Bengasi e della regione petrolifera della Cirenaica, ha tutte le potenzialità per  ridare la vitalità economica necessaria alla ricostruzione del paese. Inoltre, Haftar ha l’indubbio vantaggio di aver guadagnato la fiducia di molte tribù libiche e di proporsi così favorevolmente come leadership per le elezioni del 2018.  

Indubbiamente Serraj — che rappresenta il principale punto di riferimento italiano —  ha lo svantaggio di doversi appoggiare sulle milizie filo-islamiche di Misurata e di scontrarsi nella stessa città di Tripoli con il terzo soggetto politico del paese: il governo guidato da Khalifa al-Ghawil e sostenuto dal Qatar, che rivendica la legittimità politica.

E’ evidente che nella forte conflittualità interna non sono proiettate solo le conflittualità tribali e religiose interne ma anche quelle di attori esterni che si contendono lo sfruttamento delle risorse, ossia il 40 per cento delle risorse petrolifere africane.  

Resta il paradosso di una Libia un tempo non afflitta dai problemi attuali, come l’estremismo islamico ed il deficit estero, ora povera e tornata a subire la soggezione ai vari paesi “benefattori”. 

In tal senso, è indicativo è il fatto che il 19 di ottobre a Tunisi la Francia ha donato un milione di dollari al Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) da utilizzare per le esigenze di stabilizzazione della Libia. Si tratta della 36esima “rata” di una donazione di complessivi 40 milioni di dollari ancora da completare. Per quando lodevoli queste donazioni, giudica il fatto che nel periodo pre-guerra era la Libia che sosteneva gli altri stati africani. In realtà, il vero metro di misura dell’altruismo occidentale sono i 150 miliardi di dollari e le 143 tonnellate di oro della Bank of Lybia: tale è la grande disponibilità finanziaria libica ancora bloccata dalle sanzioni dell’Onu dal 2011. Ovvero l’enorme quantità di ricchezza occultata e resa indisponibile per la ricostruzione.

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