DALLA CINA/ Sisci: per Pechino l’Italia non è più un paese serio

- int. Francesco Sisci

Sergio Mattarella ha concluso la sua visita di Stato in Cina. Ma a Pechino l’instabilità italiana è vista con grande apprensione. Il commento di FRANCESCO SISCI (Asia Times)

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Sergio Mattarella con il presidente cinese Xi Jinping (LaPresse)

Sergio Mattarella ha concluso la sua visita di Stato in Cina, nel corso della quale sono stati firmati accordi economici bilaterali e si è auspicata, da entrambe le parti, la prosecuzione di una partnership duratura a tutto campo. “La Cina vuole la globalizzazione — spiega da Pechino Francesco Sisci, editorialista di Asia Times — ma è preoccupata della grande debolezza che mostra in questa fase l’Unione Europea. Quanto all’Italia, le maggiori perplessità vanno all’incertezza politica e alla mancanza di programmazione a lungo termine. Un danno per l’Italia e anche per la Cina”.

Che ruolo ha per la Cina l’interlocuzione italiana in Europa, nel contesto politico attuale?

Per la Cina la cornice dell’Ue è molto forte e anche molto interessante. Pechino fa fatica a gestire rapporti con i singoli paesi dell’Unione (troppi e troppo diversi), mentre la Ue nel suo insieme è un polo economico e in teoria politico importante. Quindi il problema diventa: che ruolo può avere l’Italia nel definire una politica europea con la Cina in questo momento? 

Che cosa risponde?

Purtroppo occorre dire che c’è una grande debolezza dell’Unione Europea. La Gran Bretagna vuole lasciare la Ue ma non sappiamo come e se accadrà. Inoltre c’è l’alea combinata delle elezioni francesi, tedesche e italiane le quali non si sa se finiranno per rafforzare o indebolire le spinte antieuropeiste presenti in tutta Europa. Quindi non sappiamo se alla fine di questo ciclo elettorale importantissimo la Ue andrà verso una riforma necessaria o semplicemente continuerà a navigare a vista come ha fatto finora. Inoltre gli Stati Uniti, che da settant’anni hanno spinto per l’unità europea, ora si stanno disinteressando dell’Unione, mentre la Russia soffia sui nazionalismi antieuropeisti. Nel complesso queste dinamiche determineranno anche la politica con un partner importante come la Cina. 

Quindi?

Per l’Italia la visita di Mattarella è importante come segnale politico e simbolico, ma Roma poi dovrà lavorare su molti fronti, interno ed internazionale, per sviluppare una vera politica con la Cina. Senza questo, saremo sempre più spinti in un angolo di simpatia ma anche di irrilevanza.

Fin dall’inizio della sua presidenza, Mattarella si è posto come il vero interlocutore italiano all’estero. Quanto conta questo per la Cina e che cosa significa concretamente?

Il problema è che al di là dei gesti simbolici, in cui l’Italia è bravissima, bisognerà pensare a programmi concreti di lungo termine che non siano semplicemente bilaterali Italia-Cina ma abbiano un impatto europeo. In tal senso la presenza di Mattarella dà una prospettiva di lungo termine, perché va al di là dell’instabilità cronica di governo. Ma poi occorre riempire tale prospettiva di contenuti, diversamente l’Italia diventa il paese della forma senza sostanza. 

C’è stata una pesante sentenza di condanna contro oltre 250 cinesi che hanno esportato illegalmente dall’Italia in quattro anni oltre 4,6 miliardi di euro. In questa esportazione è coinvolta anche la filiale a Milano di Bank of China, una delle maggiori banche cinesi. Pensa possa incidere nei rapporti bilaterali?

Questa vicenda è una macchia oscura e pesante tra i due paesi che non può semplicemente essere nascosta sotto il tappeto. Oltre alle eventuali responsabilità penali è significativo che la sentenza sia stata resa nota in coincidenza con la visita di Mattarella. Segno oggettivo che alcuni in Italia pensano che con la Cina ci siano molti problemi irrisolti. La comunità cinese in Italia deve essere integrata e deve integrarsi. In questo la comunità di Milano mi pare senz’altro all’avanguardia, un collante sempre più forte e importante tra Italia e Cina. Ma ci sono frange più o meno ampie che ancora operano in zone grigie se non completamente illegali, macchiando l’immagine non solo degli altri sino-italiani ma anche della Cina stessa. E poi c’è il passato che va risolto. 4,6 miliardi di euro portati illegalmente in Cina, senza avere pagato le tasse in Italia e provenienti da attività forse illecite sono una cosa che se non affrontata bene e di petto poi può minare i rapporti bilaterali al di là di ogni visita politica. 

 

Che cosa preoccupa di più la Cina della situazione italiana?

L’incertezza politica e la mancanza di programmazione a lungo termine. Gli italiani sono stati da quarant’anni i primi ad aprire strade che poi non hanno seguito, anzi hanno abbandonato lasciando che le percorressero altri. Questo per la Cina, e anche per l’Italia, ha significato un enorme spreco di risorse e un danno di lungo periodo. Siamo considerati simpatici, ma non da prendere seriamente.

 

L’Italia è il quinto partner commerciale della Cina nell’Unione Europea.

Significa che nel corso degli ultimi anni è via via scesa in relazione ai progressi di altri paesi dell’Unione. Questo per due motivi principali. E’ mancata una programmazione di lungo termine, mentre la Cina ha bisogno proprio di questo. In secondo luogo perché la politica italiana è stata distratta o ha cercato risultati immediati, gol al novantesimo minuto. 

 

Invece?

Per entrare in Cina occorre una preparazione e una lungimiranza da maratoneti, non da scattisti. 

 

L’ex premier Renzi ha fatto una visita in Cina nel corso del suo mandato. Con quali successi o sviluppi?

Anche in quel caso è stata una visita utile, perché ha dato un segnale di interesse dell’Italia per la Cina. Purtroppo però è stato costruito un programma che, insieme a dichiarazioni di interesse cinese per iniziative molto importanti in Italia, è rimasto inevaso, probabilmente travolto dalle mille dinamiche interne. Resta che, specialmente per paesi medi come l’Italia, la politica interna si può e forse si deve costruire partendo dalla politica estera. Questa dinamica finora mi sembra sia mancata in Italia, sia verso la Cina che verso tutta l’Asia, patria dello sviluppo economico e politico futuro.

 

In altri termini, ricominciamo sempre da capo.

E’ così. Ci sono accordi e dichiarazioni di intenti che vengono firmati e rifirmati senza poi entrare nel concreto. Prendiamo il caso dei porti. La Cina ha grande interesse strategico per i porti italiani, specie Taranto. Tale interesse potrebbe trasformare le dinamiche economiche e politiche di tutta l’Europa, oltre che di tutto il sud Italia, ma su questo il governo non è mai intervenuto o non è riuscito a intervenire. Oggi circola un nuovo progetto che prevederebbe un mega-porto fuori della laguna di Venezia e che rischia di essere un Mose due. L’impressione è che si tratti dell’ennesima idea che fra tre o cinque anni sarà sostituita da un’altra. E così, restiamo senza offerte reali da fare alla Cina. 

 

La Cina è pronta per una possibile crisi sistemica dell’Ue, sia istituzionale sia monetaria?

No, la Cina non è pronta alla crisi europea. Il rapporto con la Gran Bretagna nasceva dall’idea di avere Londra come ponte per l’Europa. Ora che l’Europa sembra cambiare traiettoria, la Cina è pronta a ripensare le sue strategie.

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