SCENARI/ Cina e Russia, due strategie per prendersi il Nordafrica

- Paolo Alli

Non è solo il tema delle migrazioni che caratterizza la sponda sud del Mediterraneo. Instabilità politiche, squilibri nello sviluppo, conflittualità diffuse. PAOLO ALLI

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Immagini di repertorio (Foto da Lapresse)

Non è solo il tema delle migrazioni che caratterizza la sponda sud del Mediterraneo. Instabilità politiche, squilibri nello sviluppo, conflittualità diffuse caratterizzano la regione che va dall’Egitto al Marocco, con la complicatissima situazione libica che ne condiziona gli interi equilibri. Partiamo dunque da qui per un’analisi di tutta la regione.

Libia — Le responsabilità dell’anarchia libica sono in gran parte da imputare a Francia e Regno Unito, che eliminarono Gheddafi per propri interessi economici e geopolitici senza farsi carico della gestione del post conflitto. Il vuoto di potere creatosi è stato occupato da diversi attori, che hanno portato il Paese in preda a lotte tra bande che vogliono assicurarsi il controllo del territorio e delle sue ingenti risorse petrolifere. Il tentativo della comunità internazionale di instaurare a Tripoli un governo di unità nazionale, attualmente guidato da Fayez al-Sarraj, si scontra con le resistenze di altre fazioni, in particolare con il generale Khalifa Haftar, che guida il governo libico di Tobruk e che ha recentemente dichiarato di aver completamente riconquistato Bengasi, scacciandone i terroristi di Isis. Il problema principale risiede nel fatto che al-Serraj non ha un vasto e solido controllo del territorio, come invece sembra avere Haftar: da qui deriva la difficoltà degli attori internazionali ad individuare un interlocutore che possa realmente rappresentare la Libia. La priorità dell’Europa è oggi quella di cercare di “sigillare” il confine libico meridionale, nella speranza di limitare i colossali flussi di migranti che salpano verso l’Italia. Si tratta di un obiettivo che richiede una reale unità delle istituzioni libiche, senza la quale ogni tentativo rischia di risultare velleitario. La via diplomatica rimane, nonostante tutte le enormi difficoltà, il solo canale realisticamente percorribile per giungere a una ricomposizione del Paese.

Egitto — Un ruolo fondamentale nella crisi libica è rivestito dall’Egitto, che non può permettersi di controllare oltre 2600 km di confine (ad est il Sinai, a sud il Sudan a ovest la Libia), ai quali si aggiunge la costa mediterranea, che a sua volta rischia di diventare una frontiera problematica. Questa è la vera priorità per il generale Al-Sisi, il quale è disponibile a vedere la Libia spezzata in due o tre parti, pur di aver garantita l’impermeabilità dei 1200 km di confine con la Libia e che, proprio per questo, sostiene la leadership di Haftar. In questo contesto, diversi attori internazionali intervengono in una situazione di conclamata instabilità dalla quale cercano di ottenere vantaggi. Ad esempio, la Francia cerca di approfittare del proprio rapporto con l’Egitto per rafforzare il proprio posizionamento geopolitico e quello delle proprie aziende, come dimostra l’iniziativa di Macron. Ciò accade in un momento di crisi delle relazioni istituzionali tra Egitto e Italia a seguito del drammatico caso Regeni. La decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore al Cairo è destinata certamente a riequilibrare la situazione, ed è comunque una decisione preziosa per la centralità del nostro Paese nel controllo della situazione mediterranea: una riapertura dei canali diplomatici che non potrà che avere conseguenze positive anche per il completo accertamento della verità e delle responsabilità della drammatica fine del nostro giovane ricercatore.

L’Egitto, comunque, non è importante solo per la gestione della vicenda libica, in quanto questo grande Paese ha sempre giocato un ruolo di equilibrio nell’intera regione nordafricana e mediorientale: un esempio è il buon rapporto a est con Israele, che consente di gestire una frontiera storicamente problematica come quella del Sinai, contribuendo a tenere sotto controllo l’esplosiva situazione nella confinante striscia di Gaza. Inoltre il Paese si trova ad affrontare una situazione interna molto delicata: dal tema della sicurezza, come dimostra l’insediamento nel Sinai di una cellula dell’Isis, a quello economico, in seguito alla drastica diminuzione del turismo (primo business del Paese), passando per quello demografico, che rischia di far crollare una situazione già precaria a causa della presenza di mezzo milione di rifugiati siriani e africani.

Archiviate le due situazioni più gravi, osserviamo ora la restante fascia mediterranea, che presenta tre situazioni molto diverse tra loro: quella tunisina, quella algerina e quella marocchina.

La Tunisia è una democrazia giovane, tuttora alle prese con la transizione successiva alla caduta del presidente Ben Ali. La stabilità ottenuta in questi anni ha causato reazioni da parte di altri attori del mondo islamico, che hanno portato a sanguinosi attentati aventi l’obiettivo di minare la risalita tunisina. Tuttavia Tunisi sembra tenere la posizione, anche se la sua precaria condizione socio-economica rischia da un momento all’altro di crollare sotto l’influsso negativo dell’instabilità regionale: il declino del turismo (principale fonte di ricchezza) in seguito agli attacchi terroristici e il fatto che il Paese abbia il più alto numero di foreign fighters, sono fattori che indicano che il percorso da fare è lungo e complicato.

L’Algeria è stata coinvolta dall’ondata delle “primavere arabe”. Il vertiginoso tasso di disoccupazione, l’aumento dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità e la corruzione delle istituzioni politiche furono alla base degli scontri di piazza susseguitisi per più di due anni. Ad oggi la situazione non è molto migliorata, soprattutto per le recenti difficoltà del mercato petrolifero, principale fonte di guadagno del Paese e base per concedere sussidi e sgravi. Lo scenario è peggiorato dal fatto che l’Algeria è uno dei principali corridoi di transito per i migranti in arrivo dall’area subsahariana, e recentemente sta diventando anche punto di arrivo: ciò altera i fragili equilibri sociali.

Di tutta l’area nordafricana, il Marocco è lo Stato più avanti nel processo di democratizzazione, stabilità istituzionale e crescita socio-economica. Tutto ciò è in gran parte merito del regno del sovrano illuminato Mohamed VI, che guida il Paese dal 1999: la sua capacità di comprendere il contesto e fare le scelte giuste (la virata verso l’economia di mercato e la riforma della Costituzione su tutte) ha permesso al Marocco di scavare un solco tra sé e i suoi vicini. Tuttavia le criticità non mancano: in primis la disoccupazione, specie giovanile, che è ancora molto alta. 

Nella fascia subsahariana assistiamo a situazioni variegate ma tutte caratterizzate da instabilità politiche preoccupanti.

Il Sudan fronteggia guerre civili e ribellioni quasi ininterrottamente da diverse decine d’anni. Dopo il Sud Sudan, che ha ottenuto l’indipendenza nel 2011 (generando un gravissimo danno economico date le sue ingenti risorse petrolifere), è ora il turno di alcune regioni meridionali, tra cui il Darfur. Come è facilmente intuibile, il risultato è un’estrema sofferenza per la popolazione: sono 3,3 milioni i sudanesi costretti a spostarsi all’interno dello Stato, a cui si aggiungono più di mezzo milioni di rifugiati stranieri (provenienti principalmente da Sud Sudan, Eritrea, Ciad e Siria). Proprio il tema dei migranti è cruciale: il Sudan è il corridoio verso l’Europa per tutte le persone che scappano dall’Africa orientale, le quali una volta raggiunta Khartoum o provano ad oltrepassare il confine con l’Egitto, o approfittano della porzione di territorio confinante con la Libia per dirigersi verso Tripoli o Bengasi.

Con il Sudan confina anche il Ciad, che è chiamato ad un controllo della sua frontiera orientale: un accordo di monitoraggio comune tra i due Paesi nel 2010 ha aiutato a ridurre le attività criminali transnazionali, ma ancora il risultato non è soddisfacente. Ma i problemi risiedono anche a sud, dove sul confine con Camerun e Nigeria opera il gruppo terroristico di Boko Haram, e a nord, dove una larga parte di territorio confina con l’instabile Libia.

Il Mali soffre di una perdurante fragilità istituzionale, a cui si aggiunge la diffusa corruzione. Ciò non aiuta a risolvere due grandi problemi, la cui incidenza è pesante per il Mali e per tutta la regione: in primis il fenomeno del sovrappopolamento, dato che ci si aspetta che nel 2035 la popolazione maliana, oggi di quasi 18 milioni di persone, raddoppi (il tasso di fertilità è di 6 figli per donna, il 3° al mondo); in secondo luogo quello delle migrazioni, che si riversano sia internamente al paese (dalle zone di conflitto del nord verso sud) sia esternamente (verso Mauritania, Algeria e Libia, i cui confini “porosi” permettono di dirigersi verso l’Europa).

Anche il Niger risente tremendamente dell’instabilità e conflittualità della regione. È uno dei paesi più poveri al mondo, con servizi inesistenti e insufficienti risorse per pianificare un vero sviluppo: per questo le problematiche legate alla sicurezza sono di difficilissima gestione, e per questo le violenze in Libia, Nigeria e Mali hanno vita facile nell’oltrepassare i confini del Niger e contagiarne le regioni interne. Viene da sé che il controllo esercitabile sui confini per gestire i flussi migratori sia prossimo allo zero: ed è questa la chiave, dato che le vie che attraversano le città di Niamey, Zinder, Arlit, Dirkou e soprattutto Agadez sono delle vere e proprie autostrade per i migranti.

Come è emerso dall’analisi, la regione nordafricana si caratterizza per debolezza istituzionale, fragilità economica e conflittualità diffusa. Il conseguente vuoto di potere e la difficoltà della comunità internazionale ad un approccio unitario hanno permesso che alcuni Stati sfruttassero la situazione per portare acqua al proprio mulino: due in particolare, la Russia e la Cina.

La Russia ha trovato nella crisi libica una via privilegiata per raggiungere il suo secolare sogno, ossia avere una presenza nel Mediterraneo. Il sostegno all’uomo forte “sul campo” (Haftar) a discapito di quello sostenuto dall’ONU (Al-Sarraj) ha messo Putin in una posizione di forza nel momento in cui il suo “protetto” ha messo nell’angolo l’avversario: per trattare con Haftar, dunque, bisognerà passare dallo Zar. Una dinamica troppo simile a quella siriana per non inserirla in un disegno a lungo termine.

Per quanto riguarda la Cina, invece, l’obiettivo è lo stesso (acquisire una proiezione di potenza lontano dal proprio territorio), ma il mezzo è radicalmente diverso da quello russo: se Mosca usa la forza e il conflitto, Pechino approfitta della debolezza economica dei fragili Stati africani, offrendo denaro e partnership progettuali (in particolare infrastrutturali) per ottenere un controllo non formale ma sostanziale dei Paesi in cui si “infiltra”.

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