BATTAGLIA DI MOSUL/ Castagnetti: ora la pace dipende dagli Usa e da Erdogan

- int. Fabrizio Castagnetti

Mentre l’esercito iracheno continua con successo l’offesniva per la liberazione di Mosul, sono iniziati i colloqui di Ginevra sul futuro della Siria. Ne parla FABRIZIO CASTAGNETTI

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Foto La Presse

Una offensiva durata quattro ore scatenata dall’esercito iracheno avrebbe portato alla conquista dell’aeroporto di Mosul. “Avrebbbe” perché come sempre le notizie dal fronte anti Isis sono soggette a propaganda di entrambe le parti. Per la tv irachena, l’aeroporto è in mano all’esercito e questo consentirebbe di lanciare l’offensiva finale per la liberazione della capitale del califfato. Per il generale Castagnetti, contattato da ilsussidiario.net, aver preso l’aeroporto invece non significa molto dal punto di vista militare: “Si trova lontano dalla città e Mosul ovest è ancora in mano all’Isis. Qui vivono ancora 800mila civili, se non si vuole farne strage, i combattimenti dureranno ancora a lungo”. Contemporaneamente si sono aperti i nuovi colloqui di Ginevra sul futuro della Siria: “Dipende tutto dagli Stati Uniti, se finalmente finiranno di rifornire di armi i ribelli e si decideranno a trovare un accordo con Russia e Turchia”.

L’esercito iracheno ha annunciato la presa dell’aeroporto di Mosul. Che importanza ha dal punto di vista della battaglia per la liberazione della città?

Importante per il morale, ma non decisiva. L’aeroporto si trova parecchio fuori della città, soprattutto la parte ovest è ancora in mano all’Isis, significa che ci vorrà almeno ancora un mese di combattimenti prima di riuscire a liberarla.

Mosul ovest è ancora abitata dai civili, si arriverà a combattere casa per casa? Che tipo di strategia userà l’esercito iracheno?

Secondo quanto ne sappiamo, a Mosul ovest vivono ancora circa 800mila civili, attaccarla direttamente vuol dire rischiare un bagno di sangue. C’è anche la possibilità che gli jihadisti decidano di fuggire, ma in caso vadano avanti a oltranza sarà una battaglia lunga e difficile, casa per casa.

Intanto sono ripresi i colloqui di Ginevra sul futuro della Siria. Fino a oggi abbiamo assistito a fallimenti, che chance pensa ci possano essere questa volta per trovare un accordo?

Dipende tutto dagli Stati Uniti, che devono cercare di mettersi d’accordo con la Russia e, obtorto collo, con la Turchia. Dico così perché la Turchia da sempre sta giocando un gioco pericoloso e ambiguo, seguendo, in modo realistico dal suo punto di vista, i propri interessi.

Ci sono speranze che Ankara questa volta faccia delle concessioni?

Si direbbe da quanto sappiamo che abbiano smesso di chiedere la cacciata di Assad, quindi c’è la possibilità che si venga a patti.

Che cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti invece?

Recentemente alcuni parlamentari americani sono andati in Siria e sono tornati dicendo che non esistono ribelli moderati. Finalmente se ne sono accorti dopo cinque anni di guerra.

Quindi? 

Se gli Stati Uniti finalmente cesseranno di rifornire di armi questi ribelli che moderati non sono, si arriverà a una cessazione del conflitto. Dopo di che Russia, Usa e Turchia si devono mettere d’accordo.

 

Per adesso Trump non ha dato segnali di sorta.

Gli Usa al momento sono ancora un punto interrogativo, ma si spera che diventino realisti: basta armi ai ribelli, basta combattimenti. La svolta dipende da loro.

 

Dopo di che? Quale scenario per la Siria?

Uno scenario complicato che si risolve andando a elezioni. Assad sembra intenzionato a concederle. Elezioni serie, monitorate da organismi internazionali e che vinca chi prende più voti.

 

Non è un quadro facile con una opposizione divisa in tante parti.

Non c’è dubbio che lo sia. Facendo un’approssimazione, Assad può contare sui voti degli sciiti, circa il 15 per cento della popolazione, e dei cristiani che non voteranno mai per i sunniti. Questi sono divisi in varie fazioni, tra radicali estremisti e più moderati.

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