GORSUCH ALLA CORTE SUPREMA/ Un grande gol di Trump (fino al prossimo pasticcio)

- Riro Maniscalco

Trump ha nominato il giudice della Corte suprema americana che subentra ad Antonin Scalia: è Neil Gorsuch, 49 anni, conservatore. Ora si vedrà la strategia dei democratici. RIRO MANISCALCO

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Il giudice Neil Gorsuch con Donald Trump (LaPresse)

NEW YORK — Nelle dinamiche che determinano norme e coscienza (o coscienza e norme) del popolo americano c’è l’operare continuo e un po’ misterioso di un organo chiamato Corte Suprema. Dal 1789 the Supreme Court of the United States of America è chiamata a vigilare come ultima giurisdizione d’appello su tutto l’intero sistema giudiziario, dalle corti federali a quelle dei singoli Stati. Con un unico compito: salvaguardare il rispetto della Costituzione.

Detto così, la Corte potrebbe sembrare un organo di una certa importanza istituzionale, ma anche un angolo di mondo fuori da questo mondo, in un microuniverso fatto di aule poco illuminate se non tetre, montagne di faldoni straripanti e polverosi ed anziani azzeccagarbugli che spendono la vita a spaccare capelli in quattro. Potrebbe sembrare, ma cosi non è. Per chi non avesse ben presente come stanno le cose proviamo a spiegarle un po’, anche per capire perché si stia dando tanta enfasi all’ultima nomination fatta proprio ieri dal presidente Trump. 

Stiamo parlando di Neil Gorsuch, giudice quarantanovenne dal curriculum stellare, che dalla Corte federale d’appello del suo Colorado si è visto catapultare a Washington DC ad occupare (“forse”) il seggio della Supreme Court lasciato vacante dalla morte del Justice Antonin Scalia avvenuta quasi un anno fa. Il nono seggio, perchè 9 sono i Justices, i Giudici della Corte. Un numero dispari così che comunque vadano le cose un giudizio ultimo su ogni singolo tema affrontato trovi una risposta. 

Detto in due parole ecco come si svolgono le cose: il presidente (Trump, in questo caso), opera una scelta (Neil Gorsuch) e procede alla “Nomination”; la persona prescelta viene scrutinata dal Senate Judiciary Committee (un organo di 20 elementi attualmente composto da 11 repubblicani e 9 democratici) attraverso una serie di “hearings“, udienze in cui il candidato stesso ed altri testimoni vengono interrogati ed ascoltati al fine di valutare la candidatura in esame; finita questa fase il Comitato esprime il suo parere e lo rimette al Senato per un dibattito che sarà seguito da un voto conclusivo; un voto favorevole di 60 senatori (su un totale di 100: oggi abbiamo 52 repubblicani, 46 democratici, 2 indipendenti) determinerà la conclusione del dibattito. A seconda di quanto la battaglia politica rispetto al candidato in oggetto si infiammerà potremo avere uno di questi scenari: approvazione in tempi relativamente brevi e susseguente “Confirmation“, il che significa che il candidato avrà raccolto consensi anche tra membri del partito di opposizione; “Filibuster“, ovvero ostruzionismo (in questo caso da parte dei democratici) fatto attraverso un trascinamento senza fine del dibattito parlamentare qualora non si fosse in grado di raggiungere i 60 voti. Quando ciò accadesse o il presidente cambia cavallo, oppure — estrema ratio — il Senato sceglie per la cosiddetta “Atomic option“: cambiare le regole del gioco e ridurre a semplice maggioranza l’esito del voto sul candidato. 51 voti diventano sufficienti. Solo che, come nelle guerre nucleari, una volta sganciata la bomba non si torna più indietro e la semplice maggioranza cancella per le generazioni a venire il requisito dei 60 voti.

Ma ora vorrei cercare di farvi capire perché tanta complessità e tanto fervore politico nella nomina di un Giudice, che per quanto “supremo”, è “solo un giudice”.

Nel geniale sistema di check and balances su cui si regge la democrazia americana, la Supreme Court gioca un ruolo fondamentale, e soprattutto non segue le regole cui sono sottoposti Presidente e parlamentari. Anzitutto se quello che Presidente e Congresso deliberano potrebbe un bel giorno arrivare ad essere impugnato dalla Corte, le pronunce della Corte non le potrà mai impugnare nessuno, se non — un domani — una nuova Corte composta da nuovi membri. Temi possibili? aborto, gay marriage, riforma sanitaria, ricerca sScientifica… vi basta? Ditemi voi che razza di influenza la Corte Suprema ha sull’autocoscienza del paese! 

Ma è il fattore “tempo” quello che attribuisce alla Corte un ruolo assolutamente speciale: una volta nominato un giudice della Corte Suprema, questi occuperà il suo seggio a vita. Potrà dimettersi, e talvolta può accadere soprattutto per ragioni di salute, ma più spesso continuerà ad operare fino al suo ultimo giorno. E se un Presidente sta in carica quattro anni, e se quattro sono gli anni di mandato dei parlamentari, e se dopo due anni di presidenza quelle che chiamiamo “midterm elections” possono bellamente ribaltare gli equilibri nel rapporto tra Presidente e maggioranza del Congresso… se e se… nulla di tutto ciò tocca la composizione della Corte Suprema, nulla di tutto ciò può trasformare una maggioranza “conservative” in una “liberal” e viceversa. 

Gorsuch viene chiamato da Trump a rimpiazzare Antonin Scalia, un colto, sanguigno, passionale Justice conservatore e pure cattolico. Di per sé questa nomina non cambierebbe gli equilibri che esistevano già un anno fa, sostanziale “pareggio” tra falchi e colombe. Ma c’è anche il “fattore età”. Gorsuch ha solo 49 anni, e a Dio piacendo di Presidenti ne vedrà ancora parecchi. Inoltre non sembra essere uno di quelli tipo “bambini fluttuanti ad ogni vento di dottrina”. Storicamente nella Corte sono sempre esistiti “swing voters“, Giudici che nonostante una certa area di appartenenza, hanno espresso il loro voto a favore di pronunce culturalmente ed eticamente legate all’altra sponda. Ed è proprio su uno di questi “swing voters” che probabilmente la battaglia diventerà violenta: Anthony Kennedy, l’ottantenne nominato da Ronald Reagan, che ha più volte manifestato l’intenzione di dimettersi.

Allora? Allora vedremo cosa sceglieranno di fare i democratici, se scendere subito sul terreno di guerra innescando contro Gorsuch la tanto temuta “Filibuster”, o se accettare questa scelta preparandosi invece allo scontro non appena Kennedy si dimettesse. Perché “il rischio” per i cosiddetti progressisti è di ritrovarsi una Corte Suprema tradizionalista per lunghissimi anni, e magari una sfilza di presidenti democratici che non avranno possibilità di influire sulla composizione della Corte.

Con la scelta di Gorsuch, Trump, dopo giorni di grandi pasticci, confusione e gravi approssimazioni, ha fatto una “homerun“, come si dice qua. Ha fatto di uno di quei goal che riconciliano come d’incanto i tifosi con la squadra, in questo caso il suo elettorato con la sua Amministrazione. Tutto il suo elettorato.

Almeno fino al prossimo pasticcio.





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