ATTACCO A NEW YORK/ Il successo dell’Italia, il fallimento di Trump e Obama

Il giorno dopo la strage di New York commessa dall’uzbeko Sayfullo Saipov, gli Stati Uniti, Trump in testa, si interrogano sulla sicurezza. Ma la risposta è sbagliata. MASSIMO INTROVIGNE

02.11.2017 - Massimo Introvigne
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Donald Trump (LaPresse)

ATTENTATO A NEW YORK. Prendendo a prestito la sempre utile battuta dell’ispettore Clouseau, c’è solo una cosa che non va nella teoria del presidente Trump secondo cui l’attentato di New York conferma la bontà delle sue proposte restrittive in tema di immigrazione: è stupida.

Anzitutto, l’attentatore è un cittadino dell’Uzbekistan. Trump ha proposto due versioni del suo “travel ban”, che blocca gli ingressi da una serie di Paesi ritenuti a rischio. La prima versione mutuava la lista dei Paesi a rischio da un vecchio criticatissimo elenco di Obama. Il secondo “travel ban”, che comprende Corea del Nord e Venezuela e tenta così di sfuggire all’accusa secondo cui discrimina i musulmani, non include comunque l’Uzbekistan. Dunque l’attentato conferma che il “travel ban” non serve. I terroristi spesso hanno passaporti di Paesi amici degli Stati Uniti come Francia, Gran Bretagna, Belgio, Arabia Saudita — o, appunto, Uzbekistan — oppure (è successo) sono cittadini americani.

Secondo: ci dice Trump che l’uzbeko era entrato negli Stati Uniti grazie alla cosiddetta “lotteria”, un sistema che lui vuole abolire e che permette a cittadini di Paesi “amici” che hanno pochi immigrati negli Stati Uniti di ottenere un permesso di residenza permanente. Certamente ci sono diversi sistemi per scegliere quali immigrati favorire, e di quali Paesi, ma ci sono anche tre verità di cui tenere conto. Primo, l’economia degli Stati Uniti, che per loro fortuna va bene, ha bisogno di immigrati per continuare a crescere. Secondo, l’Uzbekistan non era considerato da nessuno un Paese a rischio. Terzo: l’attentatore, Sayfullo Saipov, sarebbe probabilmente entrato negli Stati Uniti e ci sarebbe rimasto anche senza “lotteria”. Il fatto che fosse sorvegliato come estremista islamico è stato smentito. Era considerato un buon cittadino sia in Uzbekistan sia negli Stati Uniti, dove aveva lavorato come autista di Uber con 1.800 corse al suo attivo ed elogi dei clienti.

Infine, la vera domanda è se si poteva prevedere la trasformazione di Saipov da simpatico autista di Uber a terrorista, tramite il consueto sistema Isis di radicalizzare persone insospettabili agganciandole e coltivandole via Internet. Forse non si poteva, ma certamente l’amministrazione Trump — e anche quella di Obama prima di lui — non si sono mosse nella giusta direzione quando, a fronte della crisi economica, hanno tagliato fondi e personale delle forze di polizia e anti-terrorismo, confidando nella sorveglianza di tutto e di tutti per via elettronica. Non funziona. Il fatto che in Italia fino ad oggi non ci siano stati attentati — ce ne fosse uno domani, ne avremmo sempre avuti meno dei nostri vicini — non si deve a fantomatiche trattative segrete del nostro governo con i terroristi ma all’efficienza delle nostre forze di polizia, che si affidano poco all’elettronica e molto al controllo capillare del territorio, raccogliendo rumori e sospetti a viva voce nei quartieri e nei bar. È un sistema costoso. Però (per ora) funziona. 

Così come funziona la deradicalizzazione degli immigrati non attraverso programmi sedicenti “scientifici” costruiti spesso solo per spillare quattrini agli Stati, ma convincendo i musulmani che non ce l’abbiamo con loro. In Italia decine di migliaia di musulmani sono nutriti e vestiti dalla Caritas, gratis e senza nessun tentativo di convertirli al cattolicesimo. È difficile che i reclutatori via Internet dell’Isis li convincano che gli italiani sono “crociati” che odiano loro e la loro religione. La vera vulnerabilità di altri Paesi al terrorismo sta in polizie che confidano troppo nell’elettronica, e in una retorica anti-islamica, talora promossa dalle più alte autorità dello Stato, che rischia di far concludere a qualche musulmano che l’Isis ha ragione.

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