DA GERUSALEMME/ Pizzaballa: non sono le strategie a salvarci ma un Bambino

- int. Pierbattista Pizzaballa

Il Medio oriente sembra non conoscere pace. Eppure anche questo è il tempo della speranza cristiana, spiega PIERBATTISTA PIZZABALLA, amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini

gerusalemme_terrasanta_santosepolcro_lapresse_2007
Nel Santo Sepolcro (LaPresse)

“La testimonianza cristiana non ha bisogno di strategie particolari, non deve vivere di nostalgia o cercare di ricostruire mondi scomparsi. Deve vivere il presente con serenità. Essa attinge la sua forza dall’incontro con Cristo, come i primi discepoli”. Monsignor Pierbattista Pizzaballa è amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme e fino al 2016 è stato custode di Terra santa. 

Monsignor Pizzaballa, dopo le ultime vicende di Gerusalemme la soluzione dei due stati sembra allontanarsi. Rimane la città “simbolo religioso, storico, culturale” come lei stesso l’ha definita. Non ci può bastare?

Non facciamo confusione. Le ultime vicende hanno riportato alla ribalta la questione di Gerusalemme, che mi auguro resti attuale ancora a lungo, dopo anni di abbandono. Credo che sia l’unica vera nota positiva, in tutta questa confusione. La soluzione dei due stati, tecnicamente ora difficile, resta comunque l’unica opzione ancora aperta. Non ce ne sono altre, almeno per il momento. Le ultime vicende, semmai, l’hanno riportata in vigore.

Lei ha detto che la politica vera è assente, ma sembra vero il contrario. La mossa degli Stati Uniti su Gerusalemme sembra legata a un generale arretramento americano in Medio oriente anche in conseguenza del successo della Russia in Siria. Al tempo stesso il problema palestinese pare ormai ridotto a una questione di ordine pubblico, anche con la complicità degli stati arabi. Cosa pensa di questo?

Penso che non si possa semplificare troppo la situazione politica attuale. In Medio oriente nulla è mai come appare. Ho detto che la politica è assente e lo confermo. Ho anche specificato che abbiamo bisogno non della politica da salotto, ma della politica che è capace di visione e di tradursi in scelte concrete sul territorio. Vincere le guerre di Siria e Iraq non basta, se poi non si costruisce un progetto condiviso. Non mi sembra di vedere nulla di tutto ciò.

Lei ha detto di recente che la soluzione due popoli-due stati è “ancora possibile, ma più difficile”. Come ridarle spazio in questo contesto? Cosa suggerirebbe concretamente?

Credo di avere già risposto. Non si possono lasciare milioni di persone senza prospettive e senza risposte. La Chiesa lo ha già detto milioni di volte: l’unica soluzione per il futuro è nel negoziato tra le due parti. Non c’è alternativa ad un negoziato serio e leale. 

Un anno fa parlavamo della minaccia del califfato. Oggi qual è la sfida politica e religiosa del Medio oriente? Che cosa vede all’orizzonte?

Vedo un Medio oriente che purtroppo si va sempre più settarizzando, dove le appartenenze religiose prevalgono sul concetto di cittadinanza politica: sunniti, sciiti, curdi, drusi, cristiani, eccetera. La fine del califfato non è la fine di quell’ideologia. E’ necessario lavorare ancora a lungo, per generazioni, per superare questa mentalità. Ripeto per l’ennesima volta: senza la politica seria, si lascia campo libero a queste dinamiche che inquinano la nostra società.

A Natale “Dio viene con un semplice annuncio di gioia”, non per “assoggettarci”, lei ha detto in conferenza stampa. Chi cambia la storia possono essere solo le libertà degli uomini. Due messaggi: che cosa si sente di dire in occasione del Natale ai suoi fratelli ebrei e ai suoi fratelli palestinesi?

Quello che diciamo sempre. Siamo stati creati per la libertà, ma la libertà deve essere a servizio dell’uomo e per la sua piena realizzazione. Lavoriamo insieme per l’uomo.

Della tradizione cristiana lei ha davanti agli occhi un piccolo gregge e le vestigia della sua storia, noi in occidente solo le vestigia e una netta minoranza di fedeli. Eppure anche lei difende uno spazio cristiano. Perché non dovremmo anche noi difendere una società cristiana? 

Sono dinamiche diverse. Per noi qui difendere uno spazio cristiano significa difendere il diritto e il dovere di esserci, di essere cristiani qui. In occidente dovete fare attenzione a non confondere il diritto di esserci con la difesa di posizioni e di potere. Detto questo, la testimonianza cristiana non ha bisogno di numeri e strategie particolari, non deve vivere di nostalgia o cercare di ricostruire mondi scomparsi o correre avanti chissà dove. Deve vivere il presente con serenità. Essa attinge la sua forza dall’incontro con Cristo, come i primi discepoli, come i tanti testimoni della Chiesa in questi duemila anni. La domanda non è come difendere le vestigia di cui lei accennava, ma come dare, con la stessa forza comunicativa, la stessa testimonianza di sempre in contesti che continueranno a cambiare.

“Dio si affaccia ed entra nella storia dell’uomo non con un annuncio di giudizio, immagini di sventura e di castigo. Se avesse fatto così, sarebbe stato evidente che il suo fine era quello di assoggettarci, come un qualsiasi potente della terra”. Sono ancora parole sue. Eppure, come può la venuta di Gesù non essere un giudizio sul mondo?

La risposta sta già nella sua domanda. Sarà la venuta di Gesù il giudizio sul mondo. “Lasciate che grano e zizzania crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13,30). Non dobbiamo essere come quelli della parabola che vogliono eliminare la zizzania prima della mietitura (13, 28-29).

Allora che cosa dobbiamo fare?

Dobbiamo essere grano, dobbiamo cioè essere il bene che è stato seminato nel nostro cuore e che deve fare frutto, deve crescere, che sa e vuole anche comunicare il bello che è in sé, che sa certamente anche distinguere e distinguersi dalla zizzania. Ma non siamo noi a mietere, cioè a dare il giudizio definitivo. Non dimentichiamo che il nostro è il tempo dell’attesa. E il contenuto dell’attesa è la speranza, non il giudizio. Nel catechismo che tutti abbiamo studiato da bambini, il giudizio fa parte dei nuovissimi, cioè delle realtà ultime. Le virtù del presente invece sono quelle cardinali della vita: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.

(Federico Ferraù)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori