Militari italiani in Niger/ Esercito in Africa: i rischi della missione, quanti soldati nel Sahel?

- Dario D'Angelo

Militari italiani in Niger: Gentiloni ha annunciato l’intenzione di trasferire dall’Iraq al territorio del Sahel. Missione in Africa per combattere i terroristi, i rischi dei nostri soldati

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Esercito (Pixabay)

Si procede ormai a grandi passi verso il via libera alla missione italiana in Niger. Ma quali saranno le proporzioni di questa spedizione nel Sahel? Secondo fonti governative sentite da Avvenire, fino a giugno dovrebbero essere stanziati nel deserto africano circa 120 uomini, fino a salire ad un massimo di 470. Questi soldati, però, non saranno in Niger contemporaneamente: la media annua prevista, infatti, è di circa 250 uomini. Da quel che si apprende, in questa fase i primi a muoversi dovrebbero essere i paracadutisti del reparto Folgore, seguiti da una componente aerea, da alcune squadre di specialisti del Genio, nonché addestratori e altri esperti delle forze speciali. Il rischio, se è vero che Paolo Gentiloni ha chiarito che l’intenzione è quella di contrastare schiavisti e terroristi, è che i nostri militari divengano oggetto di attentati al confine tra Libia e Niger, laddove i trafficanti tentano ogni giorno di far attraversare le frontiere alle “merci” (uomini, armi, droga). In questo senso, come riportato da Il Sole 24 Ore, è necessario considerare “una decina di elicotteri da attacco e trasporto, almeno un paio di aerei cargo, mortai, forze speciali, radar controfuoco e un ospedale da campo: cioè quasi un migliaio di militari con un costo della missione superiore ai 150 milioni annui, compensato con il ritiro di due terzi dei 1.400 militari in Iraq (con aerei ed elicotteri) e la leggera riduzione dei 900 militari in Afghanistan”.

LA MISSIONE IN NIGER

L’Italia si prepara ad inviare i suoi militari in Niger. Una nuova missione in Africa, smentita per la prima volta a maggio e annunciata sotto Natale dal premier Gentiloni, che avrà inizio – secondo Il Sole 24 ore – quando avrà fatto ritorno da Niamey il team di ricognizione guidato dal generale Antonio Maggi e dopo il via libera del Parlamento. E proprio le Camere sono state chiamate in causa dal presidente del Consiglio che, come riporta Repubblica, ha spiegato la natura dell’intervento italiano:”Noi tuteliamo il nostro interesse nazionale e lo facciamo sempre in amicizia con gli altri paesi, mai in contrapposizione. Il compito dei nostri militari non è mai stato quello di trovarsi un nemico. Noi vogliamo costruire dialogo, amicizia e pace nel Mediterraneo e nel mondo. Dobbiamo continuare a lavorare concentrando l’attenzione e le energie sul mix della minaccia del traffico di esseri umani e il terrorismo nel Sahel. Per questo, una parte delle forze in Iraq verrà dispiegata nei prossimi mesi in Niger, è questa la proposta che il governo farà al Parlamento per una missione per sconfiggere il traffico di essere umani e il terrorismo. Abbiamo svolto un ruolo fondamentale nella battaglia contro il terrorismo, lo abbiamo fatto per solidarietà internazionale e lo abbiamo fatto e lo facciamo per difendere il nostro interesse nazionale“.

FAVORE ALLA FRANCIA?

Non si può fare a meno di notare che la missione dei militari italiani in Niger vada inquadrata nella più ampia operazione euro-africana varata al vertice di Celle Saint Claud dal presidente francese Emmanuel Macron. Grazie all’invio del nostro contingente e di quello di altri paesi europei, la Francia avrà modo di alleggerire il peso della sua permanenza nel Sahel, pur mantenendo il comando delle operazioni nelle sue ex colonie. Ma perché, allora, l’Italia invia i suoi militari in Niger? A pensare male si potrebbe dire che il Paese africano è uno dei maggiori estrattori di uranio del Pianeta. Ma visto che a controllarlo sarà comunque la Francia, qual è il guadagno dell’Italia? Ufficialmente non lo sappiamo. Forse scopriremo tra qualche mese che la moneta di scambio è stata la Libia, dove la Francia ha sfidato apertamente l’Italia fin dall’insediamento all’Eliseo di Macron. Si gioca nel deserto la partita geopolitica, è ancora il Mediterraneo il Mare che vorremmo fosse Nostrum. 

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