ALEPPO/ Firas Lutfi: solo la speranza dei bambini può ricostruire le identità distrutte

- int. Firas Lutfi

Ad Aleppo cominciano a tornare i primi cristiani, ma c’è da ricostruire un popolo distrutto nella sua identità. La testimonianza di padre FIRAS LUFTI, francescano di Terra Santa

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La moschea degli Omayyadi di Aleppo, distrutta dalle bombe (LaPresse)

Durante gli anni terribili della guerra che ha devastato Aleppo, i missili dei ribelli siriani sono caduti all’interno del Collegio di Terra Santa e anche sulla chiesa parrocchiale di San Francesco. In questa parrocchia ieri si è festeggiato, per la prima volta dopo sei anni, senza missili e bombe, la festa del patrono: “La chiesa era gremita di bambini, adulti e famiglie. Per la prima volta dopo anni abbiamo festeggiato il nostro patrono senza dover correre in chiesa per pochi minuti per poi tornare a nasconderci nelle case per paura delle bombe”. E sempre ieri il papa alla fine dell’udienza del mercoledì ha mandato un saluto speciale ai cristiani del Medio oriente, “nostri fratelli e sorelle che danno testimonianza di speranza e anche offrono la vita per questa testimonianza”, ha detto. Per padre Lutfi, “il papa per noi è sempre stato un grande pastore, segno di speranza, che non ci ha mai lasciati soli, un fratello, un amico e anche un papà che non ha mai smesso di pensare ai suoi figli perseguitati”.

Padre Lutfi, finalmente la parrocchia di San Francesco ad Aleppo ha potuto festeggiare il suo patrono senza le bombe.

Questa giornata è stata un salto di qualità, per anni siamo stati quasi impediti a festeggiare San Francesco. Eravamo costretti a fare una corsa veloce in chiesa e scappare subito a casa perché cadevano bombe e missili e si rischiava di morire solo per andare in chiesa.

La vostra chiesa è stata anche colpita da un missile, è vero?

Sì, fortunatamente il missile è esploso fuori della cupola. E’ successo durante una messa domenicale con circa 400 persone presenti che non hanno subito gravi ferite. Ieri la chiesa era gremita di piccoli e grandi, famiglie intere, per festeggiare in pace la festa del nostro patrono insieme ai frati che sono stati sempre vicini al popolo durante la guerra, dando aiuto e carità alla gente che subiva ogni genere di sofferenza.

I cristiani fuggiti durante la guerra stanno tornando ad Aleppo?

Sono tornate una cinquantina di famiglie. Qua si vive ancora in condizioni precarie, luce e acqua potabile ci sono solo per alcune ore al giorno, ma è già qualcosa. Per noi che queste famiglie tornino è un segno di grande speranza. Hanno bisogno di un po’ di tutto, di inserirsi nella società che è molto cambiata, molte case sono demolite, alcuni hanno bisogno di lavoro, altri di pacchi alimentari. Noi come Chiesa li incoraggiamo a tornare.

Lei tempo fa ha detto che non basta ricostruire le case, ma bisogna ricostruire identità distrutte. Ha anche detto che molti bambini terrorizzati dalla guerra si suicidavano. E’ ancora così?

Ad Aleppo oggi ci sono persone che sono rimaste ferite fisicamente e psicologicamente, in particolare i bambini. Come frati francescani abbiamo un ambizioso progetto, ospitare nel nostro collegio la cura psicologica dei traumi di guerra. E’ una sfida che ci preme sottolineare perché solo se riusciamo a curare questi bambini avremo un futuro.

Come sono i rapporti con i musulmani?

Purtroppo dopo tanti anni di guerra la società è divisa. Per noi francescani il dialogo con il diverso dal punto di vista della fede è nel nostro dna, ma il fanatismo religioso ha giocato un ruolo pesante nel dividere il fratello dal fratello, sciiti e sunniti. Hanno diffuso l’odio e diviso la società. Oggi dobbiamo cercare la riconciliazione in una società dove le persone sono ancora una contro l’altra.

Il papa ieri, come tante altre volte, ha mandato un affettuoso messaggio di saluto ai cristiani del Medio Oriente. Che cosa significa per voi?

Il papa è sempre stato un grande pastore e un grande fratello, un segno di speranza con la sua presenza insieme a noi nella preghiera. Ha chiesto a tutto il mondo di digiunare e di pregare per la pace, quando si temeva l’attacco degli americani (nel 2013, ndr) che volevano devastare la Siria, e con la sua invocazione ha scongiurato questo attacco.

Per lui voi siete “la sua amata Siria”.

La sua vicinanza dimostrata nella preghiera e nei fatti è sempre stata segno di speranza e incoraggiamento. E’ un grande papa, un fratello, un amico e anche un papà che pensa ai suoi figli perseguitati. Noi cristiani siamo il sale della terra, la luce del maondo, il suo esempio è di grande incoraggiamento per continuare a rassicurare che siamo parte di un grande corpo mistico in tutto il mondo. E’ un pastore che ci fa sentire la sua vicinanza tramite benefattori e associazioni che ci aiutano anche fisicamente. Ci vuole bene ed è sempre vicino a noi.

(Paolo Vites)

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