ROHINGYA PERSEGUITATI/ Usa, Cina e papa Francesco, la pace in Asia comincia dal Myanmar

- La Redazione

Bangladesh e Myanmar hanno trovato un accordo insperato per il rimpatrio di migliaia di profughi rohingya cacciati. Tutto questo alla vigilia della visita di papa Francesco. FRANCESCO SISCI

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Aung San Suu Kyi (LaPresse)

Dopo settimane di notizie terrificanti provenienti dal Myanmar che parlavano di migliaia di persone dell’etnia islamica dei Rohingya perseguitate, massacrate e cacciate in Bangladesh, arriva improvvisa la notizia di un accordo fra i due paesi per far sì che i profughi possano tornare in patria. Secondo Francesco Sisci, sinologo ed editorialista di AsiaNews, “questo accordo è il primo frutto della prossima visita del papa, dell’alacre lavoro della segreteria di stato vaticana, ma anche dei governanti di Bangladesh e Myanmar, in particolare della tanta vituperata Aung San Suu Kyi”.

Questo accordo che arriva come un fulmine a ciel sereno, secondo lei è un’azione furbetta per presentarsi bene davanti al papa e all’opinione pubblica mondiale, o qualcosa di serio?

Naturalmente in politica la forma è anche la sostanza, non sono separate. Questo accordo è senz’altro il primo effetto positivo di un lavoro politico fra le parti, anche della Santa Sede, e di un impegno vero di Aung San Suu Kyi, tanto vituperata fino a ieri, di risolvere la situazione.

Un accordo che dunque rimarrà anche dopo la partenza del papa? Che condizioni ci sono oggi per riaccogliere in modo sicuro centinaia di migliaia di profughi?

Se i profughi già tornano nel Myanmar, questo significa che si stanno già creando le condizioni politiche per gestire il problema. Fino ad ora non c’era nessuna volontà politica di arrivare a una normalizzazione. Oggi invece vuol dire che si sono create le prime condizioni politiche per il ritorno.

Ma sarà un ritorno sicuro o dovremo assistere poi a nuove persecuzioni?

Come ritornano e dove ritornano sarà un secondo punto, ma se intanto viene concesso ai Rohingya di tornare il resto può proseguire in modo costruttivo.

Giorni fa il segretario di stato americano ha avuto parole molto dure contro il Myanmar accusandolo di genocidio, intanto la Cina stringeva fruttuosi accordi militari. A chi interessa questa area geopolitica?

Secondo me non è corretto parlare di  presa di distanza americana in modo così netto. Solo pochi giorni fa sempre Tillerson visitando il Myanmar ha riconfermato il sostegno dell’amministrazione americana ad Aung San Suu Kyi, e questo è un punto importante. Il Myanmar oggi ha molte anime e quella che crea problemi è quella militare. I militari non possono sparire con la bacchetta magica ma devono essere gradualmente riassorbiti.

Dunque niente ambizioni militari e politiche cinesi?

Sotto traccia, fuori dei titoli dei giornali si vede una coincidenza e un avvicinamento delle posizioni sia americana che cinese, entrambe diffidano dei militari e vogliono sostenere Aung San Suu Kyi. La posizione strategica del Myanmar è di trovarsi all’incrocio di tre subcontinenti, l’India, la Cina e il Sudest asiatico.

Questo che peso ha dal punto di vista geopolitica?

E’ importante che il Myanmar si avvii verso una transizione pacifica democratica e liberale e non si avviti in una spirale dittatoriale come sta avvenendo invece nella Thailandia. Se c’è una posizione liberale il Myanmar diventa un effetto positivo sulla stabilità e la pace di questa grande regione.

Si può dire infine che questo accordo sia il primo obbiettivo positivo della prossima visita pontificia?

Direi dì sì, questo è il segno di Dio, se vogliamo; è il frutto del lavoro alacre della segreteria di stato vaticana, ma bisogna anche dare merito ai governanti birmani e bangladesi di essersi adoperati positivamente.

(Paolo Vites) 

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